La filiera globale dello sfruttamento

Un unica filiera che li accompagna dalla partenza all’arrivo e “organizza” l’inserimento nel mondo del lavoro. Vere e proprie società di servizi che gestiscono il percorso migratorio, con il passaggio della frontiera, per poi prendersi una fetta del salario per l'”intermediazione” con l’azienda agricola per cui lavori. Si tratta di organizzazioni che da una parte speculano sulla disperazione di chi non vede altre alternative se non migrare e dall’altra approfitta dell’assenza, in nome della lotta ai “clandestini”, di canali immigratori legali e sicuri.

Una volta giunti in Italia le organizzazioni perfezionano l’assoggettamento delle persone sia nei luoghi di lavoro, ad opera dei caporali, sia in altre occasioni anche attraverso l’imposizione, ad esempio, l’imposizione del prestito ad usura. Modalità che oltre ad arricchire i gruppi criminali sortiscono l’effetto di tenere a bada le comunità di riferimento.

L’agricoltura, un settore poco regolato, spesso al riparo da occhi indiscreti e che ha bisogno di importanti apporti di manodopera non specializzata per periodi determinati di tempo rappresenta il terrno ideale per questi gruppi criminali.

E’ una delle conclusioni a cui arriva uno studio curato da Francesco Carchedi intitolato “I lavoratori migranti sottoposti alla volontà delle organizzazioni criminali” e pubblicato nell’ultimo numero del rapporto Agromafie e caporalato dell’Osservatorio Placido Rizzotto.

I primi ad organizzare la manodopera nelle campagne furono, vent’anni fa, i gruppi criminali albanesi. Oggi le organizzazioni rumene sono le più organizzate e tecnologicamente attrezzate in grado di comunicare senza essere rintracciati. Questi gruppi sono specializzati nel contrabbando delle persone e nel loro utilizzo nei campi così come nel riciclaggio del denaro sporco e nella clonazione delle carte di credito. I gruppi criminali romeni, secondo il magistrato Anna Capena, hanno la caratteristica di essere “molto flessibili e mobili, dal punto di vista geografico-territoriale al punto che vengono definiti gruppi criminali itineranti”. Le organizzazioni rumene, così come quelle albanesi, sono spesso l’ultimo anello nella catena migratoria prendendosi carico dell’ultimo miglio e dell’organizzazione del lavoro in Italia degli immigrati provenienti dall’estremo e dal medio oriente. L’influenza e la capacità organizzative di questi gruppi criminali sono in forte crescita anche perchè “negli ultimi quindici anni – scrive Carchedi – non esistono altri istituti giuridici per favorire gli ingressi regolari dei migranti (se non per ricongiunzione familiare) e pertanto l’unica modalità resta quella irregolare, gestita, appunto, da queste organizzazioni”. Possono esserci momenti di frizione con le organizzazioni criminali autoctone con cui per altro vengono stipulate partnership per singoli e temporanei business.

Quasi tutti i gruppi criminali stranieri impegnati nella gestione dell’immigrazione sono attivi nel settore agricolo ed in particolare i gruppi nazionalità marocchina, tunisina, albanese e macedone. Segnalati dai sindacati, ma non ancora nei documenti investigativi ufficiali, gruppi criminali del Punjabi e dell’Ucraina.

Anche i gruppi criminali nigeriani sono segnalati per la loro estrema mobilità e, nel settore agricolo, la loro presenza è segnalata nella Piana di Gioia Tauro, nelle campagne tra Mondragone, Casal di Principe e Aversa e, al nord, nell’astigiano.

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