E’ un incontro sul terreno del mercato quello avvenuto – e che avviene – tra le mafie e la società veneta. In questi anni le analisi sul fenomeno hanno posto l’accento sul carattere prettamente economico, legato in primis al riciclaggio del denaro delle organizzazioni criminali in terra veneta. Come leggiamo in un rapporto di una decina di anni orsono della Guardia di Finanza, “la particolare struttura industriale, caratterizzata da una molteplicità di piccole e medie imprese a ristretta base societaria ed in perenne evoluzione tecnologica, rende il sistema permeabile alla penetrazione di tipo economico delle varie forme di criminalità”[2].

Dobbiamo constatare come il quadro che sta emergendo dalle ultime inchieste, in particolare a Verona e nel Veneto orientale, stia cambiando in modo radicale il modo di leggere l’operatività delle mafie in Veneto: non solo un azione “silente”, impegnata al riciclo di capitali in attività economiche e finanziarie o il servizio – operazioni finanziarie, truffe, evasione fiscale, bancarotte fraudolente, smaltimento di rifiuti, somministrazione di manodopera – prestato alle imprese venete – spesso con l’aiuto di una rete di professionisti locali – ma, in alcune enclave territoriali, un insediamento stabile e continuativo capace di attivare contatti e complicità con settori del mondo politico e imprenditoriale[3].

In particolare l’interesse della criminalità organizzata nei confronti del ciclo del cemento e dell’edilizia è evidenziato, anche in Veneto, da un buona messe di evidenze empiriche[4]. Il territorio ha visto in questi decenni l’espandersi alluvionale della cementificazione[5]. Un disordine insediativo che è stato il riflesso di un affastellarsi di interessi non regolati, di spinte all’accumulazione che hanno contribuito ad incrinare la coesione sociale della società locale e corroso l’insieme di norme, morali prima che giuridiche, che tengono insieme una società[6].

Il settore edile ha goduto, negli anni a cavallo tra il ’90 e il 2000 di margini di redditività impensabili in altri settori. I Comuni, attratti dalle entrate degli oneri di urbanizzazione, hanno favorito l’espandersi dell’edificato, così come le banche hanno concesso crediti facili per chi volesse investire nel settore. E’ così che un vera e propria massa di persone si è “inventata” imprenditore.

In questo contesto la politica veneta non ha brillato in capacità regolatoria: la legislazione urbanistica, in nome della semplificazione e dell’efficienza, ha introdotto procedure di pianificazione e programmazione sempre più de-regolative[7]. Il sistema di «pianificazione negoziata» non prevede criteri oggettivi e prestazionali che regolino la contrattazione e consente, in questo modo, processi decisionali opachi e criteri di valutazione molto discrezionali[8]. Le regole sono state adattate alle esigenze emergenti – si chiamano varianti – rimanendo formalmente regole.

Inoltre, come l’inchiesta sul sistema corruttivo originato dal Consorzio Venezia Nuova ha messo in luce[9], all’ombra delle opere pubbliche sono attivi circuiti chiusi imprenditoriali, accessibili esclusivamente da parte di alcuni soggetti in possesso dei requisiti economici e del capitale sociale necessario. In una intervista di un paio di ani fa rilasciata a un giornale locale, un imprenditore veneziano dichiarava che sarebbe stato disposto a corrompere qualcuno pur di salvare l’impresa in difficoltà ma che non sapeva a chi rivolgersi visto che i circuiti corruttivi rimanevano ermeticamente chiusi e accessibili solo ad una élite imprenditoriale.

Con l’esplodere della bolla immobiliare le banche hanno bloccato i prestiti a tassi agevolati. Migliaia di imprenditori edili sono rimasti intrappolati provando ad uscirne attraverso fenomeni esasperati di intermediazione di manodopera e compressione dei diritti. Sono poi dilagate procedure fallimentari concordate. In generale, queste sono operazioni che favoriscono il coinvolgimento di nuovi personaggi e di nuove risorse, alle volte dai tratti oscuri[10].

Ed è in questo contesto che si ritaglia un suo ruolo la criminalità organizzata. Per altro il settore dell’edilizia, in virtù delle sue caratteristiche, rappresenta uno straordinaria occasione di “socializzazione” per i mafiosi. Operare nell’edilizia implica entrare in relazione con una vasta schiera di soggetti come funzionari comunali, studi di progettazione, banche, politici, professionisti, agenti immobiliari: in qualche modo può significare “entrare in società”. Ed entrare a contatto con la politica.

Significativa da questo punto di vista la storia dell’immobiliarista Stefano De Martino, al Lido di Venezia, dove risiedeva con il figlio (attivo nella politica e nell’associazionismo di categoria) da una ventina d’anni, recentemente arrestato per associazione a delinquere di stampo mafioso in seguito ad un’inchiesta della procura di Catanzaro. Leggiamo in uno stralcio dell’ordinanza riportata dai quotidiani: «Va sottolineata l’anomala rapidità con la quale la famiglia De Martino a partire dagli anni Novanta si è efficacemente inserita nel contesto economico – sociale del territorio veneto, attraverso lavori nel settore edile e dell’intermediazione immobiliare e la gestione di attività commerciali di considerevole spessore economico».

