Che cosa ci dice di nuovo l’annuale rapporto della magistratura antimafia (Dna) sul Veneto?

Non molto, a dire il vero, ma non ci sembra un esercizio inutile ripercorrere alcuni punti salienti delle parti del rapporto dedicate alla nostra regione (e comunque il punto h, un tantinello oscuro, sembra interessante).

a) Sulla presenza della ‘ndrangheta in Veneto non ci sono più equivoci. Pochi anni fa la Dna evocò la spartizione tra camorra e ‘ndrangheta del nord Italia con l’assegnazione ai campani del Veneto. Questa tesi – suggestiva, a voler esser cauti – serviva a spiegare la mancanza di elementi di riscontro sulla presenza ‘ndranghetista nella nostra regione. Da un paio d’anni il registro è cambiato e, quest’anno, viene sottolineata la “presenza, sempre più massiccia ed incisiva, sia quantitativamente che qualitativamente, della“ndrangheta” in praticamente tutte le regioni del centro-nord, atteso che, accanto alle storiche presenze in Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna e Lazio, sono attestate con chiarezza cellule solidamente impiantate in Liguria, Umbria, Veneto, e Marche”. Insomma ora la presenza della criminalità calabrese si vede “con chiarezza”.

b) In particolare i gruppi criminali operanti in Veneto provengono, secondo l’analisi della Dna, dal crotonese e dal lamentino. Meno marcata l’attività della ‘ndrangheta reggina (ma comunque presente) e questo dato confermerebbe la tesi del magistrato Roberto Pennisi che da qualche anno avanza l’idea di una seconda ‘ndrangheta – meno strutturata e più fluida di quella reggina operante in Lombardia e svelata dalle inchieste Infinito e Crimine – attiva tra il Veneto, l’Emilia e la provincia di Brescia.

c) Grande rilievo viene dato nella relazione all’attività legate al traffico dei rifiuti segnalando problemi – a dire il vero già sottolineato dall’Osservatorio ambiente e legalità nel dossier “Scoasse” (qui) – “nelle filiere economiche che vanno dall’energia – con il rischio che gli impianti a biogas vengano utilizzati per lo smaltimento – all’agricoltura – dove i rifiuti possono trasformarsi in fertilizzanti –, dalle cave alle infrastrutture stradali”. In questo business “si sono registrati anche episodi di corruzione (………), di riciclaggio di denaro sporco e di collusione con persone legate al mondo della criminalità organizzata, in primis della camorra campana”.

d) Il protagonismo criminale viene valutato come “sempre più stabile e diffuso, sebbene con connotazioni diverse da quelle delle regioni di provenienza”. Sarebbe la crisi il fattore scatenante questo protagonismo, infatti la “capillare presenza di piccole e medie imprese (…) possono essere “aggredite”, in relazione al protratto periodo di crisi economica, attraverso il forzato subentro da parte di soggetti dotati di capitali illeciti e disponibilità finanziarie dall’origine oscura (a scopo di investimento o riciclaggio)”. I comparti soggetti al reinvestimento di capitali sarebbero: gli appalti pubblici, la cantieristica navale, le società di intermediazione finanziaria, il comparto dell’edilizia. Oltre “all’intestazione formale di beni a soggetti individuati quali meri prestanome” è stata individuata una altra strategia dei gruppi criminali che sarebbe quella di “rilevare attività economiche esistenti per inserirsi in taluni specifici comparti del mercato legale” coinvolgendo soggetti con la fedina penale immacolata

e) Malgrado nella relazione si insista su come i gruppi criminali “assumono la forma di terminali di investimento e gestione del denaro, più che di organizzazioni mafiose classiche”, i gruppi di camorra presenti nel Veneto orientale “sarebbero stati protagonisti di “comportamenti minacciosi tipici di determinati ambienti malavitosi” e (…) sono stati segnalati quali autori di risse nella zona del sandonatese. Inoltre “nel medesimo contesto ambientale risultano essersi verificati alcuni incendi, in particolare nella zona di Eraclea, ai danni di imprenditori con i quali i predetti avevano intrattenuto rapporti di lavoro”. Si tratta dell’unica citazione riguardante la camorra che troviamo nella parte della relazione dedicata al Veneto, per il resto focalizzata sulla criminalità calabrese (e quella straniera che in questo contesto non ci interessa analizzare). Non vogliamo peccare di presunzione segnalando il dossier (“vecchio” ormai di tre anni) dell’Osservatorio ambiente e legalità sulla camorra nel Veneto orientale (qui).

