Raggiungiamo lo scrittore vicentino Vitaliano Trevisan al telefono e
sembra contento di parlare con noi del tema della città, non fosse
perché è una questione a lui cara, per molti motivi, quasi tutti
professionali. Eh sì, perché Trevisan oltre a scrivere romanzi è stato
geometra – lavorando a stretto contatto con grandi architetti come
Aldo Rossi -, muratore e lattoniere: mestieri che con la città hanno
più di qualche connessione. La nostra intervista comincia così: con la
rievocazione dei suoi passati, e molteplici, mestieri.

Si può dire, quindi, che quando guardi una città possiedi qualche
strumento in più per decifrarla?
Beh sì, innanzitutto a partire dal lessico, e questo senz’altro mi
avvantaggia. Si può dire che gli edifici gli ho anche vissuti oltre a
guardarli e pensarli. Facendo il muratore pensavo fosse solo una
sfortuna (ride) quella di costruire le case, ma ora mi accorgo anche
del lato positivo di quella esperienza.

Comunque il tema hai continuato a frequentarlo anche dal punto di
vista teorico, dai tuoi romanzi, in particolar modo in alcune pagine
dello splendido «I quindicimila passi», questo risulta evidente.
E’ un tema che mi occupa molto, si. E’ importante capire come il
discorso architettonico sia contiguo e influenzi, venendone poi
influenzato, al discorso filosofico. Penso a tutto il filone del
decostruzionismo di Deleuze e Guattari. Il problema è che dalle
connessioni con il filone filosofico si è scivolati sul campo militare
che ha oggi un enorme influenza sull’architettura.

Spiegati meglio
Guarda, ho appena finito di leggere «Architettura e occupazione», un
libro bellissimo di un architetto isrealiano, Weizman Eyal, che
racconta di come l’architettura plasmi i territori occupati che
vengono attraversati da continui sommevimenti – pensa all’opera dei
coloni – di decostruzione e costruzione. L’architettura è parte
integrante del progetto militare dell’occupazione, anche grazie ai
dispositivi teorici del decostruzionismo e alla decisione, anche
questa teorica ma dai rilevanti effetti pratici, di limitarsi a
descrivere la realtà piuttosto che criticarla. Nelle accademie
militari sempre più spesso fanno capolino architetti e urbanisti. Le
città sono diventate il campo privilegiato, da Baghdad a Grozny, delle
nuove guerre. Come vedi da un piano squisitamente teorico si è
arrivati ad degli effetti pratici evidenti e terribili.

Ma la possibilità di decostruzione e costruzione spontanea può
avvenire anche dal basso, non solo dentro le maglie di un progetto di
occupazione.
Sono stato a Lagos, la capitale economica della Nigeria e questa cosa
di cui parli l’ho vista: un cavalcavia, ad esempio, può trasformarsi
in un insediamento umano. C’è questo piano, diciamo di appropriazione
da parte delle persone dell’organizzazione dello spazio, ma perché
questo movimento abbia dei connotati positivi ci sono alcune
condizioni: non deve avere spessore teorico – dev’essere, appunto,
spontaneo – e deve avere pochi mezzi, poche risorse. Altrimenti si
rovescia in una altra cosa, in una brutta cosa, quella di cui
parlavamo prima.

E per arrivare al tuo nordest, sfondo e protagonista di molti tuoi
libri, che ne pensi di quel che sta accadendo a quel territorio?
Il problema è che qui abbiamo le conseguenze peggiori del fatto di
essere una grande metropoli – consumo di suolo, vastità di spazi –
senza il tornaconto visto che il pensiero continua a rinchiudersi in
vecchi e piccoli spazi. Malgrado tra Treviso, Mestre e Padova, ma
anche Vicenza, ad esempio vi sia una conurbazione unica, domina un
residuo del pensiero per cui quando si parla di città si pensa al
centro storico, mentre il nostro territorio non è più così, c’è uno
spazio ampio ma un pensiero che è racchiuso nel piccolo. Anche se
ultimamente c’è una riscoperta delle periferie, se ne parla, ma questo
è dovuto ad una semplice presa d’atto che sono questi i territori
vitali. Nei centri delle città non c’è più corrispondenza tra le
facciate delle case e la vita che le racchiude. E’ solo una messa in
scena.

Sembra mancare una programmazione dei processi
Bisognerebbe capire se la perdita del controllo è subita o voluta.
Così come avviene nei territori occupati in Palestina, in cui il
controllo avviene solo ex post, quando l’invasione dei coloni è
avvenuta e l’autorità si incarica di regolare militarmente, e
architettonicamente, le conseguenze, così è qui con le forze della
speculazione che informano il territorio con i loro progetti e la
politica  che interviene dopo, a cose fatte, magari sotto forma di
intervento militare sollecitata dal cosiddetto allarme sicurezza. Per
capire quello che sta accadendo qui a nordest, è utile quello che ho
letto ultimamente in una delle pubblicazioni della camera di
commercio, lettura che caldamente consiglio, loro denunciano che «la
congestione compromette lo sviluppo»; hai capito? La congestione che
loro hanno creato gli si ritorce contro, siamo al paradosso, il
meccanismo è davvero impazzito.

Novembre 2009 – Carta