Intervista a Gianna Marcato, dialettologa dell’Università di Padova

Nel suo libro lei parla di una sorta di zampillio, di una ripresa di vigore nell’uso del dialetto nel Veneto. E’ così?

Più che una ripresa di vigore direi che a questa una varietà orale, non togata, marginale, considerata povera quasi vergognosa quale il dialetto, si è affibiato troppo presto un certificato di morte. In realtà, benchè la generazione precedente abbia deciso, e questo è un fatto epocale, di non trmettere più il dialetto ai figli interrompendo così una tradizione milenaria i zampilli di questa vecchia e povera parlata creativa in realtà affiorano comunque nei giovani. Naturalmente si tratta di capire come affiorano, non è più la lingua dei vecchi, ma la vitalità c’è.

L’emissione di questo certificato di morte di cui lei parla corrisponde in qualche modo ad un progetto politico culturale? Piarpaolo Pasolini leggeva nell’imposizione di modelli linguistici precisi rapporti di potere.

Per la realtà che conosco meglio, perchè imparata dai parlanti nel corso delle mie ricerche, attarveso centinaia di interviste a parlanti, ho potuto vedere come il momento critico del dialetto nel nostro nordest è partito da un nulceo che si può aggregare attorno agli operai di Porto Marghera. E questo ha una spiegazione: nel momento in cui la realtà contadina, pacifica e sicura di potersi esperimere con compiutezza nella sua lingua, si è accorta di vivere in una situazione di disagio sociale perchè qualcuno parlava in modo diverso e facendo pesare la sua superiorità di ruolo, è scattato il desiderio di appropriarsi della quella lingua, l’italiano, che riteneva comunque sua. Ricordo tanti che dicevano: «noi parlavamo impacciati, in assemblea ci toccava tacere», «avevamo tante cose da dire, ma se parlavamo ridevano». Si tratta di un disagio situazionale in un momento di forte mobilità sociale ed economica.

Nel suo libro lei si affida alla narrazione, all’autobiografia di diverse persone per studiare l’evolversi del dialetto.

La teoria dialottologia in questi ultimi anni ha riscoperto il parlante che per decenni ha lasciato tra parentesi. Ed il parlante che testimonia il fatto che c’è una identificazione doppia e non di autonomia ma di eteronomia di una lingua piccola nei confronti dell’italiano. C’è un proverbio che spiega bene tutto questo: “Xe beo l’omo, xe bruto l’omo quando va fora de casa se cambia de abito”. Il cambio fisico dell’abito era anche, per il contadino, una necessità di cambio di abito linguistico quando si allontanava dal piccolo mondo. Ma è interessante notare come, attraverso i racconti, i giovani nati dopo gli anni 80 ricercano l’affettività dei nonni, ricordano con nostalgia la libertà che davano i nonni, ricordati magari come un po’ ignoranti, ma tanto teneri e tolleranti e affiora così la voglia di rimpadronirsi, magari con valore gergale, di un dialetto.

Nella sua splendida testimonianza Dino Coltro racconta come abbia riscoperto e compreso la valenza culturale della tradizione orale veneta dopo aver studiato il greco. E’ come se un ritorno, dopo una frequentazione della cultura «alta», possa far superare il sentimento di sottomissione.

Tutto il lavoro di Dino Coltro è segnato da questo: nel momento che perdi la frustrazione che ti è stata indotta, rimani sorpreso ed abbagliato a ritrovare questa lingua così bella e di cui prima ti vergognavi, come ti vergognavi di tua mamma quando andava a parlare con gli insegnanti e questi ti facevano capire che vedavano un po’ con la puzza sotto il naso certi tipi di persone. L’errore può essere quello di travestire il dialetto per qualcosa che non è e voler inventare una possibilità comunicativa che non può avere perchè rimene all’interno di un preciso repertorio.

Non vorrei sbagliare ma ricordo che Luigi Meneghello in Liber nos a Malo, sosteneva, all’incirca, che se scompaiono le cose che il dialetto nominava, e quindi il mondo contadino, così scompare la lingua che in quel mondo è fiorita. Che ne pensa?

Ricordo quello che sostiene lo stesso Zanzotto e cioè che è inutile che ci mettiamo a difendere l’ambiente se l’ambiente non lo conosciamo perchè abbiamo affossato quella lingua che l’ambiente ce l’aveva trasmesso conoscendolo a fondo. Ricordo la tesi di mio studente che è andato alla ricerca, in provincia di Vicenza, dei nomi dimenticati dei piccoli animali, ritenuti insignificanti, e delle piccole piante. La natura non è conosciuta, oramai si conoscono i macrolementi e molto volte mediati dai media e non incontrati direttamente: questo è un danno culturale. Una lingua non può morire per questo, una lingua finchè è in bocca alle persone che la parlano è sempre viva. Ho avuto delle incertezze a scegliere il titolo “La forza del dialetto”, per il libro, non volevo generare fraintendimenti, ma solo far capire che il dialetto ha una valenza culturale così forte che quando uno se ne accorge ecco che ricomincia zampillare.