f) grande enfasi viene data all’inchiesta “Andromeda” che portò all’arresto, nel maggio 2015, dell’imprenditore Saverio De Martino, originario di Lamezia, ma residente al Lido di Venezia fin dagli anni ’90, ritenuto strettamente legato al capo cosca Vincenzino Iannazzo (in occasione della contestuale perquisizione è stata rinvenuta una cospicua somma di danaro in contanti). Come fanno notare i magistrati della Dna “il De Martino, figura molto nota al Lido di Venezia, è riuscito ad inserirsi rapidamente nel contesto economico, sociale e politico del territorio veneto attraverso l’esecuzione di lavori nel settore edile e dell’intermediazione immobiliare e mediante la gestione di attività commerciali di considerevole spessore economico”. Il figlio di Saverio, Antonio, è stato attivo in politica raccogliendo un consistente pacchetto di tessere  dell’Udc che a Venezia fa riferimento al politico di lungo corso Ugo Bergamo. Come segnalano gli stessi magistrati, “va precisato (….) che l’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di Saverio De Martino è stata annullata dal Tribunale del Riesame di Catanzaro con conseguente scarcerazione dell’indagato”. Da appuntare a margine: il gruppo che fa capo a De Martino ha messo a segno, nell’autunno dell’anno scorso, un’importante operazione immobiliare con l’acquisto della grande sede delle Suore Elisabettine al Lido di Venezia che diverrà, nelle intenzioni degli acquirenti, una Casa di riposo e centro sanitario con poliambulatori e centro di chirurgia estetica.

g) la ‘ndrangheta reggina è emersa in due vicende segnalate dal rapporto: “gli acclarati rapporti molto stretti tra la ditta “Rossato Fortunato S.R.L.” di Pianiga (VE)” operante nel settore dei rifiuti e la cosca degli Alampi di Reggio Calabria e l’arresto, nell’ottobre 2014, “di 13 imprenditori accusati di associazione per delinquere di tipo mafioso, riciclaggio, trasferimento fraudolento di valori, contrabbando e frode fiscale attraverso l’utilizzo e l’emissione di fatture fittizie, tutti delitti aggravati dalla modalità mafiosa, attesa l’acclarata organicità di tali imprenditori nella cosca Pesce di Rosarno”. Anche nel caso della società Rossato occorre segnalare, come fanno i magistrati antimafia, “come a conferma del contesto sostanzialmente mafioso in cui si inquadrano detti eventi, che presso l’impianto di stoccaggio e trattamento di rifiuti della predetta RAMM S.r.l., il 1° gennaio 2013, vi fu un incendio di vaste proporzioni per il quale si sospettò la matrice dolosa; tale episodio fu seguito, nella notte tra il 14 ed il 15 maggio 2014, da un ulteriore tentativo di incendio doloso di un camion parcheggiato nel piazzale aziendale, che la mattina seguente venne riscontrato con evidenti segni di bruciatura anche se le fiamme non attecchirono”.

h) Riportiamo poi un passaggio, non chiarissimo, ma che sembrerebbe molto interessante: “nell’ambito delle procedure relative al rilascio delle comunicazioni/informazioni antimafia sono emersi profili di criticità, in relazione al coinvolgimento di società in inchieste giudiziarie, anche di rilievo nazionale, relative a collaudate forme di condizionamento per l’assegnazione di pubblici appalti ovvero rischi di infiltrazioni mafiose in consorzi temporanei di imprese, saliti alla ribalta poiché oggetto di indagini per condotte illecite e legami con la criminalità organizzata”.

i) La relazione cita altri episodi come “la serie di perquisizioni a carico di vari soggetti gravitanti nella sfera “professionale” e di influenza criminale del boss mafioso Galatolo Vito, domiciliato dal 2012 a Mestre e ritenuto esponente di spicco della famiglia mafiosa dell’Acquasanta di Palermo (poi divenuto collaboratore di giustizia)”. O “gli elementi emersi nell’ambito dell’operazione convenzionalmente denominata “Aemilia”, coordinata dalla DDA di Bologna, che ha riguardato anche il territorio veronese. “La società “Faecase S.r.l.” di Caorle (VE), operante nel settore edilizio ed immobiliare che “era stata scelta per svolgere il ruolo di società capofila nell’ambito di un progetto immobiliare/industriale gestito dalla ‘ndrangheta e, in particolare, da sodalizi operanti in Cutro (KR) e in Emilia Romagna”.