Oggi arriva in libreria il nuovo romanzo di Massimo Carlotto, “Per tutto l’oro del mondo” (vedi qui). Incontreremo di nuovo l’Alligatore, Max la Memoria e Beniamino. E incontreremo il nordest. Nell’occasione incollo di seguito l’intervista fatta a Massimo Carlotto, uscita su Carta del novembre 2009. Allora usciva, splendido, “L’amore del bandito”.

Incontriamo Massimo Carlotto nella sua casa di Padova in uno scorcio di pausa tra un presentazione e l’altra, in giro per l’Italia, del suo nuovo romanzo, L’amore del bandito.

Perché, dopo quasi 8 anni, è tornato l’Alligatore?

Perché ho trovato la storia giusta, una storia molto importante che nasce dal grande mistero di Padova: il furto di una grossa quantità di droga, nel 2004, all’interno dell’Istituto di medicina legale. Un furto apparentemente misterioso..

Una storia per altro vera…

Assolutamente vera. A quando si dice in certi ambienti è droga che non è mai stata spacciata nel territorio, ma altrove. E’ stato l’espediente per raccontare la ristrutturazione mafiosa del nostro territorio. Dal punto di vista del romanzo ho voluto fare una riflessione sulla figura del personaggio seriale, non ho voluto seguire la tradizione americana dove il personaggio rimane sempre uguale a se stesso, impedendo così di utilizzarlo come strumento per analizzare la società. Ho voluto far invecchiare i personaggi per meglio collocarli nel loro tempo e nel loro territorio.

Com’è invecchiato l’Alligatore?

Sono passati 7 anni ed ha sempre più difficoltà ad avere cittadinanza in questo territorio. E per me questa è una metafora della difficoltà della gente di viverci in questo territorio. Un luogo dove si deteriorano le relazioni tra le persone, che diventa sempre più violento, sempre più controllato, sempre inquinato. Avevo la necessità di collocare i miei personaggi in questo tipo di situazione.

I tuoi personaggi, in effetti, sembrano degli «stranieri in patria», l’alligatore si sente «clandestino nella sua città».

Secondo me è quello che vive la gente. Gli stravolgimenti urbanistici fanno sì che tu riconosca   sempre meno i luoghi dove vivi. E poi domina una cultura dell’odio e della paura che rende invivibili i luoghi: è un approccio va combattuto.

Ritorna infatti il tema dell’impegno politico. Si apre questo squarcio con Max la memoria che, nel romanzo, scopre i movimenti locali. Ma è sempre la stessa rivoluzione?

No, è molto diversa. Molto più importante, non più ideologica come negli anni ’70. Qui si gioca una partita molto più grossa, ma anche più reale perché è situata nell’immediatezza della quotidianità del cambiamento. Non c’è più tempo da perdere, alle spalle non abbiamo più ponti per tornare indietro, rispetto a questo mondo a questo sistema di produzione. Max la memoria fa una scelta molto precisa e in qualche modo più appagante dal punto di vista personale, ma sicuramente complicata. Durante le presentazioni del libro questa è la questione che più vine dibattuta e che più ha colpito il lettore. Tutti chiedono il perché e quando ripropongo nel dibattito la questione e il senso della comunità, tutti rimangono molto colpiti.

E’ la prima volta che mi capita, in un romanzo che parla di mafie e di criminalità, di ritagliare uno spazio per una dimensione come questa e il motivo è perché, scrivendo questo romanzo, ho cambiato la mia concezione. Abbiamo sempre dato per scontato l’ineluttabilità dei meccanismo criminali, il loro trionfo. Invece in questo romanzo la ribellione contro il crimine e contro un modo di vivere che ti opprime, diviene fondamentale.

Parli della ribellione perché ne hai percepito l’urgenza, ma, in qualche modo, anche la possibilità?

Si, quando mi sono reso conto che c’era questa realtà all’interno del territorio, questi tentativi di bloccare e di impedire alcuni meccanismi speculativi. Sono tentativi che vanno ad asciugare l’acqua dove nuota il pesce della criminalità. Opponendosi a progetti che hanno a che fare con il territorio comunque ti opponi in maniera significativa all’infiltrarsi della criminalità all’interno del tessuto sociale.

Una conseguenza delle connessioni tra economia legale ed illegale è che non si riesca a capire nulla di una senza comprendere l’altra.

