catoneÈ un passaggio di 8 righe nel voluminoso rapporto della Direzione nazionale Antimafia, ma dentro c’è un mondo. Parliamo del tentativo, operato dal clan dei Casalesi, di costituire in Veneto le liste di Intesa Popolare, neonata formazione politica di centrodestra, per la Camera ed il Senato nelle elezioni del 2013.

«Nell’ambito delle indagini esperite – scrive la Procura di Napoli – è emersa la capacità di esponenti del clan casalesi di avere collegamenti con soggetti in grado di inquinare la libera manifestazione del voto».

Intesa Popolare è capitanata da Giampaolo Catone, ex sottosegretario all’ambiente del governo Berlusconi, che rappresenterebbe, secondo la procura partenopea, «uno degli elementi sintomatici del collegamento fra il clan dei casalesi – nella sua articolazione territoriale di Parete – e tale nuova formazione politica, denominata Intesa Popolare».

Tutto nasce da una telefonata. È Giancarlo Travagin, dirigente di Intesa Popolare, che contatta Luca Bagliani – ex parlamentare della Lega Nord e poi protagonista di una travagliata sequela di appartenenze politiche – chiedendogli dare vita in Veneto alle liste del neonato partito in Veneto.

Ma il telefono di Bagliani è intercettato per un’inchiesta in corso su frodi fiscali. E gli inquirenti prendono nota. Siamo nel 2013, Giampaolo Catone è stato condannato l’anno precedente dal tribunale di Roma a 8 anni per bancarotta fraudolenta, patrimoniale e documentale.

Il programma del partito è incentrato sulla difesa della famiglia naturale, l’obiettivo, più prosaico, è di far eleggere Catone e garantirgli l’immunità parlamentare.

Per avere qualche minima possibilità Intesa Popolare deve presentarsi in almeno in cinque regioni: sicure Puglia, Calabria, Lazio e Campania. Al nord Catone punta decisamente sul Veneto. D’altronde è qui che il politico partenopeo conosce il suo battesimo politico: delfino di Buttiglione, nel 2001 è candidato nella circoscrizione Veneto 1 nelle liste del Centro Cristiano Democratico (Ccd), ma viene arrestato, subito dopo una cena elettorale, con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla truffa aggravata, falso, false comunicazioni sociali e bancarotta fraudolenta pluriaggravata.

Quello che si dice un inizio con il botto.

Bagliani è nominato luogotenente in terra veneta dell’operazione di presentazione della lista e arruola a sua volta una serie di politici come Massimo Malaspina, proveniente dalla Lega Nord, ex assessore provinciale e candidato sindaco a Chioggia e Sandrino Speri ex dirigente della Lega a Verona e indagato dal procuratore Guido Papalia per l’inchiesta sulle camice verdi padane.

Della partita anche Maria Riccelli, veronese di origini calabresi candidata anche alle ultime elezioni europee, 38 voti raccolti, per la lista Io Cambio – Maie (Movimento Associativo Italiani all’Estero). Maria

Riccelli doveva, secondo le ricostruzioni fatte dalla Procura, «reperire un primo blocco di nominativi da impiegare per la predisposizione delle liste di soggetti da utilizzare quali sostenitori del movimento politico». Malaspina, nel luglio 2014, ha patteggiato una pena di un anno e due mesi per aver autenticato le sottoscrizioni alla lista Intesa popolare di ignari elettori.

Tra gli indagati un ruolo di spicco rivestiva Angelo Di Corrado, consulente tributario residente a Torre di Mosto con studio a Noventa di Piave. Di Corrado era “incaricato della manipolazione delle liste fornitegli dal Bagliani, con il compito di trascriverle escludendo i soggetti troppo anziani”. Questo per evitare di inserire il nominativo di qualche persona deceduta come effettivamente accaduto nel veronese.

Nel 2016 Di Corrado viene coinvolto in un’inchiesta della procura torinese contro un gruppo di’ndrangheta attivo nelle province di Vercelli, Biella e Novara. Secondo gli inquirenti il professionista, residente nel veneziano, si sarebbe occupato del riciclaggio del denaro frutto delle estorsioni operate dal gruppo.

Gli uffici elettorali delle Corte d’appello dove giunge la documentazione per la presentazione delle liste vengono allertati dagli inquirenti, le firme dei sottoscrittori passate al setaccio e, presto, vengono alla luce gli imbrogli e le liste presentate in Veneto escluse dalla competizione.

Il progetto politico di Intesa Popolare si infrange con lo 0, 07% dei voti ottenuti. L’inchiesta che ipotizza truffe e manipolazioni delle liste elettorali è nelle mani della procura veneziana ed è solo un rivolo di una corposa inchiesta denominata “Italian Job” in cui, tra l’altro, è emerso un traffico di armi riguardante la vendita a paesi come l’Iran e la Somalia, di componenti di aerei, elicotteri, fucili mitragliatori ed altre armi da guerra leggere.

 

il Mattino di Padova 23 luglio 2017