Chissà se issarsi a decine metri in cima ad una gru basterà a far uscire allo scoperto il giro maleodorante di truffe, la rete di affaristi che hanno imbastito i loro traffici in questi anni sulla pelle dei più deboli. L’impresa di John, Eugene e Khalid ha costretto la prefettura di Padova a riesaminare i casi e, pochi giorni dopo, la questura ha dato parere favorevole «rispetto alla non sussistenza di motivi ostativi all’emersione». I casi di altri immigrati che non hanno avuto accesso alla sanatoria del 2009, dovrebbero a mano a mano venire rivisti e concludere l’iter delle regolarizzazioni. Un tavolo di confronto è stato promesso dalla prefettura con le diverse autorità cittadine [procura, forze dell’ordine, amministrazioni locali]. Intanto sul terreno il lavoro certosino d’inchiesta e di denuncia dei militanti di Razzismo Stop serve a dissodare torbide alleanze e nodi intricati. Ed è grazie a questo lavoro che scopriamo la realtà di una rete estesa di truffatori immischiata con le mafie.

Chi è Antonella Bifulco? 54 anni, vicentina, ragioniera, lo scorso 9 giugno è stata rinviata a giudizio nel procedimento che riguarda l’organizzazione di truffe a danni di aziende alimentari. La ragioniera vicentina è ritenuta organica ad un’associazione che contava personaggi come Michele Siciliano, affiliato al clan camorristico la Torre, e Arturo Salvatore Di Caprio, uomo dei casalesi [del mese scorso il sequestro di 5 milioni di euro del suo patrimonio, imputato di associazione a delinquere finalizzata al traffico internazionale di droga, sta scontando in carcere dodici anni di pena]. Il business consisteva nell’acquisto da aziende venete, tramite società costituite ad hoc, di prodotti tipici, come vini dei colli Euganei o prosciutti della zona, che finivano nei ristoranti scozzesi gestiti da Siciliano. Dopo una serie di acquisti regolari le società dichiaravano bancarotta lasciandosi alle spalle una lunga scia di assegni scoperti. Il tutto ha fruttato all’organizzazione, in 18 mesi di attività, 7 milioni di euro in merce ricevuta e non pagata. E’ il 2006, si tratta di una clamorosa conferma della attività delle mafie a nordest e della loro capacità d’insediamento. Insediamento possibile solo grazie all’attività d’intermediazione di professionisti come la Bifulco, in grado di mettere al servizio della strategia dell’organizzazione, oltre la propria professionalità, anche la propria rete di contatti. La Bifulco non era una fattorina, è stata riconosciuta come interna all’organizzazione, e per questo rimandata a giudizio, e con lei altri professionisti nordestini hanno consapevolmente collaborato all’impresa ideata dai casalesi.

L’organizzazione è stata stroncata, dall’inchiesta denominata Titanic, nel 2006. Prima di allora insieme al marito Salvatore Punturieri e alla figlia Chiara, la Bifulco era stata coinvolta, nel 2003, nell’inchiesta, che riguardava 22 persone, per «associazione a delinquere e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina». Dopo il coinvolgimento nell’inchiesta Titanic viene radiata dall’albo, ma non sospende le sue attività. Il 30 settembre 2009 i carabinieri entrano nella sua agenzia, lo studio BE.DA di via Crosaron a S. Bonifacio [Vr]: si tratta di una centrale operativa delle truffe comminate agli immigrati. In quella agenzia venivano istruite pratiche fittizie per usufruire della sanatoria dietro pagamento di cifre tra i 2 e i 3mila euro. Truffa aggravata, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, contraffazione di pubblici sigilli e falsità materiale le accuse. Le vittime si contano a centinaia soprattutto dell’est Europa. Coinvolta anche questa volta la figlia Chiara.

