Esiste almeno una ’ndrina distaccata in Veneto. Questo è l’elemento saliente dell’inchiesta che ha portato agli arresti e alle perquisizioni di ieri mattina. A cosa può servire una ’ndrina? Il pentito Angelo Salvatore Cortese nelle sue confessioni lo chiarisce bene: «Serve una persona che vuole appoggio per fare un lavoro in rapina, se mi serve droga, se mi servono macchine, se mi servono armi, automaticamente e un punto di riferimento…». L’ipotesi investigativa si è fatta strada grazie alle rivelazioni di Cortese le cui dichiarazioni hanno rappresentato un riferimento fondamentale per l’operazione Aemilia, la grande inchiesta giudiziaria che ha svelato e colpito l’operatività del clan Grande Aracri in Emilia Romagna.

Una ’ndrina distaccata significa un gruppo che gode di una certa autonomia dal clan principale – in questo caso quello dei Grande Aracri di Cutro – e diventa un punto di riferimento territoriale per i vari gruppi e le famiglie ’ndranghetiste. È la prima volta che viene ipotizzato un insediamento strutturato di ’ndrangheta dopo che per anni il fenomeno era rimasto sconosciuto se non ignorato.

Che ci fossero delle propaggini in Veneto si era capito subito se non altro dal fatto che nel quadro di quell’inchiesta vi erano stati sette arresti di persone residenti in veneto, tra cui Francesco Frontera, il leader riconosciuto di questa struttura. Ma serviva ripercorrere le reti di affari tra queste persone per capire che il rapporto tra loro ed altre famiglie dell’orbita ’ndranghetista residenti in Veneto era stabile e non occasionale. Domenico Multari, di cui raccontammo le gesta in un’inchiesta recente, fungeva un po’ da “padre nobile” avendo fatto da apripista nell’insediamento delle famiglie ’ndranghetiste nella regione.

La loro azienda, la GriKa costruzioni è stata coinvolta, in appalto o in subappalto, nei più grandi lavori autostradali di questa regione: dal Passante di Mestre alla Valdastico sud. Si tratta dei Grisi, famiglia di Zimella, decimata dall’uccisione di due fratelli a Crotone nel 2010, ma ancora attivi e in rete con molti soggetti legati alla criminalità organizzata. Come apprendiamo da fonti investigative la famiglia Grisi è stata coinvolta nell’inchiesta. Alcune delle loro ditte sono state amministrate di fatto da Francesco Frontera. Così come mezzi di una ditta di Frontera sono stati utilizzati durante una delle sue detenzioni.

Con l’individuazione di questa struttura ’ndranghetista gravitante tra Lonigo, nel Basso Vicentino, e San Bonifacio, nel Veronese, si è incrinato quello che qualche osservatore aveva chiamato il “muro del Garda”, quel simbolico confine oltre il quale da questa parte del lago non si assisteva ad inchieste coordinate che colpissero gruppi di ’ndrangheta mentre pochi chilometri ad ovest le operazioni della magistratura antimafia si susseguivano.

Come chiariscono fonti investigative molto c’è ancora da fare: le società che operavano vorticosi operazioni di passaggi di fatture gonfiate per riciclare il denaro venivano spesso create, e modificata la compagine societaria, davanti a un notaio veronese o vicentino. Indicativa

la passione per la politica di un membro della famiglia Grisi, nel 2009 candidato (non eletto) in una lista di appoggio all’ex sindaco Pdl di San Bonifacio, Antonio Casu. Proprio il paese dove il pentito Cortese affermò di aver incontrato numerosi cutresi.

il Mattino di Padova 14 febbraio 2017