Le fatture della ‘ndrangheta

Il sasso lanciato nello stagno sta provocando un susseguirsi di onde concentriche. Il sasso è l’inchiesta Aemilia di 4 anni fa contro il clan Grande Aracri e i suoi molteplici interessi nel nord Italia, mentre tra le onde concentriche che movimentano l’acqua dello stagno c’è l’inchiesta di ieri, che ha portato alla denuncia di 25 persone e al sequestro di beni per 2,7 milioni di euro. E, soprattutto, ad un ramificato sistema di fatturazioni false che aveva il suo epicentro nella cittadina di san Bonifacio nell’est veronese.

A capo del sistema – messo in luce dall’inchiesta della Guardia di Finanza veronese coordinata dal pubblico ministero Maria Federica Ormanni – un imprenditore di origini calabresi. L’imprenditore, residente da anni nel veronese, era a capo di una ditta individuale e socio di una società di capitali, ma controllava diverse altre società intestate ai figli. Destinatari delle false fatture 12 imprese, tutte con discreti volumi d’affari, operanti nel settore dell’edilizia, della carpenteria metallica e delle pelli, in gran parte con sede nel veronese, ma altre tra Crotone, Treviso, Vicenza e Venezia.

Le aziende una volta ricevuta la falsa fattura effettivamente la saldavano tramite bonifico, mentre la società che aveva emesso la fattura restituiva la somma – trattenendo il 20% a titolo di commissione – facendola transitare attraverso diversi conti bancari e postali, anche sei in casi di importi considerevoli.,

Gli imprenditori partecipanti al sistema finivano per guadagnarci due volte: abbattendo il debito nei confronti dell’Agenzia delle entrate e ricevendo importi cash, fino ai duecentomila euro all’anno, che finivano direttamente nelle loro tasche.

L’operazione della Guardia di finanza ha portato, oltre alla denuncia di 25 persone, al sequestro di beni per oltre 2,7 milioni di euro, tra conti correnti ed immobili, nei confronti di cinque aziende e di otto persone. I conti attraverso i quali transitavano le somme erano, spesso intestati a cittadini immigrati che ricevevano, in cambio del servizio prestato, in alcuni casi poche centinaia di euro al mese, ed in altri veri e propri stipendi funzionali per altro all’ottenimento del permesso di soggiorno.

Gli artefici del sistema erano personaggi già noti alle forze dell’ordine e in collegamento d’affari con alcuni esponenti del clan ‘ndranghetista Grande Aracri. Riecheggiano nella mente le parole del collaboratore di giustizia Cortese che durante un’udienza del processo ad un gruppo di ‘ndrangheta operante tra Vicenza e Verona, aveva dichiarato non più tardi di cinque mesi fa: “Le società della ’ndrangheta sempre intestate a prestanome e in grado di fallire nel giro di un anno, ha spiegato Salvatore Cortese, emettono fatture false e così le grosse società del nord possono scaricare l’Iva per prestazioni in realtà mai svolte”.

Secondo i calcoli degli investigatori il volume delle operazioni inesistenti coperte dalle false fatture è stato di 10 milioni e 200mila euro e le tasse evase, tra iva e tassazione dei redditi, ammonta a circa 11 milioni di euro.

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