«I retroscena e le reali dimensioni delle associazioni a delinquere in questione sono difficilmente individuabili – scrivono gli antirazzisti -, se non attraverso le indagini degli inquirenti, ma soprattutto attraverso la ricostruzione delle singole storie degli stranieri ‘truffati’ che, pur in un contesto simile e con modalità analoghe, raccontano di una molteplicità di soggetti coinvolti, di intrecci e commistioni apparentemente inesistenti, per una vicenda maturata in ambienti relazionali e sociali dai confini non sempre delineati». Bifulco non è sola, la sua non è un’impresa familiare: siamo di fronte ad una rete, come hanno ricostruito gli antirazzisti, che coinvolge molte città del Veneto. Da Bassano del Grappa ad Este, da Verona a Treviso, da Vicenza a Venezia. I nomi si leggono nei fascicoli dalle indagini delle diverse procure e risuonano nei passaparola degli immigrati.

Non è difficile comprendere il perché il mondo dell’immigrazione è terreno di caccia di truffatori di ogni specie: la legge pare disegnata sul calco delle convenienze, mantenere i migranti in condizioni di debolezza e di costruirci sopra occasioni di guadagno e speculazione. «La Bossi Fini, i vari pacchetti sicurezza e le norme che ha ereditato dalla Turco Napolitano sono un terreno utilissimo per costruire facili profitti – denunciano limpidamente i militanti di Razzismo Stop -, non solo quando si parla di sanatoria ma ogni pezzo di carta, ogni adempimento burocratico, ogni requisito da dimostrare per rinnovare con difficoltà il permesso, per ottenere un diritto, per evitare un espulsione, per ricongiungersi con un parente, ha un prezzo». La sanatoria del 2009 non solo era riservata ai lavoratori domestici – le cosiddette «badanti» -, ma, grazie ad una circolare ad hoc escludeva chi fosse stato vittima di provvedimenti per permanenza illegale in Italia: una sanatoria che non sana, insomma. Malgrado la pronuncia successiva del Consiglio di Stato, il ministero retto da Roberto Maroni, ha ordinato di sospendere il rilascio dei permessi di soggiorno nonostante la sentenza. Da qui l’esclusione per centinaia di immigrati e la protesta sulle gru. Una sanatoria limitata per convenienze politiche che mentre «sana» le badanti, condanna alla clandestinità gli altri. Una sanatoria che succede ai diversi provvedimenti, che non implementano legalità, ma la sensazione di giocarsi la lotteria.

Domina «una confusione strutturale sulle corrette modalità di accesso al titolo di soggiorno, anche in virtù delle restrizioni imposte dalla normativa e dall’enorme quantità di atti amministrativi [circolari] in materia – leggiamo nel dossier degli antirazzisti -, anche e soprattutto negli ambienti frequentati da cittadini stranieri, si è diffusa la convinzione, soprattutto da parte dei nuovi arrivati, che di tanto in tanto sia possibile in diversi modi regolarizzare la propria condizione ed uscire dall’irregolarità. Si tratta certo di una informazione contraria alle procedure previste, ma materialmente affermatasi nel corso di questi anni». Siamo di fronte al fenomeno denunciato da Carlo Donolo delle «regolazioni opportunistiche», della legislazione «coincidente con convenienze correnti degli interessati senza considerare costi a medio termine, esternalità, impatti distributivi». La convenienze delle imprese di avere a disposizione manovalanza ricattabile e a basso costo e della politica di offrire ad elettori impauriti e disinformati la «faccia feroce». Tra i  «costi» possiamo imputare l’erosione dell’autorevolezza della legge – le regole non devono essere prese sul serio -, la diffusa sensazione che stare alle regole non convenga  e il conseguente ampliamento delle zone grigie.

