Eraclea e il mancato scioglimento del comune

Ha ribaltato tutti i pronostici e suona disorientante il decreto del ministero degli interni che stabilisce che “gli elementi complessivamente emersi non presentano la necessaria congruenza” perché si possa decretare lo scioglimento per condizionamento mafioso del comune di Eraclea. Nella mente conserviamo la notizia dell’arresto del sindaco Mirco Mestre, e poi del suo rinvio a giudizio, per voto di scambio all’interno della più importante inchiesta antimafia avvenuta a nordest negli ultimi vent’anni. Malgrado non sia stato possibile analizzare la relazione prefettizia che ha costituito la base per la decisione del ministero, proponiamo alcune considerazioni generali. Comunque utili, confidiamo.

Lo scioglimento dell’amministrazione comunale è un provvedimento preventivo ed ha un suo percorso ed una sua logica autonome rispetto al procedimento penale. In questo caso si è svolto mentre era in corso il procedimento, in cui per altro risultano imputati due ex sindaci di Eraclea, ma la ratio che lo guida è differente: non la responsabilità penale del singolo, ma la prevenzione di una cattiva amministrazione dovuta alle potenziali infiltrazioni mafiose.

Dalla lettura del decreto, una paginetta per altro, non possiamo desumere che non vi sia stato un rapporto, anche di collaborazione, tra i politici Mirco Mestre e Graziano Teso e il gruppo criminale capeggiato da Luciano Donadio. E che il rapporto via sia stato, in particolare con Graziano Teso, è francamente incontestabile, così come l’attivismo politico dei sodali di Donadio in occasione delle elezioni .

Secondo il Ministero da questi rapporti non sono derivate “forme di condizionamento [degli organi elettivi e amministrativi], tali da determinare un’alterazione del procedimento di formazione della volontà degli organi elettivi ed amministrativi e da compromettere il buon andamento o l’imparzialità delle amministrazioni comunali e provinciali”. E quindi?

Una lettura ragionevole – necessariamente da approfondire, ma supportata dall’analisi del materiale giudiziario – potrebbe portare a sostenere che Donadio e sodali in realtà non avessero in mano il bastone del comando che rimaneva saldamente in mano a Graziano Teso e ad una complessa rete di professionisti, imprenditori e faccendieri. Di questa rete Donadio faceva certamente parte – arduo sostenere il contrario -, ma non ne determinava le decisioni.

Siamo stati tutti condizionati da un discorso, agito anche da una parte del movimento antimafia, per cui i gruppi criminali sarebbero dipinti come onnipotenti e onnipresenti, egemoni nei confronti di tutti gli altri soggetti con i quali essi entrano in relazione.

Una visione per così dire “ideologica” delle mafie. Franco Gabrielli, attuale Capo della Polizia, riferendosi alla situazione campana, scrisse: “Anche nei Comuni sciolti per infiltrazione camorrista, il tasso di condizionamento camorrista è sempre inferiore rispetto a quello dell’illegalità non connessa al crimine organizzato.

Insomma, sembra prevalere un bieco clientelismo finalizzato in via esclusiva ad alimentare un sistema affaristico imprenditoriale di natura parassitaria, rispetto al condizionamento o alla collusione con le cosche che operano sul territorio'”.

Non serve il protagonismo delle mafie per devastare un territorio nell’interesse di pochi e non serve un decreto ministeriale – e nemmeno una sentenza di tribunale – per mantenere lucido il giudizio sulla qualità e l’autonomia del ceto politico rispetto agli interessi forti e particolari. Mafiosi o non mafiosi.

18 marzo 2020 il Mattino di Padova

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