«Siamo sicuri che i nostri controlli funzionano e non c’è nessun sentore di mafia nella nostra città». (Ivo Rossi, già sindaco reggente e candidato sindaco del centrosinistra nel 2014, il Mattino di Padova, 5 dicembre 2012)

Pensando alla nostra realtà, a Padova e nel Veneto, il problema della corruzione non è una priorità” (Massimo Pavin, presidente di Confindustria Padova fino al 2015, il Mattino di Padova, 15 dicembre 2011) 

Alcuni analisti hanno ipotizzato una qualche correlazione tra il radicamento delle organizzazioni mafiose e la forte cementificazione del territorio1, da sempre uno dei settori con la più alta possibilità di infiltrazione criminale2 (Ziparo, 2016). La sovrapproduzione edilizia, come è noto, è un fenomeno che può essere influenzato da eventuali condizionamenti come la necessità di investire e riciclare i proventi di altri traffici illegali nell’attività edilizia da parte delle organizzazioni criminali. In generale è noto l’interesse della criminalità organizzata per il settore dell’edilizia, un interesse che non compie solo «abusi edilizi», ma cerca di condizionare le scelte di pianificazione stravolgendo un ordinato sviluppo urbanistico, che viene così scavalcato da interessi privati che sono di ostacolo a una gestione del territorio che abbia come obiettivo il perseguimento dell’interesse collettivo3. Noi ci limiteremo ad utilizzare i dati sul consumo di suolo quali segnalatori luminosi di un insostenibile quanto complesso processo di cementificazione che ha riguardato il nostro territorio negli ultimi decenni. Il rapporto Ispra, citando documenti ufficiali della Commissione europea, identificando le cause del consumo di suolo sottolinea a nostro avviso un aspetto decisivo: “hanno un ruolo importante (nel consumo di suolo ndr) anche la rendita fondiaria e immobiliare, la possibilità di utilizzare le entrate fiscali e gli oneri di urbanizzazione per assicurare entrate finanziarie e per fornire servizi, l’elevata frammentazione amministrativa, la poco diffusa conoscenza e la scarsa consapevolezza delle funzioni del suolo e della loro importanza per il nostro benessere e per l’economia, le norme assenti o poco efficaci, le previsioni di espansione non sempre ben dimensionate degli strumenti urbanistici” […] mentre “nuovi modelli sociali ed economici hanno ormai fortemente alterato il rapporto tra una città compatta e densa e un tessuto esterno prevalentemente agricolo e naturale”4.

L’abnorme cementificazione è quindi una conseguenza di precise condizioni economiche e sociali. Tra queste condizioni pensiamo possano avere un ruolo, anche nel nostro territorio, le organizzazioni criminali. Per iniziare ad ipotizzare possibili indirizzi di ricerca su questa ipotesi abbiamo utilizzato la letteratura sull’argomento scontando il limite di una scarsa produzione documentale su questo tema nella nostra regione. Pochissime sono state infatti le inchieste della magistratura che abbiano messo in luce il ruolo delle organizzazioni criminali nell’economia locale.

Il nostro territorio ha visto in questi decenni l’espandersi alluvionale della cementificazione. I dati sono recenti: in Veneto – secondo il rapporto fornito nel luglio 2016 dall’Istituto Superiore per la Ricerca Ambientale (Ispra) – negli ultimi tre anni sono stati consumati circa 1.400 ettari di suolo, raggiungendo complessivamente il 12,2% della superficie territoriale contro un valore medio nazionale del 7,6%. Il Veneto, secondo il rapporto Ispra, si conferma la seconda regione d’Italia per percentuale di suolo consumato.

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Secondo le analisi svolte da Tiziano Tempesta, docente dell’Università di Padova il Veneto, è stata interessata, dagli anni ’70 del secolo scorso, da una forte dispersione insediativa la quale, oltre ad aver contribuito a erodere del 10% la superficie coltivabile, causa costi sociali e ambientali ingentissimi. Una regione in cui, nella prima metà degli anni 2000, si sono costruiti più capannoni per chilometro quadrato a livello nazionale, più del 62% della popolazione abita in ville e villini (rispetto al 43% a livello nazionale) e circa il 65% in abitazioni sottoutilizzate, e nell’area centrale più urbanizzata si è superato il 20% di suolo edificato (artificializzato).

