via anelli

A giorni saranno trascorsi dieci anni dalla chiusura – e ricollocazione degli abitanti in altri alloggi – delle palazzine di via Anelli, il “bronx” padovano. Di seguito il pezzo uscito su Carta Estnord in quell’occasione.

“Sconcezze, postriboli, catapecchie schifose”: la relazione tecnica del piano di risanamento del centralissimo quartiere di Santa Lucia a Padova descrive così la situazione. E così l’intero quartiere popolare, negli anni ’20, verrà raso al suolo, per far posto all’edilizia monumentale del ventennio e ad un piano di speculazione edilizia che svuoterà le casse comunali arricchendo la, già allora, folta schiera degli affaristi immobiliari. Dopo quasi un secolo, un altro pezzo di Padova – i condomini del complesso “Serenissima” di via Anelli, per l’opinione pubblica mondiale il “ghetto” – è stato svuotato, gli abitanti trasferiti, e i fatiscenti edifici verranno, forse già nei primi mesi del 2008, abbattuti per far posto a nuove costruzioni.

La grande opera

570 persone trasferite e accompagnate in nuove abitazioni, 100 appartamenti acquistati in via Anelli e oltre 100 alloggi messi a disposizione in tutta la città, 6 condomini, per un totale di 276 mini appartamenti, svuotati e sigillati. Dal febbraio 2005, quando è stato dato avvio al trasferimento degli abitanti di via Anelli, ad oggi, con il trasferimento appena completato con il trasloco degli ultimi 50 abitanti della palazzina del civico 29, l’amministrazione comunale ha compiuto un’operazione di politica pubblica di ragguardevoli dimensioni. Già dal 1999 gli abitanti del complesso Serenissima, supportati dall’associazione Razzismo Stop e dal Comitato per il superamento del ghetto, reclamavano la necessità di scelte radicali: il trasferimento in nuove abitazioni e la ristrutturazione del complesso, dove oramai era impossibile vivere dignitosamente. Oggi quelle richieste sono state realizzate. Ed è il brillare degli occhi di Ester, giovane nigeriana, quando Matteo, operatore dello sportello casa del Comune, le conferma la data dell’imminente del trasloco, che ci racconta quanto la chiusura del complesso Serenissima, e il trasferimento in nuove case sia, per gli abitanti di via Anelli, un sogno che si avvera. E comunque la fine di un incubo. “E non si è trattato di un semplice trasloco, ma di un processo di accompagnamento sociale” ci racconta Daniela Ruffini, assessore alle politiche abitative e all’immigrazione del Comune di Padova. Una volta arrivati nelle nuove abitazioni – reperite tra il patrimonio immobiliare pubblico, ma anche tra privati – gli ex abitanti di via Anelli possono contare nell’appoggio di mediatori culturali come Meher Selmi, giovanissimo tunisino che ha “accompagnato” due famiglie nelle loro nuove residenze. “L’obiettivo è orientarli verso regole che sembrano banali ma che in via Anelli non sussistevano come la scadenza delle bollette – racconta Selmi -, comunque particolari problemi non ce ne sono stati”. “Padova si è dimostrata una città accogliente – riflette l’assessore Ruffini -, malgrado la propaganda terroristica del centrodestra, le famiglie sono state ben accolte dai nuovi vicini”. E all’Open Windows – la struttura del Comune ubicata in via Anelli dove chiunque può trovare informazioni, consulenza legale, corsi d’italiano e quant’altro – nei giorni precedenti il trasloco si susseguono gli incontri per proporre le nuove abitazioni, capire i bisogni delle famiglie e dei singoli, distribuire gli scatoloni per il trasloco, ma anche consigli e orientamento. Mohamed Fatmi da dieci anni lavora in una fabbrica metalmeccanica e nella nuova casa potrà finalmente venirci a vivere sua moglie. E magari potrà invitare i suoi compagni di lavoro ai quali, fino ad oggi, non ha avuto coraggio di dire che abita in via Anelli, il luogo, per i padovani, delle vergogna e del degrado.

