La storia è vecchia. La ripesco perchè me ne sono accorto solo ora e perchè non tutto fili completamente e sempre liscio per i soliti noti.

No Mose no party” s’intitola il pezzo (scritto il 13 giugno 2014 per il Foglio, all’indomani degli arresti per il Mose) firmato del famoso giornalista Enrico Cisnetto in cui sottolinea, tra le altre cose, che la corruzione è figlia della complicazione delle leggi e dei regolamenti. “Meno passaggi, meno regole e meno controlli uguale minor corruzione”   e che le infrastrutture sono strategiche per il paese e che solo gli “ambientalisti khomenisti” vorrebbero buttare a mare il Mose.

Opinioni legittime, ovviamente (e molto gettonate). Cisnetto non dice che la sua società di comunicazione ha avuto un contratto da 200.000 euro (duecentomila euro) dal Consorzio Venezia Nuova per curare la comunicazione (il consorzio contava su un ufficio stampa di 18 – diciotto – persone) rescisso dai commissari l’anno scorso.  Quando scriveva il pezzo era ancora sotto contratto con il Consorzio Venezia Nuova: forse dichiararlo sarebbe stato utile per orientarsi nella lettura.

Cisnetto offre una spiegazione semplice e un po’ semplicistica (proposta in primis da Carlo Nordio): troppi vincoli inducono a pagare per poter svincolarsi. Peccato che il Mose con questa spiegazione non c’entri proprio nulla. Il Consorzio non ha sofferto per troppi vincoli: ha avuto delle leggi fatte su misura per permettere la continuazione del saccheggio e dei politici e dei funzionari (e dei giornalisti) proni al loro servizio.

Di semplificazione e deroghe in questo caso ce ne sono state fin troppe. Deroghe che hanno consentito che un gruppo di imprese amministrasse denaro pubblico pagando (corrompendo?) giornalisti e scienziati per convincerli della bontà del progetto Mose.

Si, è una storia vecchia, ma si ripeterà. Le madri dei Cisnetto sono sempre incinta.