Parliamo di uno snodo vitale per il passaggio dei turisti verso Venezia: governare quello snodo – «scoraggiando» la concorrenza – significa estrarre la ricchezza dei flussi di cui Venezia gode. Ed è quello che le organizzazioni criminali hanno sempre fatto: parassitare l’economia presidiandone i passaggi fondamentali e traendo guadagni da quel presidio. Le mafie hanno sempre dimostrato grande interesse per il controllo dei flussi – pensiamo al porto di Gioia Tauro o ai mercati generali come quello di Fondi o di Milano – e scarsa propensione per la produzione. Le mafie prediligono il monopolio e il Tronchetto, piattaforma di arrivo dei flussi turistici che vengono «incanalati» verso Venezia, è da questo di vista perfetto.

Tanto più che da anni rappresenta un terreno di caccia per una criminalità autoctona che si è specializzata nell’esercitare un monopolio ferreo – grazie all’utilizzo di minacce e violenza – sulla gestione del trasporto dei turisti e a collegarsi con una rete d’affari fatta di alberghi e negozi che del governo di quel flusso beneficiava.

Le recenti minacce rivolte a Gianfranco Bettin – che ha ancora una volta alzato la voce per denunciare lo scandalo di quella realtà – rivelano, più che l’arroganza, quanto questi personaggi siano stati abituati a lavorare (quasi) impuniti e disabituati a subire pubbliche denunce delle loro malefatte.

Cosa nostra, il cui ruolo sta venendo alla luce dopo le recenti attività investigative, potrebbe aver fatto del Tronchetto un hub di una serie diversificata di attività formalmente legali ed illegali.

Non dimentichiamo che la moglie di Vito Galatolo – presunto affiliato a Cosa nostra arrestato nel giugno di quest’anno e dipendente di una cooperativa operante al Tronchetto – residente come il marito a Mestre, risultava dipendente di due ditte operanti nel settore dei rifiuti, e proprio i rifiuti sarebbero il campo d’interesse di Cosa nostra a Marghera, secondo un recente rapporto della Dna.

L’attività impunita di una criminalità autoctona ma organizzata, la possibilità di estrarre ricchezza grazie al monopolio ottenuto con l’uso della violenza, istituzioni screditate da corruzione diffusa, la complicità compiacente di chi desidera partecipare al saccheggio (senza sporcarsi le mani), rappresentano gli ingredienti perfetti per l’assalto del siculo-veneziano «mondo di mezzo».