L’annunciato dibattito su Felice Maniero che si terrà il 30 gennaio a Jesolo nell’ambito della mostra “serial killer” (vedi qui) ha potuto godere della gratuita pubblicità dello stesso Maniero che, concedendo un’intervista ad un giornalista del gruppo Finegil/Espresso, polemizza con il dibattito ed in particolare con una delle relatrici a suo dire non abbastanza accreditata per discutere pubblicamente della sua figura (qui).

Qualche breve considerazione sul caso:

  1. Felice Maniero non può, ovviamente, permettersi di sindacare chi possa essere l’esperto in grado di scandagliare la sua figura. L’ex boss porta sulla coscienza centinaia di vite stroncate dall’eroina dalla sua organizzazione importata e smerciata in mezzo Veneto ed è stato autore e mandante di svariati omicidi e violenze. E’ un pessimo spettacolo vedere un criminale ergersi a giudice del dibattito pubblico, ma sta nella coscienza di chi dirige il mezzo d’informazione – in questo caso la direttrice dei giornali il Mattino/la Nuova/ la Tribuna – metterlo in scena o meno.
  2. Il dibattito si terrà a Jesolo nel contesto della mostra “serial killer” : “una vera e propria esperienza, un contatto diretto tra Vittima e Carnefice […]. La prima parte della mostra vi farà vivere una vera esperienza nelle scene dei delitti” si legge nelal presentazione della manifestazione. Un’esposizione che, è facile intendere, gioca sulla spettacolarizzazione del delitto. Che cosa c’entri una figura come quella di Maniero in quel contesto rimane, questo si, un mistero.  
  3. La spettacolarizzazione del delitto esige la rimozione di tutti quegli elementi (noiosissimi) di analisi del contesto – economico e sociale – all’interno dei quali i delitti avvengono. In scena deve presentarsi un prodotto semplicato, dai tratti forti, di fronte al quale è possibile ragionare per coppie duali: buono/cattivo, vittime/carnefici. E’ utile ragionare in questo modo per comprendere il fenomeno della mafia del Brenta?
  4. Sono passati vent’anni dalle rivelazioni di Maniero che hanno portato allo smantellamento della sua organizzazione: siamo sicuri che sia così utile parlarne così insistentemente? Continuare a parlare della banda Maniero – un fenomeno morto e sepolto – sta forse impendendo di discutere ed analizzare l’attuale realtà criminale di questa regione? In altri termini: il passato – e la sua continua mobilitazione nel dibattito pubblico – si sta divorando il presente e il futuro?
  5.  Detto questo, cercare di capire che cos’è stata quell’esperienza in realtà può essere utile a patto che non la si neutralizzi e semplifichi analizzando per quanto è possibile, ad esempio, quali siano state le connivenze e le alleanze, nella classe imprenditoriale veneta, su cui l’organizzazione di Maniero potè contare soprattutto nel riciclaggio del patrimonio accumulato.

Per una questione di decenza non può essere Maniero a scegliersi gli esperti adatti a discutere delle sue gesta, ma possiamo essere noi a scegliere gli elementi del passato – operazione comunque arbitraria – che possano esserci d’aiuto nel presente (e non per mettere in scena spettacoli).

“La memoria, alla quale attinge la storia, che a sua volta la alimenta, – scriveva Le Goff  (qui) -mira a salvare il passato soltanto per servire al presente al futuro. Si deve fare in modo che la memoria collettiva serva alla liberazione, e non all’asservimento, degli uomini”.