Avete presente l’emergenza rifiuti a Napoli con i cumuli di monnezza che straripavano nelle strade? Bene, a curare il ciclo dei rifiuti urbani a Napoli era «Enerambiente», società della famiglia Gavioli di Mogliano Veneto. Enermabiente ha avuto delle responsabilità precise in quel collasso, come ha messo nero su bianco la procura napoletana. Stefano Gavioli, il patron, era stato indagato e poi arrestato per associazione per delinquere finalizzata alla corruzione, all’estorsione, al riciclaggio, bancarotta fraudolenta, falso in bilancio e ricorso abusivo al credito. Gavioli aveva trovato come spalla la banca del Veneziano, una banca di credito cooperativo. Secondo l’accusa la banca erogò 15 milioni ad «Enerambiente», già in crisi, senza garanzie. Per questo, nel marzo del 2013, la banca del Veneziano venne commissariata da Bankitalia e dal ministero dell’Economia.

In questo caso sono emerse condotte criminali, che sono al vaglio della magistratura. Ma altri casi di “ordinaria” malagestione si sono succeduti in questi anni: nell’aprile 2013 la Banca d’Italia ha disposto l’azzeramento del consiglio d’amministrazione e il conseguente commissariamento della BCC Euganea di Ospedaletto Euganeo, nell’agosto 2014 il Credito Trevigiano è stato posto in regime di amministrazione straordinaria da parte della Banca d’Italia per gravi irregolarità e violazioni normative che avevano determinato rettifiche dei crediti per un valore doppio del ricavo della banca stessa. La Banca di Credito Cooperativo di Campodarsego è in regime di amministrazione straordinaria e sta affrontando perdite e sofferenze per oltre 100 milioni di euro. Sono in corso indagini sulla gestione della Banca Atestina per alcuni finanziamenti, erogati a condizioni di favore ad almeno 13 clienti, che hanno comportato sofferenze patrimoniali.

L’elenco lo desumiamo dall’interrogazione parlamentare promossa da Alessandro Naccarato, del Pd. All’ombra del grande scandalo della banca popolare di Vicenza, e – con caratteristiche per molti aspetti diversi – di Veneto Banca, sono nate in questi anni numerosi casi di malagestione del credito.

Credito che ha rappresentato in questi anni di crisi un dramma per migliaia di piccole imprese. In Veneto in particolare, perché qui il turn over delle imprese è più sostenuto e perché la struttura economica delle piccole imprese è più gracile e più intenso il bisogno di credito. In tutte queste situazioni quello a cui abbiamo assistito è sostanzialmente un modus operandi per cui accede al credito chi fa parte del giro ristretto delle conoscenze e delle aderenze. Chi non ha potuto accedere al sistema si è rivolto a circuito paralleli, alle volte controllati dalla criminalità organizzata. Il sottoscritto ha incontrato un imprenditore a cui la banca rifiutò 2500 euro di credito (impresa solida e di lungo corso) ed ha scelto di rivolgersi alla finanziaria Aspide (vedi qui), con esiti tragici.

Per quanto riguarda le due popolari venete emerge come abbiano costruito un sistema di scambio grazie al quale veniva erogato credito a chi sottoscriveva a prezzi gonfiati le azioni della banca. Azioni che una volta sgonfiate hanno distrutto ricchezza per una valore che oscilla tra i 5 e i 7 miliardi di euro. Non per tutti, perché per i privilegiati dal “sistema” come rivela l’Espresso di questa settimana – la banca vicentina ha offerto la possibilità di disfarsi in tempo delle azioni taroccate.

In questo sistema hanno potuto far capolino pratiche di pura criminalità economica, come quelle di cui è accusato dalla procura napoletana e da quella di Catanzaro Stefano Gavioli. Come ha opportunamente segnalato Naccarato nella sua interrogazione “stanno emergendo aspetti gravissimi nella gestione di molti istituti come le false fatturazioni attraverso società e professionisti compiacenti, le cosiddette «società cartiere»; tale tecnica è spesso utilizzata per evadere il fisco e per riciclare denaro proveniente da attività illecite ed è utilizzata anche da soggetti collegati alla criminalità organizzata di stampo mafioso per stabilire rapporti con istituti di credito e imprese sempre con l’obiettivo di riciclare proventi di reati e per rafforzare la propria presenza nel tessuto economico dell’Italia centro-settentrionale”.

Le banche piccole – popolari o del credito cooperativo – sono state chiamate “banche del territorio”, cioè banche che a differenza dei grandi istituti finanziari che operano in modo standardizzato, conoscono e riflettono le dinamiche specifiche di un contesto economico. Su questo è stata costruita una narrazione e anche delle proposte politiche (vedi qui). Ma le dinamiche territoriali, come abbiamo potuto vedere, non sempre sono limpide, trasparenti ed inclusive. L’informalità, l’intreccio con i poteri locali – il sindaco che è anche presidente della banca come in questo caso, tanto per dire -, le pratiche collusive e, a volte, criminali attraversano e si radicano nei territori. Anche grazie ai servigi di una banca.