«La vera carità cristiana si fa aiutando realmente, fattivamente, quotidianamente le persone in difficoltà, come fanno i nostri servizi sociali, e non permettendo loro di vivere di questue, talvolta forzose, di espedienti ai margini della società e della legalità».

A prima vista possono passare per parole di buon senso. Le ha vergate Massimo Bitonci rivolgendosi ai frati di sant’Antonio in una puntata della quotidiana polemica sulle politiche sull’accattonaggio (che preferiamo trattare come diversi punti di vista sulla questione della povertà) . A prima vista dicevamo, perché l’affermazione solleva alcune questioni non banali.

  1. I servizi sociali «fanno carità cristiana»? Ovviamente no. I dispositivi di welfare operano ispirati da un sistema di diritti che dovrebbero costituire la trama della convivenza. Non si riceve un pasto caldo perché il volontario è buono, ma perché la Repubblica assicura dei diritti compreso quello all’assistenza. In realtà assistiamo in questi anni alla sostituzione progressiva dei servizi pubblici con il mercato da una parte e con l’intervento “morale” (“aiutare gli ultimi” per citare uno slogan di successo di una recente campagna elettorale) dall’altra, riducendo la spesa sociale e sostenendo gli operatori privati. La riduzione dei trasferimenti a regioni e comuni, i tagli alla sanità, alla scuola e alla spesa sociale hanno messo in discussione principi costituzionali di pari opportunità ed uguaglianza e servizi essenziali realizzati e promossi in questi anni da istituzioni pubbliche e vari soggetti sociali. Le persone sono sempre più povere di diritti, sanno che quel che fino a ieri era accessibile oggi non lo è più.

  2. Risulta perlomeno «ardito» evocare l’impegno nell’aiuto ai poveri da parte dei servizi sociali del comune quando si è usato il welfare comunale – ed in particolare l’edilizia pubblica – come palestra per esercitare i propri disegni ideologici (vedasi il provvedimento annunciato sui punteggi per la graduatoria negli alloggi popolari riservati ai residenti a Padova negli ultimi 15 anni)

  3. La «povertà» trascina con sé un carico ideologico notevole. Dalla rivoluzione industriale in poi povero ha significato anche privo di di moralità, persona da rieducare alla disciplina del lavoro e della produzione [ a parer nostro le pagine migliori che raccontano questa storia qui]. Assistiamo in questi anni ad una rinascita di questa lettura moraleggiante: comprendere quando il povero sia meritevole o meno – «e relativi dispositivi di messa alla prova, esclusione ed espulsione; all’ombra di un dilagante moralismo» sottolinea lucida la sociologa Ota de Leonardis – della nostra assistenza è l’assillo dei responsabili di un welfare sempre più rabberciato e compassionevole. Il tutto rafforzato dalla retorica, mai sopita, di un volontariato da crocerossine, del «buono» che comunque fa del «bene».

  4. E’ di buon senso affermare come non ci sia un «diritto all’elemosina» – “diritto” che sottintende una trappola pericolosa: «amo i poveri perché sono buono, ti aiuto in quanto povero, ma devi rimanere tale» – ma semmai un diritto all’esistenza degna. La lotta al racket dell’elemosina è cosa buona e giusta, così come è buona e giusta la lotta allo spaccio di droga. Però si rischia d’incorrere – per comodità, cialtronaggine, scarsi mezzi e cattiva ideologia – nella stessa trappola: perseguitare lo spacciato, o il mendicante, più che lo spacciatore, o il gestore del racket.

  5. I «poveri» e la loro crescente visibilità segnalano potentemente i cambiamenti di una società nel suo insieme. La crescita economica di questi anni, di cui il nordest è stato protagonista, si dimostra «una modernizzazione regressiva – scrive Marco Revelli (qui) -, un processo di decostruzione di antiche risorse economiche, sociali, umane». Abbiamo raggiunto un benessere economico fuggevole da «centro commerciale», ci siamo convinti di essere diventati la settima potenza industriale e poggiavamo su un terreno scivoloso, «da linea di galleggiamento». I poveri sono sempre esistiti, a variare è il punto di vista con cui li si guarda – compassionevole, risentito, solidale – e il contesto sociale ed economico. In questo contesto economico il vero problema è che fasce sempre più estese della popolazione stanno scivolando nella povertà ed aumenta la diseguaglianza. Non sembrano esserci prospettive per i poveri: ciascuno si tiene faticosamente il suo, acquisito in altri tempi. La società è bloccata e declinante, conservatrice e rancorosa.