Sempre nel suo libro lei affronta anche il tema dell’immigrato in rapporto al dialetto, ed in effetti assistiamo al fenomeno di molti immigrati che, prima dell’italiano, imparano il dialetto come se questa lingua rappresentasse meglio la povera gente e gli esclusi.

Partiamo da un assunto di base: una lingua è una lingua e basta: quando andiamo a Londra e fanno finta di non capirci per come parliamo l’inglese non diciamo che l’inglese è fatto per escludere. Partiamo invece dal presupposto che ogni lingua è fatta per includere, leggo nei libri che frequento che è attraverso una lingua che io entro più velocemnte e in profondità in una cultura. Il dialetto è una seconda pelle ed è assolutamente aderente alle persone che lo parlano: lo parla qualcuno che lo usa per emarginare e buttare la diversità in faccia ad altri, e lo parlano altri che non hanno dentro di sé questo animus. Se lo usano come una lingua naturale necessarimente includono perchè come testimonia nel libro Paolino Iè Empossa, immigrato dalla Guinea e già parlante un suo dialetto, il pepel, «mangiando lo impari» e cioè vivendo con la gente non puoi che impararlo, è la lingua della socialità. Una studentessa di Cadoneghe [Pd] ha ben dimostrato in una sua ricerca come le badanti rumene, per le loro qualità e per la qualità delle persone a cui facevono assistenza, hanno sviluppato un rapporto affettivo parlano bene e volentieri il dialetto mentre quelle che hanno trovato un impatto duro non parlano il dialetto.

Le sue riflessioni sembrano andare in una direzione contraria alle numerose celebrazioni istituzionali del dialetto e dell’identità veneta…

Il primo giorno di lezione agli studenti chiedo sempre: «Guardatevi la suola delle scarpe e ditemi: vedete delle radici?». E’ inutile che parliamo di lingua e identità in termini di radici perchè per gli uomini la questione non esiste, i piedi sono fatti per spostarsi e dove uno va costruisce storia e cultura, ed è il risultato del lavorio delle persone che, indipendentemente da dove sono venute, hanno amato vivere e progettare un territorio. Quindi vivo con disagio e sofferenza questa fortuna attuale del dialetto, quasi quasi mi trovavo meglio a studiarlo quando prendevamo pacche sui denti perchè sembrava non giusto valorizzare una lingua della povera genete. Queste celebrazioni sono tutto un falso, parlano di una lingua veneta che non c’è, così come è assurda la pretesa di insegnarlo a scuola. Questo non è il dialetto che ci hanno affidato i nostri vecchi.

E’ come se vi fosse la pretesa di scolpirlo sulla pietra…

Parlando con i promotori di queste celebrazioni cerco di spiegare che quello che stanno facendo è come il comportamento di chi sta pensando di soccorrere una vittima della strada gli rifila una coltellata alla schiena. Non si può prestare un soccorso attraverso le proprie cervellotiche idee senza sapere cos’è e come funziona quell’organismo. C’è un aspetto positivo in questo ed è il fatto che la genta non ha più un complesso d’inferiorità parlando dialetto e si aperto il rivolo del parlarlo e questo soprattutto i più giovani. Ma questa enfatizzazioni assurde legate a leoni vari, in realtà lo amazzano perchè non rispettano quella che è la dialettalità. Del resto la repubblica veneta non hai mai voluto che fosse lingua scritta, lingua dello stato.

Ed è proprio il suo specifico: essere lingua della socialità e non dello statualità.

I ragazzi ricordano di come la nonna li lasciava parlare come volevano e come sapevano, senza correggere: questo è il dialetto. La regola viene da una competenza interna del parlante e per questo non hai remore alla creatività e al gioco di parole. Non esci dal dicibile tu sai come parlante cosa puoi dire e cosa non puoi dire. Se forzi un po’ o sei un ragazzo che gioca o un poeta che inventa…

Uno degli aspetti dal dialetto è la varietà geografica di provenienza per cui l’area veneta più che un unicum rassomiglia ad un mosaico di differenze. Queste differenze sono ancora percepibili?

Come per la musica dipende dalla finezza dell’orecchio. Per deformazione professionale quando mi capita di andare in treno da Padova a Venezia gioco ad indovinare a che fermata scenderanno i passeggeri, verso Mira e verso Dolo e differenze sono percepibili. I parlanti comunque sono consci che il dialetto ha un raggio di comprensione più limitato e quindi quando comunica con distanze più ampie toglie intenzionalmente i tratti più municipali. Puoi parlare il tuo dialetto tra amici di regioni diverse eliminenando i fonemi che ti sono d’ostacolo. E’ indubbio comunque che il dialetto stia perdendo peculiarità e caratteristiche. Gli studiosi hanno messo in risalto l’eteronomia – il contrario dell’autonomia – del dialetto nei confronti dell’italiano. Se una ritiene che sia l’italiano che il dialetto siano la propria non ha paura a lasciar passare forme da una varietà all’altra a seconda dei contatti che ho. Ed è così che ci si arricchisce di varianti: bella in questo senso l’esempio degli studenti che, durante l’anno dell’Erasmus, a contatto con altre lingue, scoprono gli altri dialetti e il proprio riaffiora forte come lingua di casa.