Ed ancora citiamo la vicenda emersa dalla recente inchiesta “Aemilia” della Direzione distrettuale antimafia di Bologna che ha messo in luce gli interessi del clan Grande Aracri per alcuni business immobiliari veronesi. Business che avrebbero avuto bisogno di un imprimatur politico. L’uomo del clan Antonio Gualtieri, ricostruiscono gli investigatori, vede nell’imprenditore veronese Moreno Nicolis il tramite per entrare in contatto con l’amministrazione. «E’ lo stesso Gualtieri Antonio – si legge negli atti – nel corso di alcune conversazioni ambientali con Salvatore Minervino (contabile del clan emiliano ndr), a vantarsi di avere personalmente conosciuto sia il sindaco che il vicesindaco di Verona». Poi l’affare non ha avuto seguito e i politici veronesi non risultano indagati. Citiamo questa vicenda per illustrare la tensione delle mafie ad «agganciare» la politica e i modi – la tessitura di reti e di contatti – con cui cerca di farlo.

Nel ciclo dei rifiuti: dal caso Rossato l’evidenza dei rischi di infiltrazione criminale

Le pratiche criminali nel settore dei rifiuti fruttano molto denaro. Secondo lo studio condotto dall’istituto di ricerca Transcrime su «Gli investimenti delle mafie», pubblicato nel gennaio del 2013, il mercato illegale dei rifiuti speciali vede il Veneto al primo posto in Italia con un fatturato di 149 milioni di euro. Tanto denaro produce concentrazioni di potere che possono influire, attraverso pratiche corruttive, sul funzionamento delle istituzioni pubbliche.

Secondo gli inquirenti, in Veneto non è emersa, a tutt’oggi, una presenza strutturata e ramificata di organizzazioni mafiose nel ciclo dei rifiuti, come si è invece verificato in altre regioni del Nord. Questo non vuol dire che queste organizzazioni non operino sul territorio, tutt’altro. In generale, le reti criminali anche in questo settore avrebbero compiuto un salto di qualità: dallo smaltimento al reinvestimento del denaro sporco.

Il traffico illecito di rifiuti negli ultimi anni è comunque cambiato, lo testimoniano diverse indagini. Il percorso della rotta Nord-Sud è praticamente cessato da qualche anno e da una decina d’anni è cambiato il sistema. Grazie al fatto che i controlli hanno cominciato a essere più frequenti, le varie organizzazioni si sono specializzate[11]. La documentazione è sempre perfetta e così le analisi che accompagnano i rifiuti. Forse non è azzardato sostenere che l’evoluzione dei traffici rispecchia quella delle reti criminali: un ruolo sempre più opaco e inafferrabile. Le aziende non risultano intestate a personaggi riferibili all’ambito criminale, soltanto attraverso minuziose indagini a ritroso all’interno di trust finanziari e di complicate scatole cinesi societarie è possibile individuare collegamenti con la criminalità. E nemmeno il modus operandi li distingue più di tanto: le regole del mercato sono sufficienti per garantire il successo di imprese senza particolari problemi di liquidità e con grandi capacità di tessitura di reti.

Un salto di qualità che si accompagna – nel caso della gestione dei rifiuti solidi urbani – alla crescente fragilizzazione degli enti locali: l’espandersi dell’illegalità ha ovvie relazioni con la crisi della politica locale. Se in altri territori si parla esplicitamente di «regolazione ecomafiosa» in cui «le mafie possono ritenersi attori tra altri, vincolati – o abilitati – da meccanismi di coordinamento tra portatori di interesse e gruppi sociali della società locale», qui la fisionomia dei gruppi d’affari che sta emergendo dalle recenti inchieste fa pensare ad una crescente normalizzazione, grazie alla sistematicità e pervasività della corruzione, del ruolo dell’attore criminale – di derivazione mafiosa o meno – nella cogestione delle politiche. Citiamo a questo proposito un caso significativo.

Lo scorso 22 luglio la procura antimafia di Reggio Calabria ha disposto l’arresto di 24 persone tra cui Sandro Rossato, imprenditore padovano nel settore dei rifiuti, ed esponenti della ‘ndrangheta legati alle cosche Libri e Condello[12]. Rossato nel corso degli anni ha costituito una vasta rete di società operanti nel settore della raccolta, del trattamento e dello smaltimento dei rifiuti in Veneto e in Calabria, attraverso rapporti con imprese private e pubbliche che, alla luce dei procedimenti giudiziari in corso, devono essere analizzati con attenzione per prevenire le infiltrazioni criminali, e assicurare la concorrenza e la trasparenza nell’affidamento e nella gestione dei servizi di igiene ambientale. Rossato dal 1988 è stato socio e amministratore con altri familiari della Rossato Fortunato srl, con sede a Pianiga. La famiglia Rossato ha partecipato come socio di minoranza alla costituzione della Società Estense Servizi Ambientali (SESA spa), controllata (51%) dal Comune di Este (Padova) e Rossato è stato vicepresidente di Sesa dal 1995 al 2004 quando la sua famiglia è stata sostituita nella proprietà da società controllate dall’attuale consigliere di Sesa, Angelo Mandato e da alcuni suoi familiari. Tra il 2002 e il 2004 Rossato e Mandato, direttamente e tramite la controllata Eco tecno plans srl, sono stati soci della Rossato Fortunato srl e hanno collaborato attivamente, partecipando alla costituzione della Rossato sud srl e del Consorzio stabile airone sud.

