La cosa migliore sarebbe che non tornasse tutto come prima. E’ compito nostro dare un significato e un senso a quello che accade – migliaia di sfollati, città e paesi allagati, proprietà distrutte -, e questa volta sarebbe bene che considerassimo le esondazioni di questi giorni come l’irruzione definitiva della realtà in un mondo, e in un modo di vivere, il nostro, insensato e irresponsabile e che il defluire delle acque non porti via con sé la coscienza del nostro limite e l’urgenza di un cambiamento. Dubitiamo che accada, ma sarebbe necessario.

Giorgio Massignan, presidente di Italia nostra di Verona, segnala il varo di un progetto di lottizzazione alle porte di Verona e a pochi metri dal fiume Adige: «undici fabbricati alti undici metri con una superficie coperta di 6.780 mq. per la residenza e di 2 fabbricati di 11 metri con una cubatura di 24.930 mc. Per una superficie coperta di 3.110 mq. di direzionale e commerciale». Italia nostra esibisce una foto del 1993 che in cui si vede l’area dove costruiranno le torri completamente allagata. Nella Francia di Nicolas Sarkozy, lo apprendiamo dal giornale online Greenreport, ad aprile, dopo il passaggio dalla tempesta Xynthia, il governo ha avviato l’abbattimento di circa 1.500 case definite “inhabitables”, come risposta immediata ad una catastrofe naturale eccezionale che ha causato danni per almeno 1,3 miliardi di euro, colpito almeno 4mila case e che è costata la vita a 53 persone. «In Francia nessuno parla di ‘messa in sicurezza’ – scrive Greenreport -, le aree colpite sono state dichiarate “incostruibili” e i comuni stanno attuando le direttive del governo declassificando nei loro strumenti urbanistici aree che risultavano urbanizzabili».

Cosa succederebbe se si verificassero le condizioni che hanno portato all’alluvione del ’66 abbiamo domandato un anno fa ad Antonio Rusconi, già segretario dell’agenzia di bacino dell’alto Adriatico: «I disastri sarebbero superiori – rispose – Perché non sono stati risolti quei problemi di difesa idraulica indicati già allora. E poi il territorio è cambiato di molto. Mi riferisco alla montagna con le vallate, a rischio di frana e di esondazione, invase dall’urbanizzazione. La pressione antropica è stata inarrestabile».

La cementificazione del Veneto, d’altronde, rischia di divenire parte del paesaggio, mentale prima che ambientale, un fatto connaturato al luogo in cui viviamo, parte del nostro agire, evento inevitabile, come l’acqua che scende dal cielo: tutti responsabili, nessun responsabile?

Meno di due anni fa è stato approvato il piano urbanistico provinciale di Padova, una delle aree più colpite: prevede un milione e mezzo di metri quadri di nuove aree di trasformazione compreso un «polo produttivo di Padova» nell’area di Ponte San Nicolò, dove il Roncajette la scorsa notte ha tracimato e si contano un migliaio di sfollati.

«Un caso clamoroso di come viene trattato questo territorio – racconta Carlo Costantini, architetto del coordinamento AltroVe – è quello del progetto della nuova Romea, un’autostrada che taglia decine di canali e grandi fiumi, attraversando un territorio fragile come il Polesine e la valutazione d’impatto ambientale, da poco approvata, è un documento impresentabile che non considera elementari aspetti paesaggistici e idrogeologici mentre prescrive, caso unico, ulteriori opere, come bretelle autostradali, senza che vengano previsti nei piani urbanistici dei comuni e valutate a loro volta».

«I piani di assetto idrogeologico [Pai] hanno introdotto dei vincoli pesanti su certe aree, ma i piani regolatori dei comuni sono assolutamente irrispettosi dello stato idraulico del proprio territorio» era la denuncia di Luigi D’Alpalos che riportavamo, una paio d’anni fa, su Carta Estnord. «I documenti sul rischio idrogeologico allegati ai piani urbanistici o alle grandi lottizzazioni sono sì obbligatori – denuncia Carlo Costantini -, ma vengono fatti, in molto casi, in modo burocratico, servono solo ad avvallare scelte politiche già prese, gli aspetti tecnici vengono subordinati a quelli politici».

Marco Benati, sindacalista, si domanda: «Ma quanti posti di lavoro, stabili e sensati, si possono costruire finanziando la manutenzione del territorio? La provincia di Padova investe 500mila euro per la manutenzione degli argini, ma così non fai nemmeno lo sfalcio».

«Segnaliamo che i finanziamenti per le autorità di bacino – l’autorità che deve predisporre i piani di assetto idrogeologico – sono scesi, negli ultimi anni, al 25 per cento: notare bene non del 25 cento, ma al 25 per cento» scrivevamo allora. Ma non è solo una questione di soldi: la proposta di nuova legge speciale per Venezia presentata da Renato Brunetta prevede l’istituzione del distretto idrografico del bacino scolante, non tenendo conto che la laguna di Venezia fa parte del distretto idrografico delle Alpi Orientali recentemente istituito. Così non solo si aumenta la frammentazione [e la mano destra delle istituzioni sembra non sapere cosa sta facendo la sinistra], ma, come denuncia il «Gruppo 183», «questa divisione comporterebbe il disconoscimento di ogni elementare criterio idraulico, morfologico e storico. La laguna di Venezia è «figlia» dei fiumi che la lambiscono, il legame con essi è indissolubile». I fiumi sono stati inghiottiti nel paesaggio amorfo della città diffusa: scomparsi allo sguardo è perduta la cultura, come testimonia la proposta targata Brunetta, che custodiva la convivenza in questa territorio di terra e acque.

Perché la coscienza della realtà non defluisca, insieme alle acque esondate, e scompaia all’orizzonte fino alla prossima alluvione, occorrono poche convincenti azioni come l’approvazione della carta del rischio idrogeologico e del piano paesaggistico e il congelamento, fino ad allora, di ogni provvedimento urbanistico – varianti, piani di recupero, progetti straordinari… – ad ogni livello.

Un’onda di ragionevolezza dopo la folle alluvione di cemento e incuria a cui abbiamo assistito, complici ed insieme impotenti, in questi anni.

Novembre 2010 – Carta