  6. La coesione sociale, ingrediente fondamentale del benessere economico di questi territori, scricchiola pesantemente. E non solo perché aumentano i poveri, ma perché le distanze tra questi e i «ricchi» aumentano. «Le nostre società si sono ‘allungate  tal punto – le distanze tra i primi e gli ultimi si sono fatte così ampie – che gli estremi sembrano appartenere  ormai a mondi separati inconfrontabili tra loro – scrive Marco Revelli – Comunque irriducibili al medesimo meccanismo di regolazione». Ed è la diseguaglianza e non il livello di ricchezza, il vero indicatore del benessere. Lo sostengono gli studiosi anglosassoni Richard Wilkinson e Kate Pickett con uno ponderoso studio pubblicato in Italia nel 2009 (qui) in cui si dimostra come «i problemi delle società benestanti non sono causati da un livello di ricchezza troppo basso [o magari troppo alto], bensì da disparità troppo pronunciate dei tenori di vita materiali dei membri della società. La diseguaglianza aumenta i problemi di autostima, d’insicurezza sociale ed è l’indicatore più affidabile di una società aspramente competitiva priva di garanzie e di meccanismi di redistribuzione e di tutela. Una delle conclusioni più interessanti di questo studio è che «la sperequazione dei redditi esercita un effetto comparabile su tutti i sottogruppi della popolazione tanto da paragonare la diseguaglianza ad un agente inquinante che contamina l’intera società». Una società diseguale peggiora la qualità della vita per tutti [l’invivibilità dei ghetti dorati, e militarizzati, sono una realtà nota qui].

  7. «Una delle più gravi forme di povertà è la mancanza di risorse per dar voce alla protesta, ovvero per esprimere il proprio punto di vista riuscendo a ottenere ascolto per le proprie richieste nei dibattiti politici che si svolgono all’interno di ogni società intorno alla questione del ricchezza e del benessere – racconta l’antropologo indiano Arjun Appudarai in un libro sui movimenti sociali degli abitanti degli slum di Mumbai (qui)– abbiamo la necessità di rafforzare la capacità dei poveri di esprimere la loro protesta soprattutto per modificare i termini del loro riconoscimento».

    Già perché anche i poveri possiedono un loro punto di vista e potrebbero dire la loro sulle politiche costruite sulla loro pelle. Pensare i destinatari delle politiche come soggetti e il welfare come dispositivo per redistribuire non tanto beni [che comunque l’Italia non redistribuisce destinando all’esclusione sociale 12,9 euro a persona contro i 558 dell’Olanda e i circa 130 della Francia], ma poteri [capacità, come scrive Amirtya Sen], potere di essere e di fare che si esprime con la pratica. Pratiche presenti nei movimenti di cui parla Appudarai. Movimenti che si mobilitano per fissare l’agenda degli interventi e stabilirne le modalità: sono loro a dire che cosa serve e farsene anche parzialmente carico. Promuovono iniziative per le ristrutturazioni degli alloggi, ad esempio, a cui partecipano con le loro competenze affinate in anni di sopravvivenza in condizioni difficili.

In questa città nel dare voce ai «poveri», più che le organizzazioni cattoliche, mi sembra si siano distinti altre aree e soggetti sociali (qui). La strada che stanno indicando con le loro pratiche ci sembra concreta e responsabile.

Teniamo pure le “braccia aperte” sapendo però che sono ben altre le braccia – e i forzieri di denari e di potere che custodiscono – che si dovranno aprire per aspirare ad una società meno diseguale (e con meno persone costrette all’accattonaggio).