E tre. Sono almeno tre le imprese protagoniste dello scandalo Mose che hanno avuto problemi giudiziari condite da sospette collusioni con la criminalità organizzata. E’ notizia di questi giorni che la cooperativa san Martino di Chioggia è stata colpita da un’interdittiva firmata dal prefetto di Venezia Domenico Cuttaia (i vertici della cooperativa hanno ricorso al Tar respingendo le accuse).

La cooperativa San Martino è sospettata, leggiamo qui, di aver formato un’associazione temporanea con le imprese dei trapanesi Morici  – ritenuti legati a Matteo Messina Denaro» – per ottenere commesse per 46 milioni nel Porto di Trapani e solo grazie alla San Martino «i Morici hanno avuto la possibilità di conseguire i requisiti necessari alla partecipazione alle gare». Inoltre, avrebbero costituito un’altro consorzio d’imprese con i fratelli Pietro, Domenico e Antonio Mollica, sospettati di collusioni mafiose per interventi nel porto di Augusta.

Sempre una storia di porti, questa volta quello di Castellamare, ha inguaiato la Coveco (come abbiamo scritto qui) – consorzio di cooperative interno al Consorzio Venezia Nuova e coprotagonista dello scandalo Mose –  i cui amministratori sono stati rinviati a giudizio con l’accusa di truffa per il presunto utilizzo di cemento depotenziato. La Coveco risulta in associazione temporanea d’imprese con il consorzio Nettuno il cui dominus Pasquale Perricone, sospettato di vicinanza con famiglia di Cosa nostra, è stato recentemente arrestato.

Grande clamore aveva destato l’arresto, avvenuto nell’ottobre 2013, dell’amministratore delegato, e di un altro dirigente, della società Fip di Padova (società del gruppo Mantovani, impresa dominus del progetto Mose) con l’accusa di aver affidato, mediante sotterfugi, lavori in subappalto a società controllate dalla famiglia mafiosa La Rocca. Entrambe sono stati prosciolti durante il riesame.

Le ipotesi investigative in questi casi – che per quanto riguarda la Fip – Mantovani non hanno retto – è che le aziende venete facessero, più o meno cosapevolmente da scudo di aziende legate direttamente a famiglie mafiose impossibilitate a partecipare ad appalti pubblici.

Chiariamo subito il consorzio Venezia Nuova non c’entra nulla. Quel sistema era perfettamente blindato e funzionante e non aveva bisogno dell’aiuto di nessuno, nemmeno di Cosa nostra.

Il problema potrebbe essere (in linea teorica, le imprese citate hanno avuto e avranno modo di dimostrare la loro estraneità) quello dell’abitudine, per molte aziende, a lavorare solo grazie all’appartenenza a cartelli collusivi dove si fanno e si ricambiano favori e si tenta di ammorbidire e svicolare dalle regole. Cartelli che si formano e si compongono a seconda delle risorse locali, variando da luogo a luogo. In fondo siamo tutti uomini di mondo.