Non gli avrà certo tolto il sonno. Gentilini ha certamente pensieri più incombenti – le prossime elezioni amministrative nella sua Treviso, i conflitti interni al centrodestra in regione – del successo di pubblico, più di mille persone, che ha premiato il reading di letteratura contro il razzismo promosso da un manipolo di scrittori nordestini in piazza dei Signori a Treviso, la «sua Treviso», lo scorso sabato.

D’altronde l’aveva chiarito bene Roberto Ferrucci, uno degli undici scrittori nordestini contemporanei che hanno promosso l‘incontro [e di cui pubblichiamo l’intervento a pagina XVI di Estnord], che l’interlocutori dell’iniziativa non sarebbero stati i sindaci sceriffi, che certo non si sarebbero fatti persuadere da un gruppetto di «imbrattacarte». Come ci racconta Mauro Covavich «non contavamo di persuadere nessuno, di evangelizzare, solo di far risuonare le parole della letteratura contro la barbarie». Se, come diceva Edward Said, «compito degli scrittori è dire la verità al potere», gli uomini di potere conoscono consumate strategie per non ascoltarla.

Luca Zaia, leghista trevigiano e vicepresidente della giunta regionale veneta, ha accusato gli scrittori di aver fatto l’iniziativa a Treviso perché in primavera lì ci saranno le elezioni, insomma si sarebbe trattato, per l’esponente leghista, solo di un antipasto della campagna elettorale. Zaia ha espresso il pensiero di una classe politica abituata ad imprigionare nelle sue ossessioni qualsiasi novità. «Nulla da dire sui principi, ma il rischio è di essere velleitari» ha commentato il democratico veneziano Tiziano Treu, evidentemente anche lui afflitto dalla medesima sindrome di Zaia.

Se sulla stragrande maggioranza della classe politica nordestina la presa di parola collettiva e pubblica degli scrittori è passata come acqua sul marmo, rimane l’immagine di oltre un migliaio di persone venute ad ascoltare parole sensate, letteratura. «In fondo è da un po’ di tempo che percepiamo questa richiesta, lo vediamo negli incontri che facciamo in giro» racconta Roberto Ferrucci. Verrebbe da dire che c’è in giro, anche nel nordest, «una fame di senso», la ricerca di una narrazione in grado di raccontare i cambiamenti del mondo. «Il declino è ineluttabile» prosegue Ferrucci, cogliendo così il significato radicale del declino: non tanto un problema di Pil quanto di comunicazione e di senso. D’altronde le radici del declino della società nordestina parlano alla cultura, e come sempre più spesso si afferma, all’antropologia dei suoi abitanti: per questo, con buona pace di Tiziano Treu, solo pensieri e parole di principio che non indulgano alla mediazione – semmai alla ragionevolezza, ma è altro discorso – possono trovare un qualche filo della matassa.

«Percepire il nordest dall’esterno irrita, non viene consegnata la complessità che c’è, tutto sembra barbaro e primitivo – racconta Mauro Covacich, triestino che da qualche anno vive a Roma -, bisognava correre il rischio anche della retorica pur di dimostrare che c’è un altro nordest».

La suggestione indotta dall’iniziativa degli scrittori nella società veneta è stata grande: il messaggio lanciato ha colpito una società attraversata da conflitti profondi – come pensare l’incontro con l’altro e quindi come pensare se stessi – in un clima denso di rancore e sfiducia. La folla che si è radunata a Treviso, ma ancor di più i tanti che hanno seguito l’iniziativa sulle pagine dei giornali e sui blog, hanno sperato nell’inizio di quella che Hanif Kureishi chiama una «difficile conversazione», una ricerca di significati senza trincerarsi dietro  bandiere o steccati. Peccato che in piazza la mancanza di amplificazione abbia privato i più del suono delle parole. «L’affluenza è stata oltre le aspettative e l’apparente disorganizzazione – racconta Tiziano Scarpa – faceva parte del nostro stesso agire, aveva un senso performativo: la nostra voce è debole e non si sente, ed è proprio così». E adesso? «Sicuramente non ci fermiamo qui» promette Ferrucci.