Prosecco e ‘ndrangheta

l business del prosecco trevigiano ha conquistato anche la ‘ndrangheta crotonese. La passione della criminalità calabrese per le bollicine la scopriamo dalle carte dell’inchiesta della procura bolognese dell’altro giorno sulla ‘ndrangheta nel piacentino.

Il tutto nasce nel corso di una cena, avvenuta nel luglio 2012, in quel di Reggio Emilia in cui Ivano Camillotto, marito di Romina Tunus, allora rappresentante legale della Azienda agricola Vigna Dogarina, cento ettari di vigne a Campodipietra di Salgareda nel Veneto orientale, incontra Salvatore Grande Aracri nipote del più famoso Nicolino, dominus dell’omonima cosca mafiosa.

Salvatore si propone di procacciare e garantire contratti con ditte del mezzogiorno intenzionate ad acquistare i prodotti vinicoli Azienda agricola Vigna Dogarina. L’ipotesi convince Camillotti e il suo braccio destro Alessio Barchiessi. Tanto che ne segue una spedizione in Calabria dove viene perfezionato un primo accordo commerciale per l’acquisto da parte di Luigi Muto, organico alla cosca e titolare della General Drink, per l’acquisto di due tir di merci per 40mila euro pagati con assegna a scadenza 60 giorni.

Dei due tir uno invece che approdare alla General Drink di Cutro, finisce a Cirò Marina.

Per chiarire la vicenda Camilotto scende nuovamente in Calabria con Salvatore Grande Aracri e, la vicenda si chiarisce a tal punto che il consulente dell’azienda trevigiana si accorda per l’invio di altri 5 tir per 50mila euri sempre pagati con assegni. Che si riveleranno scoperti.

A questo punto interviene Nicolino Grande Aracri in persona che sembra voler garantire i trevigiani imponendo a Luigi Muto di saldare il dovuto. Cosa che in parte avviene. Nel frattempo i consulenti avviano però, abbastanza incredibilmente, altri accordi con esponenti della cosca, ed in particolare la vendita a Michele Longo, in realtà Michele Fidale altro affiliato alla cosca di Grande Aracri, di due tir di merci per 60mila euro. Sempre “pagati” con assegni, sempre rivelatesi scoperti.

Prosegue poi un balletto di scuse e assicurazioni che sfociano, ben un anno dopo, nel giugno 2013 in una denuncia fatta alla polizia antimafia bolognese da parte di Ivano Camilotto e dalla moglie Romina Tunus.

Camilotto finì poi in un’inchiesta della procura di Cuneo nata dopo che la Guardia di Finanza, in seguito ad una verifica, aveva trovato nell’azienda vinicola trevigiana 90mila bottiglie di Sauvignon e Ribolla falsamente etichettati come Igt. Da sottolineare come l’attuale amministrazione dell’Azienda agricola Vigna Dogarina è completamente estranea a queste vicende.

L’inchiesta poi ha messo a fuoco un sistema di frode a livello internazionale con partite di vino vendute in Regno Unito, il Belgio e la Germania con l’etichetta Doc e Igt taroccata.

L’apparente ingenuità dei consulenti trevigiani nei confronti del gruppo Grande Aracri trova così una possibile spiegazione. Ma la domanda rimane: chi ha truffato chi?

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