Suggeriva il grande geografo Eugenio Turri che la distruzione del paesaggio veneto, incentrato sulle ville nobiliari come elementi ordinatori, sia stato in parte dovuto alla voglia di rivalsa del contadino veneto nei confronti degli aristocratici delle ville tanto da volerle concretamente e metaforicamente “seppellire”.

L’abbandono di villa Rodella – confiscata e messa in vendita dall’Agenzia del demanio – da parte di Giancarlo Galan rappresenta il passaggio di una piccola e misera epoca. L’acquisto e il restauro di quella villa rappresentarono il senso di impunità di un personaggio che mostrava ai quattro venti le sue ricchezze di incerta provenienza (“mi fanno tanti regali” dichiarò impunemente ad un giornalista).

Non ha lasciato voglia di emulazione o di rivalsa. Casomai lascia spazio alla vergogna. La maggioranza dei veneti ha convissuto con quella villa e quello sfarzo senza farsi una domanda, oppure strizzando l’occhio compiaciuti per la furbizia del “doge”.

Nutrite minoranze di questi territori in questi anni hanno studiato, analizzato, denunciato e descritto, anche senza le carte della magistratura in mano, il diffuso sistema di rapina di cui Galan era parte.  Sistema di rapina che non avrebbe potuto prosperare così a lungo se la maggioranza non fosse stata consenziante e anche compiaciuta per quella villa, per quei privilegi. Sottomessi ed ammirati.