La cosca veneta

Appaiono a loro agio come “pesci nell’acqua” i mafiosi, o presunti tali, che si aggiravano tra le imprese del nord est tra il 2013 e il 2015, il periodo dei fatti scandagliati dagli investigatori nell’ultima inchiesta antimafia scattata giusto ieri.

Una “cosca veneta” come l’ha definita il procuratore Cherchi, fittamente intrecciata con la cosca emiliana individuata dall’inchiesta Aemilia del 2015. Impegnata però, non tanto a controllare porzioni di delimitato territorio – come nel caso del gruppo camorristico perseguito ad Eraclea -, ma ad agire sul piano strettamente economico avendo come interlocutori le imprese.

Una cosca, quella veneta, che poteva contare sulle risorse dell’organizzazione che aveva tra Cutro, in Calabria, e l’Emilia, in particolare Reggio Emilia, i suoi punti cardinali.

Il boss era Nicolino Grande Aracri, personaggio temuto come sanguinario anche in un ambiente non particolarmente sensibile alle buone maniere, che ha edificato la sua autorevolezza grazie ad una considerevole lista di omicidi a lui attribuiti più o meno formalmente. Il boss cutrese, tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del 2000 aveva messo in atto una sistematica eliminazione dei familiari e dei sodali del vecchio leader Antonio Dragone, allora in carcere. Lo stesso Dragone venne eliminato nel 2004 subito dopo la sua scarcerazione.

Così Grande Aracri può consolidare il suo incontrastato dominio tra Cutro e l’Emilia. Dominio che verrà scalfito, non sappiamo in quale misura, solo nel 2015 dall’inchiesta della procura bolognese Aemilia, un’inchiesta monstre che porterà a comminare 142 condanne tra rito abbreviato ed ordinario per un’organizzazione che controllava appalti, elezioni ed estorsioni in terra emiliana.

E’ in questi anni che alla vecchia pratica delle estorsioni viene affiancato il business delle false fatturazioni. Pratica appresa, secondo l’analisi dello studioso Vittorio Mete, dagli imprenditori emiliani, le false fatturazioni che divengono una parte considerevole del business della cosca emiliana, così come, da quello che apprendiamo dalle recenti inchieste, dei gruppi veneti.

Si tratta di una pratica collaudata per le imprese che intendono creare fondi neri e consiste nell’emissione da parte di un’impresa – in genere di proprietà mafiosa o comunque controllata da soggetti mafiosi – di una fattura intestata a un’altra impresa compiacente o facente parte della medesima rete. Quest’ultima paga all’impresa mafiosa soltanto (o almeno) l’ammontare equivalente all’iva. questo non è tuttavia un vero costo per la seconda impresa, che potrà compensare l’imposta alla successiva dichiarazione periodica. L’impresa mafiosa ometterà di versare all’erario l’importo percepito, evadendo così l’iva. E trasferendo la sua sede legale per sfuggire ai controlli.

Il meccanismo non è semplice. Serve creare imprese fittizie, tessere rapporti economici e di fiducia, e non solo di sottomissione, con imprenditori locali. Occorre conoscere le dinamiche locali del mercato. Si crea e si mette a punto col tempo e richiede di delegare l’attività a persone che conoscono bene l’ambiente per averlo frequentato da lungo tempo. Per questo gli investigatori parlano di “cosca veneta”: per impiantare la rete di contatti serve qualcuno che si possa muovere con autonomia e capacità nel territorio. Ed è quello che è accaduto.

Dall’Emilia vengono importate metodologie e risorse, anche umane. Anche perché la terra veneta viene ritenuta più tranquilla, al riparo da un’attività repressiva ritenuta più sistematica in altri regioni. Ora la musica sembra essere cambiata. Un segnale è l’evidente maggior interventismo della distrettuale antimafia: una analoga inchiesta con al centro molti degli stessi protagonisti, e delle medesime imputazioni, dell’inchiesta emersa ieri, era stata trattata nel 2017 dalla procura ordinaria di Padova. Oggi gli stessi fatti vengono letti attraverso le lenti del contrasto alle strategie mafiose mettendo in campo le conseguenti fattispecie di reato e avendo come protagonista la procura distrettuale antimafia.

 

 

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