Di seguito l’intervista ad Alessandro Naccarato, deputato padovano membro della commissione antimafia, realizzata con Antonio Vesco, è parte del dossier sulle mafie in Veneto pubblicato sul numero di febbraio di Narcomafie

La scarsa emergenza in Veneto di fenomeni criminali organizzati è anche il frutto delle modalità con cui il fenomeno è stato finora perseguito. Un aspetto che abbiamo affrontato nel corso di una conversazione con Alessandro Naccarato, deputato padovano del partito democratico e membro della Commissione parlamentare antimafia.

Chi si occupa di indagare e analizzare la presenza mafiosa in Veneto non può fare a meno di rilevare alcuni nodi critici nella comprensione e nel perseguimento del fenomeno. Quali sono le difficoltà incontrate dagli organi di contrasto in questo territorio?

Dunque, io mi sono fatto questa idea. Un primo problema riguarda l’approccio al fenomeno: la Direzione distrettuale antimafia di Venezia (Dda, ndr) lavora molto ma non utilizza gli applicati nelle sedi del distretto. Esclusi casi clamorosi, non è la Dda a dare il via alle indagini. Questa si attiva su impulso della Direzione investigativa antimafia (Dia, ndr) o delle procure, quando ci sono segnali di particolare rilievo. E molte volte il reato, così come si presenta, non dà l’idea di reato di criminalità organizzata. Viene seguito e trattato dalle procure locali come un reato comune e finisce lì. Non c’è un luogo in cui tutte queste informazioni vengono messe insieme, sistematizzate e trattate in modo specifico. In altri distretti invece si sono organizzati così: presso ogni procura c’è un pubblico ministero applicato, che continua a fare tutto quello che c’è da fare in procura, ma che segue contemporaneamente tutto quello che avviene in termini di criminalità organizzata in quella procura, e poi si relaziona con i magistrati della Dda. Si tratta di un aspetto organizzativo che, se applicato in Veneto, potrebbe modificare in modo clamoroso l’approccio.

Qualche esempio? In quali casi l’attuale struttura organizzativa delle istituzioni di contrasto ha impedito di perseguire efficacemente i reati?

Beh, ad esempio nel caso dei reati fallimentari. Tutto ciò che attiene ai fallimenti, come dimostrano alcune indagini, è spesso riconducibile a presenze di organizzazioni criminali (o meglio: di persone legate alla criminalità organizzata) che cercano in questo modo di entrare nel tessuto economico. Se io li tratto come semplici fallimenti, con le sezioni ordinarie fallimentari, finiscono lì e nessuno li prende in mano. Da questo punto di vista un caso di scuola è quello che ha coinvolto Giuseppe Barone e la Perego Costruzioni.

A proposito di fallimenti, nell’opinione pubblica si è fatta strada l’idea che la crisi economica abbia favorito meccanismi di collusione tra l’imprenditoria locale e gruppi di criminalità organizzata. Studi recenti mostrano che si tratta di una spiegazione del tutto fuorviante.
Allora, la mia idea è che la crisi non c’entra quasi per nulla. La crisi ha accelerato, semplificato. Chi dice che la causa è la crisi si inserisce nell’ordine delle giustificazioni a posteriori. “La criminalità è entrata nel Veneto perché c’è la crisi”: non è vero. Intanto perché c’era anche prima. Poi la crisi può aver accelerato, appunto, ma non è la causa. Per molte di queste aziende le difficoltà sono precedenti alla crisi. Cioè, una parte del fenomeno avviene per questo: ci sono imprese che hanno avuto negli anni prestiti dalle banche in maniera assolutamente sproporzionata e smisurata (alla faccia della leggenda che sono le banche che non concedono il credito) con imprenditori che non sapevano fare gli imprenditori e sono stati tenuti in piedi dal sistema bancario. Gente che si faceva le banchette per farsi prestare i soldi. La vicenda Veneto Banca di Montebelluna è un caso di questo tipo, così come le varie banche di Credito Cooperativo dei vari territori. E non è stata la crisi a mandare in tilt questo sistema, ma le nuove regole bancarie, che hanno imposto alcuni parametri. A quel punto le banche vanno in difficoltà, gli scoperti vengono classificati in modo diverso e gli istituti stringono il credito. Tutto questo fa emergere alcune operazioni spericolate che portano alla luce anche la presenza delle organizzazioni criminali.