 

Malgrado questo vuoto documentale l’interesse della criminalità organizzata nei confronti del ciclo del cemento e dell’edilizia è messo in luce, anche in Veneto e nel padovano, da un buona messe di evidenze empiriche5. Interessante riesumare una dichiarazione del marzo del 1991 di Settimo Gottardo, sindaco di Padova dal 1982 al 1987 a proposito dell’operatività – in particolare nel campo del riciclaggio del denaro sporco – delle mafie a Padova: “Io non ho prove, non sono un detective, ma ne sento l’odore. Non sono in grado di dire a che punto siamo, sono convinto che il rischio di riciclare denaro sporco è vivo e consistente in un sistema economico come il nostro, sono convinto che il mulino che fa girare quotidianamente denaro possa indurre in tentazione le organizzazioni criminali”.

Citiamo questa testimonianza perché la dimensione della lunga durata della presenza delle mafie potrebbe aver portato ad una sorta di equilibrio, un adattamento tra mafiosi e operatori economici, una situazione in cui non è facile distinguere tra imprese mafiose e non, dove tutte le imprese sono coinvolte e interdipendenti in una rete di relazioni, da cui è molto difficile uscire. Che ci sia una lunga durata dell’operatività mafiosa in Veneto lo testimonia anche la relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta del 1994 dove leggiamo, a proposito del Veneto: «Le forze dell’ordine e la magistratura inquirente si dichiarano certe della presenza di complesse attività di riciclaggio, di operazioni economiche sospette, di negoziazioni di decine di miliardi non compatibili con le dimensioni delle aziende che vi sono interessate»6.

Venendo ad anni più recenti è utile citare un rapporto di una decina di anni orsono della Guardia di Finanza, “la particolare struttura industriale, caratterizzata da una molteplicità di piccole e medie imprese a ristretta base societaria ed in perenne evoluzione tecnologica, rende il sistema permeabile alla penetrazione di tipo economico delle varie forme di criminalità”7.

