Dal nord al sud e viceversa

Dal sud al nord, ma anche viceversa. Non c’è solo il rafforzarsi degli interessi imprenditoriali delle mafie nei territori del centro nord, ma anche la proiezione delle attività delle imprese venete al sud avvalendosi dei buoni uffici delle cosche locali. Come quello che sarebbe accaduto all’impresa Elimediterranea s.p.a. di Vicenza, amministrata da Giuseppe e Luigi Torniello, che forniva elicotteri alla Regione Calabria per la lotta agli incendi boschivi. Gli imprenditori, arrestati nell’aprile del 2017, sono accusati dalla procura di Catanzaro di truffa aggravata ai danni dello Stato e, da quanto apprendiamo dalla relazione della Dia, a supportarli nella malversazione sarebbe stata la cosca Grande Aracri di Cutro grazie alla sua capacità di condizionare la pubblica amministrazione.

Le alleanze strette al sud possono durare nel tempo e i favori ricevuti dall’impresa veneta nei territori del mezzogiorno possono essere resi in momenti diversi e in luoghi diversi, magari riservando un subappalto in un lavoro da queste parti. Il fenomeno era stato denunciato, nel dicembre 2012, dall’allora prefetto di Venezia, Domenico Cuttaia, che dichiarò: «attualmente stiamo monitorando alcune ditte venete del settore edilizio che hanno lavorato in alcune regioni del Sud e che hanno vinto l’appalto per la realizzazione delle grandi opere qui in Veneto».

Tornando indietro nel tempo e spulciando la storia delle relazioni “spericolate” tra imprese venete e la criminalità organizzata riemerge la vicenda di Gianni Zonin e della sua impresa vitivinicola siciliana, il Feudo Principi di Butera, dove venivano assunti esponenti e gregari della locale famiglia mafiosa. Assunzioni imposte con minacce e intimidazioni emerse grazie alle denunce di alcuni operai. Al coraggio dei dipendenti ha fatto da contraltare l’omertà dei dirigenti dell’azienda veneta che non hanno mai denunciato l’imposizione subita tanto il procuratore di Caltanisetta, Sergio Lari, ebbe a dichiarare : “Quella dei dirigenti locali della Zonin non è stata una collaborazione spontanea. Messi di fronte al fatto compiuto, non hanno potuto negare l’evidenza”.

Anche la Mantovani guidata da Piergiorgio Baita ha coltivato rapporti inquietanti al sud. Lo apprendiamo da un documento inedito della polizia antimafia in cui leggiamo: «è emerso inequivocabilmente come imprese quali Fincosit, Dragomar, Cidonio, Mantovani, Comap e per ultima Serf siano tutte venute, in maniera diretta o indirette, in contatto con personaggi contigui ad esponenti di “cosa nostra”. Il documento si riferisce in particolare ai lavori alla diga foranea di Gela. Anche la vicentina Maltauro ha lavorato in Sicilia e in particolare nella costruzione di mille casette a schiera unifamiliari, con verde privato, parcheggi, scuole, campi sportivi e negozi, destinati al personale militare della base di Sigonella. Nell’impresa Maltauro era in società con la Scirumi srl della famiglia catanese Ciancio. Mario Ciancio è imputato in un processo a Catania per concorso esterno alla mafia ed ha subito, nel settembre di quest’anno il sequestro e la confisca dei suoi beni richiesti dai magistrati antimafia.

 

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