Cambiano le rotte del traffico (anche illecito) dei rifiuti: lo scrive la magistratura antimafia nel suo rapporto annuale appena uscito (e, scusate la tigna, lo scriveva l’Osservatorio ambiente e legalità di Legambiente Veneto nel 2013 vedi qui): “delicate indagini in corso di svolgimento, poi, rilevano una nuova tendenza dei movimenti dei rifiuti illecitamente gestiti […] e cioè una traiettoria opposta a quella dei decenni trascorsi, ovverosia non più da NORD verso SUD, bensì da SUD verso NORD”.

Più interessanti le ipotesi alla base di questo cambiamento delle rotte: “se il nuovo fenomeno sia conseguenza del concentrarsi nel Nord-Italia di imponenti centrali aziendali operanti nell’ambito del ciclo dei rifiuti in maniera oligopolistica” oppure se deriva dallo “spostarsi verso il Nord di soggetti portatori di un know how criminale maturato all’ombra del crimine organizzato che in passato si è occupato della gestione dei rifiuti”.

Oppure di entrambe le ragioni, come sembra suggerire l’autore. E quindi il saldarsi di importanti interessi economici e delle competenze necessarie al “fare impresa” avvelenando l’ambiente.

Tutto questo è da leggere tenendo presente quanto scritto da Isaia Sales (vedi qui): che le mafie, anche nel business dei rifiuti, si sono sempre limitate a rispondere ad una domanda di illegalità, non a crearla. La domanda si crea quando, a livello legislativo, la raccolta e il trattamento dei rifiuti speciali vengono lasciati al “libero” mercato (dove poi si creano “imponenti centrali aziendali” oligopoliste) e quando, a livello sociale, le imprese scambiano la responsabilità nei riguardi dell’ambiente in costi intollerabili da tagliare ad ogni costo.