Nel 2007 viene arrestato Marcello Trapani (inchiesta Area Docks), avvocato dei Lo Piccolo, mentre stava mettendo in moto, nell’area tra Padova e Chioggia, un’attività di riciclaggio nel campo dell’edilizia coinvolgendo un ufficiale della Guardia di Finanza, un politico e un imprenditore edile. Nel gennaio 2012 viene arrestato nel padovano Nicola Imbriani, 57 anni originario di Quarto Flegreo in provincia di Napoli, latitante dal 3 maggio del 2011 ed esponente di spicco del clan camorristico dei Polverino. Tutta da valutare l’attività del latitante nel territorio ed in particolare gli affari con imprenditori della zona, in particolare nell’ambito delle costruzioni edili di Piove, Brugine e Arzergrande. Nel giugno dello stesso anno vengono confiscati all’imprenditore Michele Pezone 21 immobili in Veneto: una villa, un garage e un’area urbana destina a a parcheggi, a Jesolo, un negozio, un garage e un appartamento a San Donà di Piave, 8 garage e 4 appartamenti a Portogruaro, un negozio a Bagnoli di Sopra, un garage e un appartamento a Ponte San Nicolò. Pezone, ritenuto contiguo all’organizzazione camorristica capeggiata da Schiavone, è stato condannato a 7 anni per usura, estorsione reati commessi a danni di imprenditori in Emilia Romagna e Veneto. Nel maggio 2013 viene perquisita una ditta di costruzioni di Limena il cui titolare viene arrestato nell’ambito dell’operazione «Libra» dei carabinieri e della guardia di finanza di Vibo Valentia. Secondo gli inquirenti, la ditta di Limena è riconducibile, alla cosca Tripodi il braccio economico-imprenditoriale della potente famiglia ’ndranghetista dei Mancuso di Vibo Valentia.Nel 2015 assistiamo al sequestro (poi revocato dal tribunale di Padova) disposto dalla direzione distrettuale antimafia di Venezia del considerevole patrimonio immobiliare di Francesco Manzo, residente a Padova dal 1992 [ed un veloce soggiorno nel piovese nel 1987] con diversi precedenti penali per furto, truffa in concorso, associazione per delinquere, bancarotta fraudolenta, porto illegale di armi. Tra i beni sequestrati ci sono 350 unità immobiliari tra cui 40 appartamenti nel grattacielo Belvedere davanti alla stazione di Padova, la torre direzionale in costruzione nella zona industriale di Padova, diversi appartamenti e un castello a Ponte nelle Alpi. Il figlio di Francesco Manzo risulta amministratore di una società, la Centro servizi Interporto spa, partecipata al 5% da Interporto spa, società che appartiene ad enti pubblici come Comune e Provincia di Padova, Aps Holding e Camera di commercio. Interessate riportare a proposito il commento di Alessandro Naccarato, deputato padovano membro della Commissione parlamentare antimafia: “La vicenda indica la facilità con cui persone sospettate di legami con la criminalità organizzata entrano in relazione con l’economia e l’impresa locale. Un pregiudicato, apparentemente privo di capitali a lui riconducibili, è riuscito a farsi erogare ingenti prestiti da istituti bancari, ad acquistare a prezzi elevatissimi numerosi beni e ad avviare la realizzazione tramite l’Interporto di Padova di una struttura immobiliare molto onerosa che, fino a quel momento, non aveva attratto l’interesse delle principali imprese di costruzioni”. Sergio Giordani, presidente di Interporto, alla domanda del perché avessero mantenuto la quota nella società con i Manzo ha risposto: “Lo hanno chiesto loro, ‘per mantenere un contatto con le istituzioni’, hanno detto, ma non contiamo nulla”.

L’interesse delle mafie sembra rivolto all’edilizia privata come nel caso della Edil Guizza di Padova della Teolo Residence e della 3MG Immobiliare di Albignasego (Pd) e della Ediladriatica srl di Cona (Ve) messe sotto sequestro il 27 novembre del 2015 all’interno del provvedimento di confisca di beni per 7 milioni di euro riconducibili a Giuseppe Faro e dei suoi familiari. I beni erano già stati posti sotto sequestro nel febbraio 2013 nell’ambito di un’indagine della Dia di Catania. O riguardare appalti con l’amministrazione pubblica come nel caso dell’interruzione nell’aprile del 2016 da parte del Comune di Padova del contratto con la Pi.Ca Holding srl che stava realizzando un asilo in via del Commissario. L’impresa aveva ricevuto l’interdittiva antimafia dalle prefetture di Milano e Modena nell’ottobre 2015.

La sintetica rassegna di queste evidenze empiriche non chiarisce se siamo di fronte ad un incontro sul terreno del mercato, un azione “silente”, impegnata al riciclo di capitali in attività economiche e finanziarie o il servizio – operazioni finanziarie, truffe, evasione fiscale, bancarotte fraudolente, smaltimento di rifiuti, somministrazione di manodopera – prestato alle imprese venete – spesso con l’aiuto di una rete di professionisti locali – oppure, come sembra profilarsi in alcune enclave territoriali anche del territorio veneto, un insediamento stabile e continuativo capace di attivare contatti e complicità con settori del mondo politico e imprenditoriale8.

La particolarità e l’abilità nell’agire del mafioso, oltre all’uso selettivo della violenza, sta nel manipolare e gestire legami sociali, veri e propri esperti di relazioni (Sciarrone 1998). I mafiosi, in generale, mostrano scarse capacità imprenditoriali e sono costretti a sopportare extra-costi che riducono i loro profitti, operano in settori tradizionali con bassa tecnologia che di solito non richiedono particolari abilità professionale. Il settore dell’edilizia, in virtù delle sue caratteristiche, rappresenta uno straordinaria occasione di “socializzazione” per i mafiosi. Operare nell’edilizia implica entrare in relazione con una vasta schiera di soggetti come funzionari comunali, studi di progettazione, banche, politici, professionisti, agenti immobiliari: in qualche modo può significare “entrare in società”. Ed entrare a contatto con la politica.

