Rifiuti nei capannoni: il riuso creativo della criminalità

Sa di beffa questa storia dei capannoni vuoti riutilizzati come discariche abusive. Mentre da più parti emergevano in questi anni interrogativi e idee su come reimpiegare l’immane patrimonio inutilizzato di immobili a destinazione industriale che punteggia la megalopoli padana, il crimine si era già messo al lavoro trovando una concreta, e molto profittevole, destinazione d’uso.

La sovraproduzione edilizia è il frutto, formalmente legale, di una letale mancanza di programmazione territoriale che ha lasciato, se non incoraggiato, per anni, l’edificazione di edifici, spesso di pessima qualità estetica, anche quando già si sapeva che i grandi volumi difficilmente avrebbero avuto un senso a fronte di una produzione sempre più dematerializzata e delocalizzata in ogni angolo del globo.

Si è costruito dove, per motivi di sicurezza, di bellezza paesaggistica e di convenienza pubblica, non si sarebbe dovuto. Lo si è fatto in ossequio a regole occasionali figlie di una legalità debole e opportunista che ha permesso di fare strame del paesaggio. Un paio di esempi: dai provvedimenti di Tremonti (centrodestra) di detassazione dei redditi da impresa per chi li reinveste in azienda in particolare in costruzione ed ampliamento di immobili a quelli del governo Amato (centrosinistra) che ha permesso ai Comuni di utilizzare gli oneri di urbanizzazione per la spesa corrente incoraggiando così l’abbandono di vincoli e restrizioni a livello comunale.

Dalla legalità debole e opportunista, che ha permesso il disseminarsi nel territorio di capannoni vuoti, si è passati direttamente agli attori dell’illegalità che di quei capannoni ha fatto, letteralmente, tesoro, imbottendoli degli scarti di produzione di cui alcuni imprenditori intendono alleggerirsi senza eccessiva spesa.

In un modo o nell’altro ciascuno ha perseguito il suo interesse, mentre è stato corroso, o direttamente eluso, l’insieme di norme, morali prima che giuridiche, che tengono insieme una società.

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