L’ambigua omertà

Se omertà è la parola chiave occorre guardare dentro a questo termine così evocativo e capire di cosa parliamo. Per anni le popolazioni del sud Italia sono state stigmatizzate come “omertose” e quindi in qualche modo come complici delle strategie mafiose. In realtà molto spesso si trattava, e in alcuni territori ancora si tratta, di comprensibile e condivisibile paura. A nessun cittadino si dovrebbe chiedere di essere un eroe e non c’è nulla di sbagliato nel cercare di portare a casa la pelle e proteggere quella dei propri famigliari. La condanna morale di “omertà” ha aggrovigliato in unica matassa: la mafia, le “culture” del sud, lo sottosviluppo. Un tutt’uno indistinguibile che non ci ha aiuta a capire. Anche qui al nord sarebbe bene distinguere.

Abbiamo visto all’opera i fratelli Bolognino – protagonisti dell’inchiesta madre di cui quella di ieri è figlia –, e il loro uso calcolato, ma non per questo moderato della violenza. Una violenza che è prima di colpire i corpi “attraverso l’angoscia mina l’integrità della persona – come ci ricorda la studiosa Renate Siebert – corrode identità individuali e collettive basate su diritti e doveri ben delimitati e garantiti”. Le parole di Stefano Venturin, l’imprenditore trevigiano sequestrato e picchiato dei fratelli Bolognino, trasudano angoscia per un’avventura che non avrebbe mai immaginato di dover sperimentare.

D’altronde dietro l’omertà si possono anche intravedere atteggiamenti di collusione legati ad una comunanza d’interessi. La violenza della mafia non è solo distruttiva ma rappresenta un modo per crearsi una reputazione, uno spazio nel mercato, una certa credibilità. Il logo mafioso – ripetutamente utilizzato da Mangone con la sua vittima: “Io sono calabrese, io non vado vie legali…noi siamo quelli che tagliamo le gambe…” – è un’assicurazione della propria capacità di convincimento.

L’organizzazione che faceva capo a Grande Aracri – minata o corrosa dalla maxi inchiesta Aemilia della procura bolognese – non nasce nel “barbarico e arretrato” sud, ma deve molte delle sue fortune e della sua crescita alla civilissima Emilia Romagna. La cosca nasce infatti quasi contemporaneamente, la differenza è di pochi anni, a Cutro come a Reggio Emilia. Ed è qui al nord che i mafiosi apprendono dagli imprenditori del nord la pratica delle false fatturazioni, una proposta a somma positiva che accontenta l’imprenditore mafioso come quello veneto o emiliano e consente di aprire fruttuosi canali di comunicazione. E’ una mafia del nord non una mafia al nord. Cresce e si struttura condividendo pratiche e culture imprenditoriali di questi territori. L’organizzazione di Grande Aracri ha addentellati anche in Veneto, una terra dove l’azione repressiva sembrava meno incisiva, e qui coltivando interessi nel settore dell’autotrasporto e dell’edilizia trova la possibilità di agire all’interno di un’area grigia di collusioni d’interessi: la gestione del nero dell’evasione fiscale, la gestione dei rifiuti, la somministrazione di manodopera disciplinata e poco onerosa. E soprattutto una girandola di fatturazioni false come attesta anche l’ultima inchiesta .

Il coinvolgimento di un notaio nell’inchiesta di ieri è un segnale importante: certificherebbe, se per qualcuno ce ne fosse il bisogno, quello che viene denunciato da anni e cioè il ruolo cardine dei professionisti nell’agevolare, fluidificare e formalmente legalizzare gli affari della dark economy.

D’altronde segna la capacità investigativa della magistratura veneta di guardare non solo alle gesta dei criminali, ma anche alle pratiche, collusive e decisive, dei professionisti che in questo caso, dettaglio non scontato, sono anche pubblici ufficiali. Ricordiamo come nell’inchiesta Aspide che riguardava un gruppo di campani attivo in Veneto tra il 2010 e il 2011, un ruolo chiave per l’operatività del gruppo fu rivestito da un notaio rodigino, in realtà mai indagato. Le mafie crescono condividendo con altri soggetti regole informali e pratiche spericolate. Chiamiamola omertà, se volete, ma seguitiamo a distinguere tra collusioni, ignavia e condivisibili paure.

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