E’ nella zona grigia, sospesa tra soggetti vittime e soggetti complici, l’area da cui la mafia trae la sua forza, ovvero il suo capitale sociale; nella pratica la cooperazione con i mafiosi può essere molto vantaggiosa, e non di rado tende a diventare un modello di successo, imitato e socialmente accettato. La forza dei gruppi mafiosi sta soprattutto nella capacità di allacciare relazioni, instaurare scambi, creare vincoli di fiducia, incentivare obblighi e favori reciproci. L’aspetto più importante sono le relazioni che prendono forma nell’area grigia insieme di soggetti: imprenditori, politici, professionisti, tecnici e funzionari – con cui i mafiosi devono entrare necessariamente in rapporto per svolgere attività nell’economia legale (Sciarrone, 2009).

A questo punto riteniamo possa essere interessante, dopo aver passato in rassegna alcuni segnali dell’operatività delle mafie in questo settore, cercare di inquadrare, a grandi linee quelli che definiamo “varchi”, ovvero le occasioni che un sistema locale offre all’operatività della criminalità organizzata. I varchi possono riguardare le culture, le prassi operative, le normative o le congiunture economiche. Ragionare sui varchi costringe a porre l’attenzione sui cambiamenti delle società locali più che sull’operatività criminale. Per comprendere l’operatività delle mafie è necessario infatti comprendere il contesto in cui operano e in cui scelgono, per una complessa serie di ragioni, di insediarsi. La ricettività del territorio, la sua domanda di illegalità, il suo rendersi disponibile all’offerta mafiosa, sono i temi che dovrebbero maggiormente destare la nostra attenzione.

Varchi: politica e politiche

Come ha notato uno studioso attento come Paolo Perulli: “il disordine insediativo è stato il riflesso di un affastellarsi di interessi non regolati, di spinte all’accumulazione che hanno contribuito ad incrinare la coesione sociale della società locale e corroso l’insieme di norme, morali prima che giuridiche, che tengono insieme una società” (Perulli 2010). Ma questo processo di sfruttamento intensivo del territorio che ha caratterizzato il Veneto è solo in parte spontaneo, ma è stato “promosso ed incentivato con appositi provvedimenti legislativi, da quelli relativi alle cosiddette “aree depresse” a quelli che hanno disciplinato l’edificazione in aree agricole, e con piani e norme urbanistiche regionali e locali volutamente permissivi”9.

Nel Veneto la legislazione urbanistica, in nome della semplificazione e dell’efficienza, ha introdotto procedure di pianificazione e programmazione sempre più de-regolative. Il sistema di «pianificazione negoziata» è imperniato su un modello di partnership pubblico-privato che priva le strutture pubbliche degli strumenti non solo di controllo ma anche di guida delle scelte strategiche; non prevede criteri oggettivi e prestazionali che regolino la contrattazione e consente, in questo modo, processi decisionali opachi e criteri di valutazione molto discrezionali. Con l’articolo 6 della nuova legge urbanistica, la Regione Veneto fa esplicito invito ai privati a partecipare all’iter formativo dei nuovi piani urbanistici, sollecitandoli a presentare progetti ed iniziative «di rilevante interesse pubblico» che attraverso la formula degli «accordi tra soggetti pubblici e privati» possano divenire «parte integrante dello strumento di pianificazione» cui accedono.

Illuminate a questo proposito un passaggio della relazione ufficiale della Commissione per lo studio e la prevenzione della corruzione: «il rapporto pubblico/privato non è, quindi, più fondato sulla tradizionale (e fondamentalmente statica) dialettica tra autorità e libertà e tra regolazione pubblica e diritto di proprietà privata, ma diviene sempre più un rapporto negoziale, fondato sullo scambio tra conseguimento di rendite finanziarie derivanti dall’utilizzo del territorio e realizzazione».