Quanto incidono, nella comprensione di queste dinamiche, i ritardi nella gestione dei reati legati alla criminalità organizzata?

Incidono. Ma si tenga conto che alcune procure si stanno organizzando. Così come per i prefetti, quando in procura si insediano magistrati che, o per esperienza professionale o per formazione, hanno una attenzione particolare per questi fenomeni, la differenza si vede. Faccio un esempio. A Padova il nuovo procuratore capo ha provato a organizzare (questo lo leggiamo dai giornali) la procura in modo un po’ più specialistico su alcuni reati. E iniziano a vedersi alcune cose, in particolare in relazione alla corruzione. Ci sono prefetture che stanno lavorando in questi termini, e iniziano a vedersi alcuni segnali. Non so perché prima non si facessero queste attività. In molti casi io credo che dipenda proprio dalla formazione delle persone.

A proposito delle prefetture. Qual è l’apporto che queste potrebbero fornire all’attività di contrasto?

Le prefetture avrebbero uno strumento straordinario, se applicato in modo corretto, che sono le interdittive. Oggetto di grande discussione, la legislazione italiana è una delle più avanzate d’Europa. Io su questo punto farei saltare alcuni luoghi comuni: l’Europa tiene in alta considerazione il sistema delle norme di prevenzione, e lo sta estendendo. L’interdittiva è stata applicata talvolta in modi davvero efficaci: un prefetto chiama la polizia, i carabinieri e la guardia di finanza e organizza in modo sistematico, gestendoli in prima persona, i controlli e gli accessi ai cantieri. Ogni volta che trova qualcosa, trasmette a chi di competenza. Poi, se lo valuta necessario, emette l’interdittiva, Altrimenti no. Uno strumento di lavoro che si potrebbe applicare in parallelo all’attività giudiziaria è poi il sequestro preventivo. Altro grande tema. Inizia a essere applicato abbastanza, è uno strumento che si sta progressivamente affermando, perché l’ultima riforma normativa è del 2011 e lo strumento nuovo va sempre un po’ digerito. Ho l’impressione che alcune procure lo usino in modo preciso, con grande competenza, altre in modo un po’ superficiale.

Quali sono gli effetti dei ritardi e delle negligenze di cui ci ha parlato? È possibile rintracciare la genesi dell’intreccio tra tessuto economico e criminalità organizzata nel territorio veneto?

Una riflessione che ci aiuta a capire è stata avanzata, mi pare, nell’ultimo lavoro del sociologo Rocco Sciarrone sulle presenze mafiose al nord, dove si cita la relazione della Commissione antimafia del 1994 sulle presenze criminali in Veneto. Ecco, in quella relazione c’è la fotografia di un fenomeno che stava già accadendo e che è stato ignorato, sottovalutato, quasi lasciato lì perché potesse andare avanti. In questi vent’anni cos’è successo? È successo che quel fenomeno ha prodotto degli effetti, proprio perché c’era già, e non è stato contrastato (anche con colpevoli disattenzioni generali). Uno dei principali effetti è che il sistema economico è stato condizionato da quei capitali, che sono arrivati nei primi anni ’90. L’impressione è che, se in seguito alla stagione stragista c’è stata un’attenzione particolare, a un certo punto c’è stata una specie di normalizzazione. Che non è la trattativa, io non sono per questo genere di spiegazioni. Io proporrei una lettura molto più semplice: aggredito sul piano criminale il fenomeno, per un po’ alcune cose non si sono più guardate, c’è stato un disinteresse. Però quei soldi sono arrivati e hanno influenzato significativamente il sistema economico. Questo vale molto per il veneziano, la zona termale padovana, il Garda e il litorale veneziano. Secondo alcuni, anche l’area dolomitica è stata interessata da operazioni di questo tipo. In tutti questi territori i capitali sono arrivati e hanno condizionato diverse imprese. L’operatività delle mafie c’è stata.