Ben piazzato in centro al paese, la bandiera degli States che garrisce al vento, il locale promette bollito e trippa il mercoledì. Può capitare di passarci e fermarsi per curiosità in questo ristorante pizzeria in quel di Zimella, 5mila abitanti, nella bassa pianura tra la provincia di Verona e quella di Vicenza. Senza sapere che questo locale è al centro della fitta rete di rapporti tra famiglie calabresi attive in Veneto e in odore di ‘ndrangheta. Il vero patron del locale è Domenico Multari, 55 anni, originario di Cutro, capelli brizzolati, stile casual curato. Gheddafi il soprannome di cui non conosciamo le origini. Un tombeur de femmes a sentire le chiacchiere di paese.

Il punto di riferimento dei ’ndranghetisti veneti a sentire le dichiarazioni del pentito Angelo Salvatore Cortese che ai magistrati dichiara: “come punto di riferimento non è manco distaccati, è dei fratelli Multari, qualsiasi problema uno si… si rivolgeva anche a loro: Domenico Multari, Fortunato…”

L’uomo si è messo in luce nell’organizzazione non per le sue doti amatorie, ma per aver recuperato il tesoro della cosca Dragone custodito nelle banche del Delaware dopo l’uccisione, nel 2004, del boss Antonio Dragone e lo smembramento del clan da lui guidata. Nell’impresa era stato aiutato da un faccendiere di Farra d’Alpago, Italo Calvi, condannato nel 2014 a sei e mezzo per bancarotta fraudolenta per aver distratto oltre 6 milioni di euro di crediti vantati dall’azienda da lui amministrata.

I magistrati antimafia hanno sequestrato i beni di Multari per ben due volte, nel 2011 – 3 milioni in immobili, auto e quote societarie – e nel 2012 per 500mila euro soprattutto di immobili. A fronte di redditi dichiarati, in 10 anni, per 40 mila euro Multari aveva dimostrato un volume d’affari incompatibile con la sua dichiarazione dei redditi. In realtà, sospettano gli investigatori, parte del suo patrimonio è ancora protetto da prestanome tra cui imprenditori e professionisti veneti.

Illuminante per capire il modus operandi di certi ambienti la storia della casa sequestrata a Gazzo Veronese. La società dell’ex fidanzata di Multari aveva acquistato, agli inizi degli anni ’90 un terreno grazie alla mediazione di Stefano Negrini, allora assessore ai lavori pubblici e poi sindaco di Gazzo, implicato e condannato a due anni per un grosso affare di corruttele sulla pianificazione urbanistica del comune. Per costruire la casa poi sequestrata Multari utilizzò due ditte, tra le quali manovrava un giro di fatturazioni. Una delle due ditte è fallita lasciando i fornitori a bocca asciutta.

Condannato in via definitiva per sequestro di persona, ricettazione e bancarotta fraudolenta è circondato da un entourage di fratelli, nipoti, e figli. Tre avuti dalla moglie Maria Senatrice e uno dall’ex fidanzata Rosangela Cunico. Una famiglia “suscettibile” vista l’aggressione subita da una fotografa de “l’Arena” che stava fotografando dalla strada pubblica la sua abitazione dopo il primo sequestro dei beni. La fotografa, per liberarsi e fuggire, ha dovuto dare un morso all’uomo che voleva strapparle la fotocamera.

D’altronde Multari deve avere anche la tempra dell’imprenditore visto che da questo paesino reduce dalla lunga crisi del distretto del mobile e poi dalla catastrofe del settore edile di questi ultimi anni ha lanciato una ambiziosa impresa nel lontano Camerun dove ha promosso, tra il 2010 e il 2012, un progetto di costruzione di un villaggio turistico in accordo con le autorità locali. Una delegazione di amministratori e businessman camerunesi sono stati avvistati, qualche anno fa, alla Fortezza di Zimella. Nell’impresa era stato aiutato dalla famiglia Giardino di Sona, originaria di Isola Capo Rizzuto – incappata in questi ultimi mesi in un paio di inchieste su estorsione ed usura – che gli aveva procurato operai in grado di manovrare le ruspe. L’auto del capo famiglia, Alfonso Giardino, è stata notata diverse volte nel parcheggio di fronte alla Fortezza. Così come quella di Francesco Frontera, che abita a Lonigo, 5 chilometri da qui, e che è stato condannato, nel maggio del 2016, a otto anni e dieci mesi di reclusione nel processo Aemilia contro la ndrangheta emiliana e che il pentito Cortese descrive così: “un elemento diciamo importante nell’ambito di Grande Aracri Nicolino, perché è una persona che spara… è stato a parecchie azioni… è stato”. Malgrado le disavventure giudiziarie di Francesco, la famiglia Frontera rimane attiva sul fronte dell’edilizia e delle opere pubbliche e ha da pochi mesi vinto, con la Global Costruzioni di Giuseppe Frontera, una gara d’appalto per la costruzione di un ponte ad Arcole, una manciata di chilometri distante.

Frontera è stato anche formalmente dipendente di una ditta appartenente all’orbita famigliare di Multari. Una aspetto curioso: i camion e le ruspe della stessa ditta venivano in realtà utilizzati dai fratelli Grisi, una importante famiglia di origine calabrese residente anch’essa a Zimella, attiva con la Grika Costruzioni nei più grossi cantieri per le grandi opere nel Veneto e di cui due fratelli sono stati uccisi a Crotone nel 2010.

All’omicidio era presente anche Francesco Frontera che poi per un certo periodo curò gli interessi di una delle ditte della famiglia Grisi. Dipendente di una azienda controllata da Multari è Santino Mercurio, appartenente ad una famiglia calabrese del veronese alleata dei Giardino e con loro finiti nei guai nelle ultime inchieste.

Su Trip Advisor troviamo una via crucis di pessime recensioni sui piatti serviti alla Fortezza che, se non può contare su una cucina di eccellenza, può fregiarsi di essere un punto di riferimento imprescindibile per la criminalità organizzata nel Veneto.

da il Mattino 31 gennaio 2017