L’indistinzione dei ruoli di pubblico e privato di cui parla la Commissione è lo stravolgimento di quella che è, invece, considerata una base indispensabile per il corretto funzionamento di una democrazia moderna e prima ancora e, prima ancora la consapevolezza della necessità della distinzione tra pubblico e privato nella gestione dell’urbanizzazione del territorio fin e la subordinazio­ne degli interessi economici privati agli interessi della città fin dal medioevo (Maddalena, 2014).

La partita della regolazione nell’uso del suolo è in Italia particolarmente complicata soprattutto in seguito alle sentenze della Corte costituzionale che hanno posto una pesante ipoteca sulla legit­timità dei vincoli urbanistici e delle indennità espropriative, e quindi della stessa pianifica­zione, sono messe in dubbio. Un potente alibi per chi rifugge a qualsiasi intento seriamente regolatorio. Un alibi che ha fatto si che le procedure di perequazione urbanistica siano state portate avanti – e definite come “ineluttabili” – da giunte di centro destra e centro sinistra con risultati molto simili (Ginestri Passi, 2010).

Come ha limpidamente mostrato Chiara Mazzoleni la regione Veneto “si è avvalsa fin dall’entrata in vigore della nuova legge urbanistica di dispositivi derogatori. Da un lato ha incentivato il ricorso a varianti ai piani regolatori concesse ai comuni nella fase di transizione (dopo il 2004), ripetutamente prorogata, tra il precedente e il nuovo assetto normativo, che – coincidendo con l’ultima fase del periodo espansivo – hanno avuto forti impatti territoriali”10.

Ma se il livello regionale è decisivo nella politica urbanistica – con differenziazioni significative tra regione e regione – quello locale è il livello dove più agevolmente gli interessi puntuali possono permeare i provvedimenti e gli interventi e dove con più virulenza si manifestano le pressioni dei gruppi di interesse. Le pratiche corruttive nell’urbanistica sono interrelate con la crisi della politica locale. I comuni sono sempre più i responsabili unici delle scelte sulle destinazioni d’uso del suolo, ma a questa responsabilità formale non ne corrisponde una sostanziale: la mancanza di autonomia fiscale, l’indisponibilità di competenze necessarie all’assunzione di decisioni delicate soprattutto sui beni ambientali ridimensionano nei fatti la possibilità di azione e le espongono al ricatto e alla contingenza. Questa debolezza comporta una fragilità dell’amministrazione comunale nel relazionarsi autorevolmente con gli interessi privati, perché interessi privati sanno della debolezza del comune ed hanno perciò un potere contrattuale molto forte. Aggiungiamo a questo il fatto che i cicli di vita della politica locale sono basati su filiere corte, il minor peso dei partiti ha messo in evidenza la solitudine del nuovo ceto politico, la distanza da regole e modelli comuni, il ricorso più frequenti a relazioni amicali e parentali.

Varchi: economia

In Veneto si è creata una diffusa aspettativa di rendita urbana sulle aree agricole, che ha comportato un consistente incremento del loro valore e ne ha continuamente alimentato le previsioni di trasformazione da parte degli strumenti urbanistici i quali, anziché analizzare le vocazioni del territorio, le necessità della popolazione e di conseguenza pianificare gli interventi, sono stati utilizzati, e purtroppo lo sono ancora, come piattaforme tecniche che giustificano e notificano la speculazione edilizia. L’edilizia ha rappresentato per oltre un decennio – sia per le banche che per gli imprenditori – un investimento perfetto dalla rendita alta e (quasi) assicurata. Anche per questo l’edilizia è stata uno dei settori trainanti dell’economia veneta con ricadute negative, non solo sul piano ambientale, ma anche nel sistema economico: le operazioni immobiliari attraggono grandi quantità di capitali, che diversamente potrebbero essere investiti in settori economici più innovativi e competitivi. L’immobilizzazione di risorse che ha appesantito il sistema economico regionale, secondo gli studi condotti da Tiziano Tempesta in Veneto “a partire dal 2000 non aumenta più la capacita di aumentare il valore delle merci prodotte per residente. Se dalla metà degli anni ’80 alla metà degli anni ’90 il valore aggiunto procapite nel Veneto è cresciuto di più di quello italiano, dopo tale periodo il trend si inverte e la regione ha perso progressivamente posizioni rispetto al quadro nazionale”11. In pratica all’immobilizzazione di risorse nell’edilizia è corrisposta ad una caduta progettuale del capitalismo nordestino.