Oltre alla sanatoria, i professionisti delle truffe hanno trovato un comodo varco nella regolazione dei flussi, utilizzando la norma sui permessi di soggiorno per motivi di tirocinio per truffare altri migranti. «In tanti anni che faccio questo mestiere non mi è mai capitato di seguire un procedura per una domanda di permesso per motivi formativi, ex articolo 27 del testo unico sull’immigrazione – racconta l’avvocato Andrea Formenton  che segue per conto della Cgil un gruppo di immigrati truffati -, non è una pratica banale, evidentemente dietro questa truffa ci sono consulenti esperti, una rete consolidata in grado di operare di sostenere un’attività queste proporzioni». Secondo le accuse mosse dalla procura trevigiana una struttura accreditata in Regione la ForCoop di Venezia, fallita nel 2009, avrebbe garantito agli immigrati l’iscrizione a cicli didattici e stage formativi, facendo credere che al termine sarebbero stati assunti da aziende italiane, ottenendo così il permesso di soggiorno legato a motivi di lavoro. Sono circa 500 gli extracomunitari coinvolti nella truffa, ognuno dei quali ha pagato tra i 5 e i 10 mila euro per partecipare agli stage formativi, tutti fittizi. A Castelbado, provincia di Padova, un ragazzo marocchino, l’anno scorso, è stato picchiato a sangue in piazza e in pieno giorno perché chiedeva conto di quel permesso di soggiorno pagato e mai ricevuto. A riempirlo di botte un suo connazionale, chiamato a «gestire», con minacce e promesse, gli immigrati truffati. Non sappiamo come ha potuto la ForCoop ottenere l’accreditamento regionale, procedura per altro non semplice e scontata.

Che in questa regolazione confusa, discrezionale e, di fatto, ricattatoria, trovino spazio truffe e combine non deve stupire. Stupisce, semmai, la vastità della rete, le alleanze e le collusioni che si vanno profilando con le organizzazioni mafiose, come indicherebbe la biografia di Antonella Bifulco, la permeabilità del mondo delle professioni. La collaborazione con le mafie è spesso fruttifera per entrambi, come annota a proposito Rocco Sciarrone nel suo recente saggio sulle relazioni delle mafie con la «zona grigia» degli affari: «i mafiosi, nella maggioranza dei casi, tendono ad evitare i ‘giochi a somma zero’», del tipo chi vince piglia tutto. […] Tra mafiosi e soggetti esterni tendono a instaurarsi giochi a somma positiva, in cui tutti i partecipanti hanno qualcosa da guadagnare, favorendo in questo modo accordi e scambi, e più in generale consenso sociale» [Rocco Sciarrone, Mafie relazioni e affari nella zona grigia in Fondazione Res, Alleanze nell’ombra, Donzelli editore]. Una rete organizzativa che inseriva ciascuno con il suo ruolo: avvocati, commercialisti, ragionieri e poi più giù immigrati che mediano, informano, richiedono documenti, estorcono soldi, minacciano. «La camorra – scrive Amato Lamberti – non si limita ad essere una struttura parassitaria di sfruttamento, con capacità di controllo sociale, ma è il «prodotto», per così dire naturale, di uno sviluppo distorto, parassitario, assistito dall’esterno, fortemente caratterizzato da modalità illegali di gestione amministrativa e di governo politico».

Contro questo «sviluppo distorto» salgono sulla gru gli immigrati a Padova e sull’Arena a Verona.  Le vittime, gli immigrati, devono vedere riconosciuti i loro diritti e la loro battaglia per la verità e la giustizia sostenuta, non certo ostacolata.  «Ogni singola storia insomma, rappresenta insieme la dimostrazione di un vero e proprio meccanismo seriale di commissione del reato, ma contiene anche informazioni uniche, individuali, che raccontano le diverse sfumature e le possibili correlazioni di una organizzazione criminale che ancora oggi non è stata descritta e punita per le reali dimensioni dell’attività delittuosa messa in atto. Concedere loro un permesso di soggiorno significa garantire a noi tutti la possibilità di interrompere questo circuito di malaffari e raggiri che spesso si alimenta dentro le contraddizioni delle norme» scrive Razzismo Stop. Concedere loro un permesso di soggiorno per motivi di giustizia è il minimo che che le istituzioni possano fare per risarcire chi è stato vittima di norme criminogene. .«Dobbiamo ringraziare questi ragazzi – racconta l’avvocato Formenton -, il loro coraggio, se si sta cominciando a fare un po’ di luce su tutta questa storia».