I cittadini, sentinelle contro lo smaltimento illegale dei rifiuti

Si occupa di ambiente da circa vent’anni e il suo lavoro l’ha portato ad approfondire soprattutto l’aspetto “criminale” della gestione dei rifiuti. Gianni Belloni, giornalista padovano, autore di inchieste e reportage su ambiente e legalità, è direttore del Centro di documentazione e inchiesta sulla criminalità organizzata in Veneto, con sede a Dolo, nel Veneziano.

Il suo sguardo, attento e consapevole, consente di cogliere appieno il fenomeno dello smaltimento illegale: «Quando parliamo di rifiuti molto spesso si tratta di rifiuti speciali, un settore amministrato dal mercato, da società private che fanno contratti per lo smaltimento e in questa dinamica di mercato c’è chi riesce a lavorare al ribasso, a comprimere i costi, e questo significa una gestione molto più spericolata. Pensiamo alla vicenda del sedime stradale, una situazione in cui l’imprenditore ci guadagna due volte: quando smaltisce e quando vende al cantiere. Si tratta di un settore florido con guadagni altissimi e in un momento in cui altri settori hanno vissuto un calo, il servizio dei rifiuti continua ad avere un margine molto importante e chi opera in modo spericolato guadagna molto di più».

IL TERMINE “ECOMAFIE”. Critico anche sulla superficialità delle analisi: «Il termine ecomafia è un termine azzeccato dal punto di vista comunicativo, importante perché è servito a mettere nell’agenda politica la questione di come le modalità criminali di gestione dei rifiuti o del ciclo del cemento danneggino l’ambiente, ma può portare a qualche equivoco: può far pensare che tutti gli atteggiamenti criminali nei confronti dell’ambiente siano opera delle mafie. In realtà – ad esempio qui in Veneto – i soggetti protagonisti delle inchieste più importanti in questi anni sul traffico illecito dei rifiuti sono autoctoni. Sono imprenditori del settore, che hanno anche lavorato con imprenditori di appartenenza criminale classica, ma hanno avuto il loro spazio di azione, di autonomia, di imprenditorialità. E questi sono dentro la società veneta. È noto che la camorra ha avuto un ruolo importante in Veneto, ma solo nella fase finale dello smaltimento e non ha nemmeno inventato il meccanismo. L’ha intuito, ma c’erano già imprenditori che lavoravano su questo. La camorra ha “lavato” i soldi: ha reinvestito in società pulite e continua a intervenire nel settore nascosta in scatole cinesi raffinate. Per capire non dobbiamo immaginare una grande organizzazione che sovrintende. Non è il loro business, ma usano un business. Inoltre, in questo tipo di materia, quello che si fa dal punto di vista della programmazione e della norma ha molto peso poi nella possibilità di sviluppo di atteggiamenti e pratiche di illegalità: più è lungo il percorso per arrivare a destinazione, più sono i punti di stoccaggio, i cambi di mano, più alta è la probabilità per l’illegalità».

L’IMPORTANZA DEI COMITATI. Sono i cittadini quindi – singoli, Comitati o Associazioni – che possono fare la differenza: «Le pratiche di illegalità avvengono a livello del terreno: camion che passano, odori, scavi sono spesso pratiche che noi possiamo osservare e questo fa sì che siano abbastanza frequenti dei fenomeni di attivazione di antenne ambientali. Sono persone, gruppi, comitati che si fanno carico della denuncia e in alcuni casi anche abbozzi di inchiesta con raccolta di informazioni, analisi.

Molte delle grandi inchieste sui rifiuti, che hanno interessato il Veneto, sono nate da cittadini e questo ci dice molto: dell’esistenza di minoranze consapevoli e attente e che l’illegalità di questo circuito si deve mostrare sul terreno, non può nascondere tutto, e qui o c’è la connivenza dei cittadini o corri il rischio della denuncia e spesso le denunce ci sono state. Rispetto a questo fenomeno Legambiente è l’associazione più articolata e più presente e che qualche volta ha la funzione di supportare le azioni dei comitati locali».

«Quella dei comitati è un’azione molto complessa, anche perché la conflittualità sulle questioni ambientali deve passare attraverso il vaglio della conferma scientifica, per cui ci deve essere una sorta di perizia che conferma. Questo è complicato, perché servono gli esperti e per le piccole realtà sono difficili da contattare, inoltre spesso questi sono superficiali o accondiscendenti o conniventi, per cui alle volte firmano perizie gradite, mentre il professionista competente, che si mette a disposizione per pochi soldi, è raro, ma si trova grazie ai circuiti che associazioni come Legambiente supportano».

LA MARGINALITÀ DEI LUOGHI E DELLE PERSONE. Anche i Comitati che si occupano di smaltimento illegale hanno un punto debole, perché occorre «un ragionamento su agire locale e pensare globale. Le lotte che ciascun comitato fa per difendere legittimamente il proprio territorio vanno collocate all’interno di una matrice, che deve essere quella del cambiamento climatico: battersi contro impianti nocivi di trattamento dei rifiuti sì, ma è necessario essere consapevoli che degli impianti, anche all’interno di un’economia circolare, devono esserci. Si deve ragionare sul modo per realizzarli e con quale trasparenza, ma si devono rifiutare atteggiamenti aprioristici».

Soprattutto però Belloni sottolinea: «Le persone che abitano i luoghi dove si compiono crimini ambientali sono spesso ceti popolari. La marginalità dei luoghi, e il loro essere trattati da discariche, spesso coincide con la marginalità sociale. Una nuova frattura sociale, ci racconta il sociologo Mauro Magatti, è tra chi può permettersi la mobilità
nel mondo e l’accesso a luoghi migliori e chi rimane incatenato – perché privo di risorse economiche, ma soprattutto culturali e di relazioni, – al suo luogo, che magari è pure abbruttito dalle devastazioni ambientali. Per questo la lotta per la giustizia ambientale e quella sociale vanno assieme».

Intervista a cura di Donatella Gasperi pubblicata sul trimestrale Vdossier scaricabile qui

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