Gli attori imprenditoriali di questo processo hanno mutato pelle in questi decenni – e le tradizionali grandi imprese edili padovane sono praticamente scomparse negli anni ’90 – dovendo privilegiare all’aspetto della produzione quello delle relazioni finalizzate alla speculazione fondiaria curando i rapporti con la politica e i soggetti finanziari. Gli investimenti delle società immobiliari, più che rispondere ad un fabbisogno reale ed anziché puntare sull’innovazione progettuale, sembrano principalmente rispondere alle logiche della speculazione fondiaria, appropriandosi del differenziale di valore generato dai cambiamenti di destinazione d’uso consentiti dai piani urbanistici o dagli accordi di programma con le pubbliche amministrazioni.

Varchi: finanza

C’è una correlazione tra la iperproduzione edilizia e le crisi bancarie? Il Veneto dei record del consumo di suolo e lo stesso Veneto della crisi delle 11 banche locali (oltre le due note banche popolari di Vicenza e Montebelluna)? A livello nazionale emerge un dato interessante: il 40% delle sofferenze bancarie viene dal settore immobiliare e delle costruzioni12. Gilberto Muraro, ex rettore dell’università patavina e presidente della cassa di risparmio del Veneto, sottolinea la relazione tra sviluppo immobiliare e crisi bancarie: “Forse c’è stato un ritardo nel capire la portata dei contraccolpi della crisi. Penso in particolare a quello che ha riguardato il settore immobiliare che da noi è stata più forte rispetto ad altri territori alla luce del boom commerciale, industriale e residenziale dal quale si arrivava”13. Il connubio tra cementificazione e credito è noto: il finanziamento delle operazioni immobiliari risulta come “impiego” e  quindi la banca – nell’aspettativa di una rendita legata a valori immobiliari fittizzi – nel bilancio indicherà l’operazione con il segno più. L’immobiliare – le grandi operazioni immobiliari – hanno sempre tirato nel settore bancario anche quando gli immobili rimanevano invenduti e domanda non se ne scorgeva (Martinelli, 2011). Il settore edile ha goduto, negli anni a cavallo tra il ’90 e il 2000 di margini di redditività impensabili in altri settori. I Comuni, attratti dalle entrate degli oneri di urbanizzazione, hanno favorito l’espandersi dell’edificato, così come le banche hanno concesso crediti facili per chi volesse investire nel settore. E’ così che un vera e propria massa di persone si è “inventata” imprenditore. Con l’esplodere della bolla immobiliare le banche hanno bloccato i prestiti a tassi agevolati. Migliaia di imprenditori edili sono rimasti intrappolati provando ad uscirne attraverso fenomeni esasperati di intermediazione di manodopera e compressione dei diritti. Sono poi dilagate procedure fallimentari concordate. In generale, queste sono operazioni che favoriscono il coinvolgimento di nuovi personaggi e di nuove risorse, alle volte dai tratti oscuri14.

