Dal 4,4 per cento al 5,5: è l’aumento registrato in Veneto dall’incidenza della povertà relativa. Con questo dato, contenuto nel recente rapporto della Caritas e della Fondazione Zanacan relativo agli anni 2009 e 2010, la nostra regione, per la prima volta dopo anni, balza in cima alla classifica – nera, è il caso di dirlo – della povertà nelle regioni settentrionali.

La povertà con il suo pesante carico evocativo è un concetto sfuggente, raramente ponderato. Eppure merita di essere approfondito perché promette, a condizioni economiche e sociali date, di rimanere ben presente nel nostro panorama sociale.

Ecco quindi qualche provvisoria considerazione:

1) Povertà relativa e diseguaglianze. Quando parliamo di povertà relativa parliamo di chi possiede meno di una percentuale [il 60 per cento secondo l’Eurostat] del reddito medio e mediano della popolazione di riferimento. L’aumento di questo dato significa quindi non solo un peggioramento delle condizioni di vita delle famiglie, ma un aumento delle diseguaglianze.

La coesione sociale, ingrediente fondamentale del benessere economico di questi territori, sembra scricchiolare pesantemente. E non solo perché aumentano i poveri, ma perché le distanze tra questi e i «ricchi» aumentano. «Le nostre società si sono ‘allungate  tal punto – le distanze tra i primi e gli ultimi si sono fatte così ampie – che gli estremi sembrano appartenere  ormai a mondi separati inconfrontabili tra loro – scrive Marco Revelli – Comunque irriducibili al medesimo meccanismo di regolazione». Ed è la diseguaglianza e non il livello di ricchezza, il vero indicatore del benessere. Lo sostengono gli studiosi anglosassoni Richard Wilkinson e Kate Pickett con uno ponderoso studio pubblicato in Italia nel 2009 in cui si dimostra come «i problemi delle società benestanti non sono causati da un livello di ricchezza troppo basso [o magari troppo alto], bensì da disparità troppo pronunciate dei tenori di vita materiali dei membri della società.

La diseguaglianza aumenta i problemi di autostima, d’insicurezza sociale ed è l’indicatore più affidabile di una società aspramente competitiva priva di garanzie e di meccanismi di redistribuzione e di tutela. Una delle conclusioni più interessanti di questo studio è che «la sperequazione dei redditi esercita un effetto comparabile su tutti i sottogruppi della popolazione tanto da paragonare la diseguaglianza ad un agente inquinante che contamina l’intera società». Una società diseguale peggiora la qualità della vita per tutti [i ghetti dorati, e militarizzati, sono una realtà nota].

2) Oltre ad un pesante carico evocativo la povertà si trascina un carico ideologico notevole. Dalla rivoluzione industriale in poi povero ha significato anche privo di di moralità, persona da rieducare alla disciplina del lavoro e della produzione [le pagine migliori a proposito forse sono state scritte da George Orwell in «Senza un soldo a Parigi e a Londra»]. Assistiamo in questi anni ad una rinascita di questa lettura moraleggiante:  comprendere quando il povero sia meritevole o meno – «e relativi dispositivi di messa alla prova, esclusione ed espulsione; all’ombra di un dilagante moralismo» sottolinea lucida la sociologa Ota de Leonardis – della nostra assistenza è l’assillo dei responsabili di un welfare sempre più rabberciato e compassionevole. Il tutto rafforzato dalla retorica, mai sopita, di un volontariato da crocerossine, del «buono» che comunque fa del «bene».

3) I dati della povertà non misurano il crescere o il diminuire della popolazione una riserva indiana, di un mondo separato, ma segnala potentemente i cambiamenti di una società nel suo insieme.

La crescita economica di questi anni, di cui il nordest è stato protagonista, alla luce di questi dati si dimostra «una modernizzazione regressiva – scrive Marco Revelli -, un processo di decostruzione di antiche risorse economiche, sociali, umane». Abbiamo raggiunto un benessere economico fuggevole da «centro commerciale», ci siamo convinti di essere diventati la settima potenza industriale e poggiavamo su un terreno scivoloso, «da linea di galleggiamento». Soffriamo di una conoscenza velata dall’ideologia che non ci ha permesso di guardare in faccia alle tante crepe della nostra coesione sociale.

4) I poveri vengono studiati, contati, raccontati e [quando va bene] vestiti e nutriti. Un dubbio: vengono mai ascoltati? Già perché anche i poveri possiedono un loro punto di vista e potrebbero dire la loro sulle politiche [o gli indegni spot, come la social card] costruite sulla loro pelle. Pensare i destinatari delle politiche come soggetti e il welfare come dispositivo per redistribuire non tanto beni [che comunque l’Italia non redistribuisce destinando all’esclusione sociale 12,9 euro a persona contro i 558 dell’Olanda e i circa 130 della Francia], ma poteri [capacità, come scrive Amirtya Sen], potere di essere e di fare che si esprime con la pratica [Ota de Leonardis].

Pratiche presenti nei movimenti degli abitanti degli slum di Mumbai, ad esempio, come ci racconta l’antropologo Arjun Appudarai. «Una delle più gravi forme di povertà è la mancanza di risorse per dar voce alla protesta, ovvero per esprimere il proprio punto di vista riuscendo a ottenere ascolto per le proprie richieste nei dibattiti politici che si svolgono all’interno di ogni società intorno alla questione del ricchezza e del benessere – scrive l’antropologo indiano – abbiamo la necessità di rafforzare la capacità dei poveri di esprimere la loro protesta soprattutto per modificare i termini del loro riconoscimento».

Gli abitanti degli slum, leggiamo nel libro di Appudarai pubblicato da poco in Italia, si mobilitano per fissare l’agenda degli interventi e stabilirne le modalità: sono loro a dire che cosa serve e farsene anche parzialmente carico. Promuovono iniziative per le ristrutturazioni degli alloggi, ad esempio, a cui partecipano con le loro competenze affinate in anni di sopravvivenza in condizioni difficili o le condizioni igieniche come i bagni pubblici.

Dei poveri è la loro voce, le loro storie, la loro rivolta – più che dei numeri – che abbiamo bisogno. Per capire e cambiare.

Ottobre 2011 – Carta