E’ più complicato rispetto a vent’anni fa distinguere il modus operandi delle ecomafie nel settore dei rifiuti, in particolare al nord. Le «regole del mercato» sono sufficienti – spesso non serve un sovrappiù di comportamenti criminali come gli atti intimidatori – per garantire il successo di imprese senza particolari problemi di liquidità e con grandi capacità di tessitura di reti. Soltanto attraverso minuziose indagini a ritroso all’interno di trust finanziari e di complicate scatole cinesi societarie è possibile individuare collegamenti con la criminalità organizzata.

Non siamo più di fronte alla cogestione – in occasionale accordo con trafficanti, faccendieri ed imprenditori – delle rotta nord – sud dei rifiuti – accompagnate da codici fortunosamente contraffatti e certificati manomessi -, ma ad un ruolo più opaco e inafferrabile.

L’evoluzione dei traffici dei rifiuti – con il reinvestimento nel settore legale della gestione dei rifiuti dei soldi affluiti grazie alla loro gestione illegale – rispecchia la mutazione avvenuta più in generale nell’economia per come riusciamo a percepirla leggendo le cronache relative all’Expo 2015 o all’inchiesta sul Mose di Venezia. Il giudice per le indagini preliminari ha definito l’impresa Mantovani – una società che si accaparrata l’appalto più sostanzioso dell’Expò e vero dominus delle grandi opere nel nordest – un «gruppo economico criminale». Com’è potuto accadere che una delle maggiori società italiane i cui vertici hanno frequentato i piano alti della politica e della finanza possa essere definito, in un atto giudiziario, un «gruppo economico criminale»?

Abbiamo assistito in questi anni ad una mutazione che non ha residuato una semplice economia criminale. Si tratta piuttosto di una specie mutante ibrida, meticcia, che sfuma il confine di un’economia sana e di un’economia criminale. Ci troviamo di fronte ad un nuovo sistema economico, un’economia grigia, intermedia, che opera una saldatura tra l’universo legale e quello illegale. E tutto questo in silenzio: la compenetrazione tra capitali legali e illegali avviene sulla base di una reciproca convenienza e senza modalità aggressive. Periodicamente, in seguito a qualche inchiesta e a qualche arresto, scatta l’allarme per la pervasività delle organizzazioni criminali, vengono invocate leggi, protocolli, regolamenti per contrastare l’illegalità. Sfugge però un dato fondamentale: il fenomeno criminale è al contempo un potente rivelatore e uno specchio che deforma e ingrandisce gli stessi caratteri negativi della nostra economia, della nostra convivenza. Domandarci com’è cambiata l’operatività delle mafie, e delle ecomafie, al nord in questi vent’anni ci costringe ad interrogarci sul contesto che «ospita» le organizzazioni criminali e comprendere se, quanto e come è divenuto «ospitale».

Vent’anni fa andava di moda citare, più o meno a sproposito, uno studio, allora fresco di stampa in Italia, di Robert Putnam sulle virtù civiche degli italiani. Il flagello del sud, secondo l’analisi del sociologo statunitense, era il «familismo amorale» e il «legame di clan» che impedivano l’emergere di una moderna cultura di governo nelle regioni meridionali. Cultura di governo che, d’altronde, trionfava al nord anche grazie alle virtù civiche rilevate, in particolare, tra i cittadini lombardi e trentini.

Ma vi è un immagine plastica che rende complicato oggi esibire le stesse retoriche: quella del disordine edilizio, proliferato senza nessuna regola e senza nessuna ragionevolezza e che ha sommerso come un’onda di piena la pianura fino ad invadere le valli alpine. Un disordine figlio della mobilitazione particolaristica degli interessi, della pressione individualista degli appetiti non frenati da visioni collettive, attenzioni comunitarie o calcoli lungimiranti.

La parabola imprenditoriale di gloriose casate settentrionali come Benetton o Pirelli ci racconta lo scadere della tensione creativa nella rendita assicurata dai monopoli e della speculazione immobiliare. Una «immobilizzazione», appunto, non solo di risorse economiche, ma di energie, di saperi, culture del fare e del progettare. Emerge nel mondo imprenditoriale da grandi e piccole indagini la richiesta di essere cooptati dentro circuiti protetti, dove vengono ammorbidite, dalla logica dei favori e degli scambi occulti, le leggi del mercato e della concorrenza. Quello che dalle recenti inchieste della magistratura sta emergendo è il ritratto dell’imprenditore protetto, un imprenditore il cui obiettivo più che il profitto, è la rendita assicurata da politici e funzionari pubblici senza rischio d’impresa, «si sviluppa così una classe imprenditoriale parassitaria, preoccupata di curare le relazioni coi decisori politici e burocratici di riferimento – scrive il sociologo Alberto Vannucci in uno dei suoi ultimi studi sulla corruzione italiana – più che di innovare e gestire con efficienza le attività produttive».

L’orizzonte non si staglia oltre la palazzina vicina: un cavatore trevigiano, coinvolto recentemente in un’inchiesta che ipotizza l’esistenza di cartelli per la spartizione degli appalti di fornitura del calcestruzzo, si è difeso sostenendo che le ditte che vincono gli appalti dei lavori, i suoi clienti, sono sempre gli stessi e che così sono in grado d’imporre prezzi bassi. Cricca danneggia cricca, oltre non andiamo.

Nessun abusivismo edilizio, s’intende, non nel «civico» nord. Le regole si adattano alle esigenze emergenti – si chiamano varianti – e rimangono formalmente regole. Regole occasionali figlie di una legalità debole, opportunista, docile con i portatori di interessi forti [ma spietata e ringhiante con gli accattoni o gli occupanti di case, tanto per dire].

Strategici si dimostrano i settori più prossimi al potere e ai finanziamenti pubblici: opere pubbliche, immobiliare, sanità, energie rinnovabili, forniture alla pubblica amministrazione. Settori dove la politica mantiene un potere discrezionale importante.

La crisi ha sconvolto e atterrato molti settori, l’edilizia in primis. Ma da almeno dieci anni, prima di questa crisi, gli analisti più attenti avvertivano: non vengono riprodotti i servizi e i beni pubblici – comprese le virtù civiche e i beni ambientali – consumati dalla crescita, «stiamo segando il ramo dell’albero in cui sediamo» segnalava Carlo Donolo. La lunga e feroce crisi di questi anni non ha fatto che amplificare e radicalizzare problemi di lunga durata.

Mario Crisci fino a qualche anno fa era a capo di una finanziaria, Aspide si chiamava, che tra Milano e il nordest offriva «servizi» alle imprese: riscossione del credito, evasione fiscale, bancarotta fraudolenta, usura. In poco più di un anno si sono rivolti ad Aspide circa 120 imprenditori. Interrogato dai magistrati ha dichiarato: «noi non siamo andati a cercare nessuno, sono gli imprenditori che sono venuti a bussare alla nostra porta». E a consigliare i «servizi» di Aspide uno stuolo di commercialisti e consulenti, oltre a diversi colleghi imprenditori. Tutti del nord. Crisci si è beccato vent’anni per associazione a delinquere di stampo mafioso. Un criminale, non c’è dubbio. Ma ci ha rivelato sull’economia del nord molto più di decine di raffinate analisi e accurati studi sfornati da blasonate accademie.

 

Nuova Ecologia giugno 2014