Varchi: corruzione

E’ comprovata nel campo dell’edilizia la tendenza ad accordi collusivi tra imprese e al rifugio sotto quelli che costituiscono veri e propri cartelli di fatto. Un sorta di compattamento delle reti a fronte della crescente incertezza dei mercati e della esasperazione delle competizione. I cartelli possono assumere una diversa configurazione e comporsi a prescindere dalla presenza dell’attore mafioso: significativo il caso dell’inchiesta, emersa nel 2007 e denominata dai media «appaltopoli», che ha visto il coinvolgimento di decine di imprese tra il trevigiano, il vicentino e il veneziano, svelando un sistema di cartelli tra aziende finalizzati a individuare le percentuali di ribasso sulle offerte della base d’asta in modo da aggiudicarsi i lavori degli enti pubblici. «Sono sistemi chiusi – racconta un imprenditore mestrino a un giornale locale – nei quali è impossibile entrare: si fanno lavorare solo gli amici e gli amici degli amici […] E’ drammatico essere escluso dai pochi lavori che ci sono in giro e allora a questo punto è meglio pagare, una piccola tangente si può accettare»15. Emerge la richiesta di essere cooptati dentro circuiti protetti, accessibili esclusivamente da parte di alcune imprese in possesso dei requisiti economici e del capitale sociale necessario e dove vengono ammorbidite, dalla logica dei favori e degli scambi occulti, le severe leggi del mercato e della concorrenza.

La strutturazione di compatte reti di reciprocità fa sì che, una volta ottenuto il favore, l’imprenditore sia in obbligo di restituirlo. In altri territori le mafie si sono ritagliate un ruolo regolatorio dei cartelli. In Veneto ad oggi questo ruolo non è emerso nitidamente. Sul rapporto tra mafie e sistemi corruttivi chiamiamo in causa uno studioso come Isaia Sales che chiarisce come la corruzione e la mafia siano cose distinte, ma non diverse. “Ci può essere corruzione senza mafia (come nel caso del Mose), ma non può esserci mafia senza corruzione” è l’efficace formula per comprenderne il rapporto. La mafia presuppone la corruzione pubblica e privata. E’ questo il terreno ad essa più favorevole. E cosa c’è alla base della corruzione? C’è la convinzione che ciò che è degli altri o ciò che è pubblico può essere privatizzato, messo cioè nella disponibilità di chi usa la corruzione per farlo (Sales, 2016).

Conclusioni

Nel lontano 1991 l’Ordine degli architetti di Padova, condotto da Antonio Draghi, produsse un documento che riguardava il tema delle infiltrazioni mafiose di estremo interesse indirizzato ai responsabili politici ed amministrativi del tempo. Nelle premesse gli architetti padovani avvisano di non essere loro “nelle condizioni di scendere in considerazioni sulle infiltrazioni mafiose”, ma di poter fare delle proposte sulla buona gestione amministrativa, sul sistema di rapporti tra pubblico e privato in particolare nell’aspetto riguardante appalti e concessioni dove si ravvisava una certa predisposizione, vista la mancanza di trasparenza, ad essere terreno di coltura dell’operatività mafiosa. Seguivano una serie di indicazioni operative relative alla pubblicizzazione degli atti, alla programmazione delle opere, alla gestione delle licenze. L’attenzione insomma veniva rivolta all’operato della pubblica amministrazione che avrebbe potuto, seguendo criteri di buona gestione, avere uno straordinario ruolo preventivo. Di lì a due anni esplose tangentopoli.

“Il diritto alla città è molto di più che un diritto d’accesso, individuale o di gruppo, alle risorse che la città incarna: è il diritto di cambiare e reinventare la città in modo più conforme ai nostri intimi desideri. E’ inoltre un diritto più collettivo che individuale, perché reinventare la città dipende inevitabilmente dall’esercizio di un potere collettivo sui processi di urbanizzazione. Quello che intendo sostenere è che la libertà di creare e ricreare noi stessi e le nostre città è un diritto umano dei più preziosi, anche se il più trascurato”. (David Harvey)

Uscito qui: http://www.off-line.news

Riferimenti bibliografici

Sebastiano Canetta, Ernesto Milanesi, Legaland, Roma, Manifestolibri, 2010

Sandro Ginestri, Lucio Passi (a cura di), Il Danno. Padova: verde, speculazione e cemento nella seconda Repubblica, Legambiente, Padova, 2010

Paolo Maddalena, Il territorio bene comune degli italiani. Proprietà collettiva, proprietà privata e interesse pubblico, Donzelli, Roma, 2004

Luca Martinelli, Le conseguenze del cemento, Altraeconomia, 2011

Renzo Mazzaro, I padroni del Veneto, Laterza, Roma-Bari 2012

Paolo Perulli, Angelo Picchieri (a cura di), La crisi italiana nel mondo globale. Economia e società del nord, Einaudi, Torino, 2010