E’ paradigmatica una storia su questo: un paio d’anni fa furono scoperti 28 laboratori clandestini, in giro per il territorio, dove venivano confezionati, da parte di cinesi in stato di semischiavitù, jeans la cui tela veniva prodotta di giorno in una ditta e usciva la notte per essere cucita nei laboratori, la mattina rientrava in ditta per il timbro. L’aspetto che è stato trascurato nella vicenda è che questi laboratori erano gestiti dalla mafia croata. Tutta l’economia del nordest si è sempre sviluppata su questa commistione. Il fenomeno si è ramificato negli anni e oggi investe le banche e investe moltissime aziende. Qui, fanno affari anche le mafie del sud, i catanesi, ad esempio, investono molto nel settore immobiliare. Questo è un territorio profondamente innervato dalle strutture criminali mafiose. Da un lato c’è una presenza con le attività classiche (prostituzione, droga, sofisticazione dei cibi, dei medicinali ecc…) e poi hai l’aspetto decisivo: i legami con ambienti imprenditoriali, finanziari e politici che ti premettono di per poter riciclare il denaro.

Di tutto questo non si parla, è una sorta di tabù..

Sta succedendo qualcosa di molto grave dal punto di vista dell’informazione. La connessione tra economia legale ed illegale è così importante che assistiamo ad una scelta precisa perché non se non se parli. Non si parla più della mafia siciliana, siamo rimasti ancora all’immagine, arcaica e perdente, dei pizzini e dei Corleonosi. In realtà parlare oggi della mafia significa parlare del Ponte e, quindi, del più grande affare mafioso di questi decenni e di uno scontro in atto, ancora senza morti, tra ndrangheta calabrese e mafia siciliana. Nessuno parla più di mafie perché le mafie sostengono la nostra economia in modo preciso. Secondo le Nazioni unite l’area del Mediterraneo è area di riciclaggio e l’Italia è una paese in cui si ricicla moltissimo.

Non si parla di mafia e di che cosa si parla?

In questo paese si parla in maniera ossessiva di delitti. Questo non è un fenomeno casuale. La televisione si è impadronita del meccanismo che stava alla base del romanzo poliziesco: calmare le ansie di morte delle persone, reificando la morte, facendone oggetto di indagine. E’ un meccanismo consolatorio: le indagini, specie se «scientifiche», e la cattura dell’assassino ristabiliscono l’ordine infranto, trionfano i buoni, lo stato.

Il tuo libro, più profondamente degli altri, rompe questo schema consolatorio

E’ il genere del noir mediterraneo, in cui mi riconosco, che rompe questo schema, creando un rapporto conflittuale tra autore e lettore, in cui non solo non lo consoli ma gli rompi le scatole aprendoli squarci di realtà non piacevoli. C’è una frattura verticale nel mondo del romanzo poliziesco: la stragrande maggioranza degli autori ha deciso di tornare ad un ottima letteratura d’intrattenimento e di saltare questo discorso.

Mi sembra comunque che vi sia una tendenza del romanzo italiano a tornare nel territorio, per cui le modificazioni del paesaggio diventano qualcosa di più della cornice, ma un fattore performante della storia.

Nel poliziesco italiano il luogo è diventato un personaggio, e questo l’ha reso particolare tant’è che viene tradotto all’estero perché ritenuto interessante. Un autore secondo me lavora in modo straordinario nella descrizione dei luoghi, facendone appunto dei personaggi è un altro nordestino, Fulvio Ervas che segue una dimensione classica del romanzo giallo ma introducendo elementi importanti dal punto di vista del territorio

Dalle presentazioni che fa cosa emerge?

Bè, intanto la felicità che sia tornato un personaggio seriale. Poi c’è da dire che in Italia assistiamo ad un fenomeno unico:il rapporto diretto tra autori e lettori saltando ogni tipo di mediazioni. I tuoi lettori ti usano come strumento per leggere al realtà, invitandoti ad occuparti di questo o di quello. Attorno al mio lavoro si è creata una comunità, le persone si incontrano e svolgono attività, diffondono messaggi, rispetto ad Emergency o i comitati locali. Sono convinto che questa forma letteraria serva anche a mettere insieme le persone che poi si attivano sulle diverse cose.