Grande Aracri inizia il suo racconto?

Anche in Veneto, così come in Emilia Romagna, più di qualcuno ha passato una notte agitata dopo la notizia filtrata ieri delle prime confessioni del boss Nicolino Grande Aracri, figura di primo piano della ‘ndrangheta crotonese. E non solo tra i suoi affiliati.

Nel nord sono queste le due regioni dove Grande Aracri e le persone che a lui facevano riferimento coltivavano i loro affari. A Reggio Emilia per cominciare, dove la ‘ndrangheta prende forma quasi in contemporanea con quanto accade nel crotonese. Non si tratta infatti di una mafia antica, sorge tra gli anni sessanta e settanta e si arricchisce e diventa potente negli anni novanta anche grazie al radicamento nella ricca Emilia. Nella sua breve storia annovera una cruenta guerra di potere nella seconda metà degli anni novanta quando Nicolino Grande Aracri si fa strada eliminando i sostenitori del vecchio leader, Antonio Dragone, che in quel periodo soggiornava in carcere e che verrà poi eliminato, una volta uscito, nel 2004 a colpi di bazooka. Tra i sostenitori di Dragone in terra veneta annoveriamo la famiglia Multari così come la famiglia Grisi, i quali finita la contesa sapranno allacciare rapporti “costruttivi” con gli ex avversari.

Nicolino Grande Aracri, personaggio temuto come sanguinario anche in un ambiente non particolarmente sensibile alle buone maniere, ha edificato la sua autorevolezza grazie ad una considerevole lista di omicidi a lui attribuiti più o meno formalmente. Quando l’imprenditore veronese Moreno Nicolis incontrerà Nicolino Grande Aracri a Cutro, accompagnato da Antonio Gualtieri, luogotenente del boss per alcuni affari al nord, di primo acchito non non ne ricava l’impressione di un leader di spessore, ma sarà Gualtieri a rassicuralo: “More… lui, è chiaro… commercialmente…è senza concorrenti…[…] hai capito? Però More…lui dispone di… di 500 uomini.. 500, penso che forse in carcere ne ha una novantina…”. Il luogotenente durante il colloquio intercettato dai carabinieri, mette sul piatto la forza militare. Ma è non si è trattato di una strategia vincente. La predisposizione per l’utilizzo della forza alla fine non ha pagato, come ha notato lo studioso Vittorio Mete: “Lo scontro militare ha poi provocato la reazione delle agenzie di contrasto, rompendo la «tranquillità» delle zone in cui i mafiosi cutresi operano”.

E la leadership di Grande Aracri ha iniziato a scricchiolare dopo la condanna in appello all’ergastolo, assieme al fratello, nel 2018, proprio per l’omicidio Dragone. Nel Veneto, dove pare preminente l’influenza della ndrangheta crotonese, Grande Aracri e i suoi accoliti ha inseguito diversi business allacciando contatti con il mondo degli affari e della politica. Il suo luogotenente Gualtieri si vanterà di aver intavolato trattative che vedevano coinvolto l’allora sindaco di Verona Flavio Tosi per la permuta di destinazione urbanistica di alcune aree. Inoltre la Faecase srl – società il cui primo amministratore risulta l’immobiliarista, residente a Caorle, Claudio Casella – è la società scelta dal clan di Grande Aracri come capofila per un affare importante: il cosiddetto “Piano Cutro”, cioè la costruzione di un parco eolico nella campagna cutrese realizzato grazie ai finanziamenti dell’Unione europea. Un tessitore degli interessi di Grande Aracri in terra veneta è Leonardo Villirillo, commercialista, condannato nell’inchiesta Grimilde, ma, prima della condanna, molto attivo tra Verona, Rovigo e Padova come consulente di diverse società.

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