Il lavoro della Commissione antimafia in Veneto

Dopo una mattinata di audizioni delle forze di polizia e della magistratura la situazione a Verona e in Veneto si presenta ”molto più ricca di spunti di quanto si potesse presumere”.

E la notizia non è delle migliori se a darla è Nicola Morra, presidente pentastellato della Commissione parlamentare antimafia, che rincara “non parliamo più di infiltrazioni, ma consolidati ed apprezzabili insediamenti”.

La Commissione antimafia arriva in Veneto dopo che in pochi mesi con tre diverse inchieste antimafia sono state arrestate cento persone. Ma non è solo questione di numeri: il salto di qualità è evidente, da relazioni consolidate con pezzi non trascurabili dell’imprenditoria ad insediamenti nel copro vivo della società. Mafiosi che divengono, ad Eraclea come nel veronese, punti di riferimento sociali per cercare un lavoro, per recuperare un motorino rubato, per ricomporre un diverbio.

Questo raccontano le ultime inchieste della magistratura, un campanello d’allarme che ha fatto decidere la Commissione parlamentare di compiere questa missione in terra veneta.

Insediamenti agevolati da una certa “arrendevolezza corpi intermedi” sottolinea Morra riferendosi esplicitamente in particolare ai ceti professionali, commercialisti, notai e consulenti del lavoro, che “cercano per primi questi soggetti” per operazioni quali le fatturazioni per operazioni insistenti e vari crimini economici e finanziari descritti da Morra come la “nuova frontiera” delle mafie.

Ma preoccupa anche la fragilità degli amministratori locali strozzati da finanziamenti al lumicino e la possibilità di fare cassa con speculazioni edilizie. Sono state analizzate le minacce agli amministratori ricordando gli spari alla casa del sindaco di Affi nel veronese e i messaggi minatori all’allora assessore al comune di Venezia, Gianfranco Bettin.

All’ultimo momento viene inserito tra le persone audite dalla Commissione, Luca Restello, sindaco di Lonigo, comune del basso vicentino al confine con la provincia veronese.

Di Lonigo è Francesco Frontera, ora in carcere, punto di riferimento della ‘ndrngheta cutrese in Veneto e, ad una manciata di chilometri da Lonigo la famiglia Multari, di orgoglioso stampo ndranghetistico, colpita da un’ordinanza cautelare a gennaio, gestiva le sue molteplici attività. A Lonigo risiedeva, Sonia Lovato, deceduta, una dei supporter dei business dei Multari e attiva anche in politica. Insomma un piccolo caleidoscopio degli insediamenti mafiosi nella bassa pianura veneta.

Ma è l’intermediazione di manodopera l’attività che fa capolino per la prima volta nella denuncia istituzionale sulle mafie in Veneto. Tanto che nel pomeriggio, nel non fittissimo calendario degli incontri, vengono sentiti i rappresentanti regionali dei tre sindacati. Le mafie gestirebbero la forza lavoro non solo nel settore del bracciantato, ma anche attraverso dei veri e propri network di servizi che riguarderebbero le truffe sulle prestazioni sociali indebite, in particolare nei confronti dell’Inps, e i fondi europei per la formazione.

Sono gli imprenditori stessi, spesso in difficoltà, che si rivolgono a questi network percependo la possibilità di agevolazioni. Nel segmento imprenditoriale tagliato fuori dalla globalizzazione e ancorato ai settori in strutturale crisi come l’edilizia c’è chi cerca una via d’uscita qualsiasi e la crisi del credito certo non aiuta.

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