Aggiornamenti dalla Direzione nazionale antimafia

Con il rapporto annuale della Direzione nazionale antimafia si fa il punto sull’analisi e la conoscenza del fenomeno mafioso che la magistratura è riuscita a produrre. E per quanto riguarda il Veneto gli elementi di novità sembrerebbero due.

Il primo riguarda una certa “rinascita” di Cosa nostra. Data in arretramento negli ultimi anni grazie alla crisi che oggettivamente sta attanagliando la storica organizzazione mafiosa – grazie ad una forte azione repressiva e un cambiamento sociale e culturale avvenuto in Sicilia nei confronti della mafia -, Cosa nostra rifà capolino nella nostra regione. Un indagine partita dall’arresto a Verona di Giovanni Courrier, vigile a Padova, e di Giuseppe Saccà nel 2014 perché in possesso di 5 chili di hashish ha evidenziato la presenza tra Verona, Padova e Mestre di “personaggi in stretta connessione con la famiglia di mafia dei Santapaola”. E poi i magistrati sottolineano una connessione con il latitante Matteo Messina Denaro scrivendo “stati accertati contatti diretti e mediati con altri personaggi originari di Castelvetrano, feudo del latitante, tra cui un lontano parente del latitante che risiede attualmente a Verona”. A questi segnali aggiungiamo, solo nell’ultimo anno, le interdittive che hanno colpito la famiglia Diesi originaria del palermitano e con numerosi interessi economici nella bassa tra Rovigo, Verona e Padova e Giuseppe La Rosa, vecchio picciotto residente a Megliadino San Vitale e attivo soprattutto nel settore degli autotrasporti.

Cosa nostra ha un rapporto storico con la nostra regione dove hanno soggiornato boss di primissimo piano: qui, a Longare nel vicentino, nel 1992 è stato arrestato Giuseppe Madonia mentre risultava impiegato in una ditta edile della zona con forti interessi in Sicilia. Nel 1993, ad Abano, i fratelli Graviano, boss di Brancaccio, erano invece ospiti di Antonio Vallone, commerciante di carni e imprenditore televisivo palermitano che aveva trasferito diverse sue attività nel padovano. Al settore delle carni e a Cosa nostra era legato anche Francesco Sciacca, vicino al clan Milazzo di Alcamo, arrestato a Treviso nel 1992. La storia non si ripete, ma è opportuno, di tanto in tanto rinfrescare la memoria.

La seconda novità riguarda le modalità di insediamento della ‘ndrangheta nei nostri territori. L’organizzazione di origine calabrese non più tardi di otto anni era fa data per quasi assente dagli stessi magistrati della Dna, ma ora “con specifico riferimento al Veneto, sono stati più intensi i segnali, già registrati lo scorso anno, di una presenza sempre più incisiva dell’organizzazione calabrese, con manifestazioni evidenti di quel “controllo del territorio” e di quella condizione di assoggettamento, derivanti dalla “forza intimidatoria” che costituisce l’in sè del reato di cui all’art. 416 bis c.p.”. Insomma qui “la mafia fa la mafia” sembrano dirci i magistrati non limitandosi ad «una penetrazione economica non produttiva di insicurezza pubblica» come scrivevano gli stessi magistrati nel 2012 escludendo forme di dominio o di controllo del territorio veneto.

Per altro nella relazione della Direzione antimafia dell’anno prima leggiamo come “recenti indagini rivelano un interesse sempre più forte di alcune cosche calabresi, in particolare, la famiglia Grande Aracri di Cutro, nonché i sodalizi Pesce e Bellocco di Reggio Calabria e Fiaré di Vibo Valentia, manifestatesi con l’acquisizione di imprese, da utilizzare, non solo con finalità di riciclaggio, ma anche per giungere alla gestione di appalti per la realizzazione di opere pubbliche di non scarsa rilevanza”. Da Cortina con le Olimpiadi, al Lido di Venezia con la ristrutturazione dell’Ospedale al Mare, a Verona con la Tav, ci sarà da tenere gli occhi aperti.

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