Una importante e solida impresa edile veneta ha fatto della legalità la cifra della sua comunicazione d’impresa. Per altro l’azienda ha ottenuto il rating di legalità con il punteggio di due stellette.
Il rating di legalità è una sorta di certificazione, di “bollino blu” sui temi della legalità e dell’anticorruzione. Ideato e promosso da Confindustria e stato riconosciuto dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato e dall’Autorità anticorruzione.
La prima stelletta viene riconosciuta alle aziende che rispettano una serie di impegni autocertificati di base come (qui una descrizione esaustiva) non essere destinatari (l’imprenditore e le figure apicali dell’impresa) di misure di prevenzione e/o cautelari, sentenze/decreti penali di condanna, sentenze di patteggiamento per reati tributari ex d.lgs. 74/2000 e per reati ex d.lgs. n. 231/2001. L’impresa non dovrà inoltre, nel biennio precedente la richiesta di rating, essere stata condannata per illeciti antitrust gravi, per mancato rispetto delle norme a tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro, per violazioni degli obblighi retributivi, contributivi, assicurativi e fiscali nei confronti dei propri dipendenti e collaboratori.

Per l’attribuzione della seconda stelletta è necessario rispettare ulteriori impegni come il rispetto dei contenuti del Protocollo di legalità sottoscritto dal Ministero dell’Interno e da Confindustria o l’utilizzo di sistemi di tracciabilità dei pagamenti anche per importi inferiori rispetto a quelli fissati dalla legge; l’iscrizione in uno degli elenchi di fornitori, prestatori di servizi ed esecutori di lavori non soggetti a tentativi di infiltrazione mafiosa o l’adesione a codici etici di autoregolamentazione adottati dalle associazioni di categoria.

L’attribuzione del rating ha conseguenze materiali: se ne tiene conto in sede di concessione di finanziamenti pubblici da parte delle pubbliche amministrazioni, nonché in sede di accesso al credito bancario, infatti, la banca che non concedesse crediti ad una impresa avente rating, sarà tenuta a motivare la scelta con apposita nota alla Banca d’Italia.

Tutto bene. La stessa ditta è nominata nell’ordinanza del processo Mose perchè intratteneva rapporti privilegiati con l’assessore alle infrastrutture Renato Chisso che brigò, a dar retta alla deposizione di Claudia Minutillo, tra le altre cose ex segretaria di Giancarlo Galan, per farla inserire in alcune opere pubbliche.
Nulla di penalmente rilevante. L’azienda non è parte in causa nel processo. E può darsi che la Minutillo abbia parlato per sentito dire (per questo non facciamo il nome dell’azienda in questione).
Il problema è questa questione degli incentivi alla legalità.  L’economista Dragonetti nel ‘700 distingueva tra premio ed incentivo. Mentre il primo premia la virtù (e non la crea), il secondo crea il comportamento desiderato (che cessa quando l’incentivo finisce). Gli incentivi tendono ad inflazionarsi (come gli stipendi dei manager infarciti di incentivi).
L’incentivo premia un comportamento circoscritto (il rispetto di alcuni parametri, per altro in gran parte dovuti) mentre la strategia d’impresa può bordeggiare (come nel caso citato) interloquendo in modo poco trasparente con la politica. Non è illegale, in senso stretto, e quindi l’azienda non incorre in sanzioni. Ma non si capisce perchè debba essere premiata.
La legalità attiene al campo del diritto e dei diritti (un’impresa che inquina calpesta il mio diritto alla salute ). Non si capisce perchè debba essere ridotta ad un valore di mercato. Oppure si capisce.