Ghetto

Concepito, agli inizi degli anni ’70, per ospitare 572 persone, nel residence Serenissima, nel 2004, prima dell’inizio dei traslochi, era il domicilio di 749 persone, mentre la polizia, nell’agosto 2003, dopo un sopraluogo, stimava come gli abitanti stabili fossero circa 900 a cui aggiungere circa 300 ospiti tra amici, parenti e conoscenti. Una media di 4 persone e mezza stipati in miniappartamenti da 30 metri quadri: sono ancora i numeri a darci un’idea, per quanto pallida, di quale fosse la situazione abitativa in quei condomini. Come può essere accaduto? Il meccanismo lo spiega Adriano Zanella, un giovane proprietario vissuto in via Anelli dal 1998 al 2002: “i proprietari per la maggior parte si sono affidati, per la gestione degli appartamenti, a delle agenzie immobiliari che hanno speculato, con la complicità degli amministratori dei condomini, aumentando a dismisura, agli inizi degli anni ’90, i prezzi degli affitti. E’ a quel punto che agli studenti si sostituiscono gli immigrati che non trovano altra sistemazione in città e disposti a dividere il poco spazio con altri”. In questo contesto di sovraffollamento dalla metà degli anni ’90 si moltiplicano gli episodi di spaccio, degrado, retate della polizia. Dell’originario progetto di residence per studenti e professionisti non rimane che un pallido ricordo: nessuna manutenzione degli edifici – niente pulizie o luce nelle scale, niente tinteggiatura, riscaldamento e acqua calda ad intermittenza -, e nessun intervento sociale per gli abitanti, se non quello dei volontari delle associazioni antirazziste. Chiunque abbia abitato in via Anelli racconta la stessa storia: un peggiorare progressivo, uno smottamento verso il degrado, iniziato a metà degli anni ’90 e precipitato negli ultimi anni.

Ma via Anelli è stata anche, per almeno un decennio, una comoda e confortevole rappresentazione mediatica: il ghetto, il luogo della droga e della prostituzione, la violenza e l’arbitrio, il degrado. Immagini forti comode da sbattere in prima pagina. E questa rappresentazione, in parte senz’altro fondata, si è tramutata in profezia che si auto-avvera Tant’è che la stampa cittadina è da mesi alla caccia di una “nuova via Anelli” per coprire le vuote pagine estive, visto che l’originale è in via di dismissione. Francesca Vianello, sociologa, in via Anelli ci è stata per anni per condurre una ricerca, che poi è diventata un bel libro (vedi qui). Racconta che via Anelli è stato anche uno straordinario luogo di socializzazione e la risposta sociale sia ad un bisogno di alloggio, magari per chi è sprovvisto di documenti, sia di un luogo di comunicazione e socialità informale. Il grande piazzale tra i condomini ha rappresentato un luogo dove era possibile sostare, mangiare con pochi soldi, parlare con la gente del tuo paese o che perlomeno parla la tua lingua, far giocare i bambini. Un mondo separato, difficile e stigmatizzato, ma che per molti ha rappresentato una grande opportunità. E anche negli ultimi giorni prima dello sgombero definitivo, quando gli abitanti sono oramai solo una cinquantina – i condomini deserti e sbarrati che ricordano, troppo facilmente, immagini di guerra e il monopolio del piazzale definitivamente in mano agli spacciatori -, piccoli brandelli di quella atmosfera si possono ancora percepire: i nigeriano hanno allestito un angolo per il gioco a biliardo, i tunisini una piccola mensa e Mohamed, occhi allegri e lingua veloce, sistema la sua mercanzia – portafogli, portacellulari, pile, marsupi – per terra.

E di quanto via Anelli fosse un mondo a sé lo testimonia Mariagrazia Sorci, operatrice dell’open windows, quando ci spiega che la difficoltà degli abitanti a concepire il trasferimento in altre zone della città visto che “il loro mondo è racchiuso tra la stazione ferroviaria, via Anelli e il centro commerciale Auchan, poche relazioni con il resto della città e rarissime le amicizie con italiani”.