Isaia Sales, Storia dell’Italia mafiosa. Perché le mafie hanno avuto successo, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2015

Rocco Sciarrone, Mafie vecchie, mafie nuove. Radicamento ed espansione, Donzelli, Roma, 2009

Rocco Sciarrone (a cura di), Alleanze nell’ombra. Mafie ed economie locali in Sicilia e nel Mezzogiorno, Donzelli, Roma, 2011

1E’ interessante notare che, come analizza l’ISPRA, tra i venti comuni con la maggiore percentuale di suolo consumato ben tredici sono del napoletano, due del casertano, uno nella provincia di Monza e Brianza, uno in quella di Trento, uno rispettivamente in quella di Milano e di Torino

2Alberto Ziparo, relazione al convegno: La territorializzazione del potere mafioso: controllo del territorio e nuove geografie di espansione, 10 marzo 2016, Firenze in www.lapei.it

3 Elena Granata, Paola Savoldi, Gli habitat delle mafie nel Nord Italia, in Territorio, 63/2012

4Istituto Superiore per la Ricerca Ambientale (Ispra), Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici, Edizione 2016

5 Francesco Trotta, Mafie ed edilizia nel Veneto: caratteristiche e dinamiche di una relazione di lunga durata, in Schegge di dark economy, Quaderno n°3, Osservatorio ambiente e legalità Venezia, 2013

6 O. Barrese [a cura di], La mafia al nord. La relazione di Carlo Smuraglia su “insediamenti e infiltrazioni di soggetti ed organizzazioni di stampo mafioso in aree non tradizionali, Rubbettino, Soveria Mannelli, 1994

7 Guardia di Finanza, Comando regionale Veneto, Situazione complessiva della criminalità organizzata anche con riferimento a quella di etnia straniera, Relazione inviata alla Commissione antimafia e consegnata dal generale Adinolfi in data 9 aprile 2003

8Vedi il dossier confezionato dall’Osservatorio sull’insediamento della ‘ndrangheta a Verona, Osservatorio ambiente e legalità, ‘Ndrangheta, corruzione, cemento. Il Veneto che deve cambiare, dossier 2014 in http://www.legambienteveneto.it

9Sergio Lironi, Contrastare il grande saccheggio del territorio, relazione tenuta al convegno promosso da Sinistra Ecologia e libertà, Rovigo 22 ottobre 2011

10Chiara Mazzoleni, Beni comuni e federalismo urbanistico, Lo Straniero, http://lostraniero.net 2015

11Tiziano Tempesta, L’economia del Veneto: cronaca di una crisi annunciata, Dipartimento Territorio e Sistemi Agroforestali – Università di Padova, Padova, Agosto 2012 in http://intra.tesaf.unipd.it/people/tempesta

12Mario De Gasperi, Economia e mattone, in http://www.casadellacultura.it

13Intervista di Matteo Marian, il Mattino di Padova, 20 dicembre 2015

14 Si veda l’interrogazione parlamentare con la quale i deputati padovani lanciano l’allarme al ministro dell’Interno per «le modalità di attuazione del fallimento‐liquidazione di Edilbasso (storica impresa edil padovana nda) e di Faber e il fatto che nella complessa vicenda siano coinvolte anche persone che hanno avuto un ruolo in episodi oggetto di indagini da parte della Procura di Milano». In particolare Giovanni Barone, liquidatore della Perego Holding, ha precedenti «di polizia per reati contro la pubblica amministrazione, oltraggio, resistenza e violenza, falso in genere, omessa custodia di armi» ed è stato coinvolto nell’inchiesta riguardante l’infiltrazione della ‘ndrangheta nell’impresa Perego Strade Srl e nell’inchiesta veronese per il fallimento della società «Rizzi Costruzioni srl».

15Francesco Furlan, L’imprenditore confessa: «Pur di lavorare pagherei le tangenti», La Nuova di Venezia, 21 marzo 2012.