Il bel giardino che circonda l’ edificio largo, grigio, ad un piano, e dove al mattino sciamano frotte di bambini ancora insonnoliti, non basta a separare la scuola elementare dal suo quartiere alla periferia nordest di Padova. Non basta per l’immaginario cittadino per cui quella scuola, intitolata al «papa buono» Giovanni XXIII, è in realtà la scuola di «via Anelli», la scuola del ghetto di cui si sono occupati mass media di tutto il mondo per un intera estate due anni fa. L’ex ‘ghetto’ di via Anelli, ora un pugno di condomini deserti in attesa di un progetto di ristrutturazione, dista da qui poche centinaia di metri in linea d’aria. E così la scuola ha attirato su di sé tutti gli stereotipi – marginalità, degrado, impossibilità di comunicazione – che nel ghetto di via Anelli si rispecchiavano.

Il quartiere è intessuto di condomini popolari ed è qui che la segmentazione economica ed etnica dell’urbanizzazione padovana destina le case alle famiglie immigrate, e per questo nella scuola di «via Anelli» c’è una percentuale di bambini figli di famiglie immigrate che raggiunge il 40 per cento, mentre la media nel Veneto è dell’11 per cento.

«Non è semplice e non esistono ricette prestabilite per trattare i problemi di inclusione dei bambini – ci racconta la maestra Roberta Scalone -, ma comunque abbiamo dimostrato in questi anni di poter gestire interazioni umane arricchenti e fare scuola positivamente». Un gruppo di maestre ha voluto raccontarla questa esperienza positiva particolare, ciascuno dal suo punto di vista, in un libro, «La scuola di via Anelli» [vedi box] per «comunicare una visione più positiva della scuola come istituzione in grado di affrontare con competenza e successo anche le tematiche più difficili».

Trabocca di belle storie il libro, così come i racconti delle maestre e la vita quotidiana nella scuola di «via Anelli»: J., ragazzina rom in fuga dal sua paese in guerra che coclude con sucecsso le cuole dell’obbligo fino a frequentare una scuola professionale o B., che è venuta dalla Romania, inserita in quarta, e orgogliosa «alla fine della quinta di ricevere risultati nella scheda di valutazione del tutto simili alle sue coetanee», così come Y che arriva dalla Cina  o F. che è nata in Marocco.

Storie positive di cui non esiste un solo artefice, ma un alchimia di circostanze, in cui la scuola ha fatto la sua parte. «Bisogna lavorare con le risorse che hai a disposizione e tenendo ben presente il contesto – racconta Roberta Scalone -, per questo il nostro percorso si è dimostrato valido qui, ma potrebbe rivelarsi impraticabile in qualche altro luogo, non esistono modelli ma sedimentazioni di esperienze da usare con competenza e ragionevolezza». Con pacatezza le maestre della scuola di «via Anelli» ci spiegano come il provvedimento delle «classi ponte» in cui riunire i bambini immigrati non ha alcun senso per l’insegnamento dell’italiano visto che i bambini immigrati l’italiano lo imparano dai coetanei, di cui si fidano e con cui legano, e non dagli adulti di cui hanno una terribile soggezione. Quello che oggi è dolorosamente chiaro è che «la scuola così come l’abbiamo descritta nel libro, con i provvedimenti della Gelmini, non sarà più la stessa». I motivi sono lampanti: non ci sarà più l’insegnante che gestisce i laboratori linguistici, non ci saranno più le compresenze di più insegnanti necessarie a formare dei gruppi di sostegno: insomma, tutte i dispositivi messi in atto dagli insegnanti della scuola di «via Anelli» per trasformare differenze e potenziali problemi in risorse, verrebbero spazzati via.

«Non basta la buona volontà degli insegnati – racconta Roberta Scalone -, abbiamo dimostrato che è possibile anche in condizioni difficili fare una buona scuola, ma occorrono il contesto, le condizioni, le risorse». Il rischio, concreto come un muro, «è quello di trasformare la scuola in ‘ghetto’, in contenitore di tutte le contraddizioni e marginalità» conclude amara la maestra Scalone. Un decreto del consiglio dei ministri sta per buttare a mare, qui alla periferia nordest di Padova come nelle periferie di tutto il paese, anni di lavoro e di applicazione seria e appassionata di competenze: è per questo che, per la prima volta, più di qualche insegnante ha deciso di mollare, di andare in pensione prima di portare la sua classe in quinta, e farle così finire il ciclo di studi, pur di non vivere nella scuola della Gelmini. Da qui, dall’aula chiamata «Accoglienza», piena di disegni e immagini e scritte in tante lingue, la «casa» del progetto che accompagna e sostiene i bambini delle famiglie immigrate, è possibile capire, qusi in controluce, quanto grigia e sorda sarà la scuola della Gelmini. «

La scuola dell’intercultura non è il balletto etnico, la rappresentazione teatrale, l’evento episodico, ma continuo lavoriao per rivedere stili e contenuti educativi consolidati» raccontano testarde le maestre della scuola di «via Anelli». I molti che con la scuola non hanno a che fare – e che magari sulla scuola decidono o sentenziano – conservano un ricordo pallido di una struttura dove si impara a scrivere e a far di conto. Nulla di più differente di un luogo che accoglie relazioni, differenze e dove, ad esempio, si compie quotidianamente il miracolo della socializzazione dei bambini, impossibile oggi nelle strade occupate dalle auto. Nelle scuola di «via Anelli», come in mille altre scuole del nostro paese, violando assennatamente il dogma ideologico della competizione, oggi si insegna rispettando i tempi di ciascuno «perchè – come racconta le maestre – ciascuno ha i suoi tempi e i luoghi più adatti per imparare le stesse cose, alcuni imparano solo in un piccolo gruppo piuttosto che in una classe».

Contro la legge Gelmini, che renderà impossibile tutto questo, si son mobilitate anche le insegnanti insegnanti e i genitori della scuola di «via Anelli» raccogliendo oltre 400 firme per il mantenimento dell’attuale organizzazione scolastica, mentre le maestre all’inzio dell’anno hanno indossato una coccarda nera in segno di simbolico lutto. «Alle mobilitazioni hanno partecipato anche molti dei  genitori delle famiglie immigrate – racconta Roberta Scalone -, ed in effetti da parte di diverse di queste famiglie c’è  un fortissimo investimento sulla scuola, veniamo spesso sollecitati da loro, perchè vedono nella scuola una possibilità di riscatto sociale che molti italiani non vedono più».

«Salvare la scuola di ‘via Anelli’» – le sue ricchezze, le sue competenze e la sua utilità sociale – potrebbe divenire l’obiettivo simbolico del forte movimento di insegnanti e genitori che sta animando il mondo della scuola elementare in questi mesi. Segnalare un obiettivo del genere chiarirebbe quanto il problema non sia semplicemente un problema di orari scolastici – lunghi, pieni o normali -, ma di quale scuola vogliamo e di quale scuola è capace di dare ai suoi figli questa società.

Carta marzo 2009