Rossato Fortunato srl ha iniziato a costituire società in Calabria nel 2000. Rossato sud srl, con oggetto sociale la raccolta e il trattamento dei rifiuti e sede a Reggio Calabria e capitale sociale di 118mila euro, è stata costituita nel 2000 da Edilprimavera srl (50 per cento) e da Rossato Fortunato srl (50%). Dal 21 febbraio 2006, la società è sotto sequestro giudiziario in seguito a un’indagine per associazione di stampo mafioso. Sui rapporti tra Rossato e la criminalità organizzata è intervenuta la Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti che nella sua relazione sulla regione Calabria del maggio 2011 ha spiegato che alcune cosche della ‘ndrangheta hanno costituito con Rossato società per entrare nella gestione del ciclo dei rifiuti.

La vicenda Rossato rappresenta un altro esempio di come la criminalità organizzata, attraverso la collaborazione attiva di imprenditori e professionisti settentrionali, apparentemente esterni ai gruppi mafiosi, è riuscita a inserirsi nel tessuto economico legale.

Senza l’apporto della corruzione il crimine ambientale sarebbe monco. Straordinario moltiplicatore di scempi ambientali, la corruzione è l’alleata perfetta dei banditi dell’ambiente. Recenti, e note, inchieste hanno messo in luce un sistema di corruzione pervasivo e devastante nella nostra regione che può contare su vittime eccellenti (e purtroppo silenti): l’ambiente e i beni comuni.

La minaccia non viene tanto dal mondo del crimine, ma dal sistema troppo spesso caratterizzato da acquiescenza, malafede e corruzione morale e materiale che alligna all’interno delle istituzioni[13]. L’apparato di norme servirebbe – ed è servito – ad ostacolare “a mettere sotto controllo la natura selvaggia del dominio” – come ha scritto Marco Revelli -, a porre limiti a poteri che altrimenti non troverebbero limiti nella loro bulimia. Senza alcun ragionevole dubbio, oggi la strada perseguita al di fuori o apertamente contro le norme di diritto rappresenta la più redditizia modalità di formazione di plusvalore economico e la più efficace strategia per l’acquisizione di posizioni di potere politico e sociale. Non faremo molta strada senza capire che la criminalità economica – di matrice mafiosa o meno – non è un fenomeno «deviante», ma un indicatore preciso di una patologia estesa del sistema politico ed economico. Occorre iniziare da qui.

  • questo articolo è stato pubblicato nell’ebook “Conoscere le mafie, costruire la legalità” che raccoglie le relazioni degli esperti intervenuti ai seminari svolti in tutto il Veneto tra il settembre 2014 e il maggio 2015 e promossi da Anci e Avviso Pubblico. Qui

[1] Le riflessioni contenute in questo testo sono in gran parte il frutto del lavoro di analisi e ricerca congiunto svolto con Antonio Vesco in occasione della redazione di Gianni Belloni, Antonio Vesco, Imprenditori e camorristi in Veneto. Il successo del logo casalese, in Rocco Sciarrone (a cura di), Mafie del nord. Strategie criminali e contesti locali, Donzelli, Roma, 2014

[2] Guardia di Finanza, Comando regionale Veneto, Situazione complessiva della criminalità organizzata anche con riferimento a quella di etnia straniera, Relazione inviata alla Commissione antimafia e consegnata dal generale Adinolfi in data 9 aprile 2003

[3]Vedi il dossier confezionato dall’Osservatorio sull’insediamento della ‘ndrangheta a Verona, Osservatorio ambiente e legalità, ‘Ndrangheta, corruzione, cemento. Il Veneto che deve cambiare, dossier 2014 in http://www.osservatorioambientelegalitaveneto.it

[4] Francesco Trotta, Mafie ed edilizia nel Veneto: caratteristiche e dinamiche di una relazione di lunga durata, in Schegge di dark economy, Quaderno n°3, Osservatorio ambiente e legalità Venezia, 2013.

[5] Uno studio recente condotto da Laura Fregolent dello Iuav di Venezia, per il Centro di ricerca per lo studio del consumo di suolo di Milano, focalizza la sua attenzione sull’area di pianura [province di Venezia, Padova, Treviso Vicenza]. Secondo questo studio dal 1970 al 2007, l’area ha registrato un incremento medio della superficie urbanizzata di oltre il 100%, si è passati cioè da una superficie urbanizzata di 33.387 metri quadri nel 1970 ad una superficie di 78.197 metri quadri nel 2007, alcuni comuni sono cresciuti del 60‐70%, altri del 200‐300% e anche oltre; spicca a questo proposito, l’incremento del 376% del comune di Marcon in provincia di Venezia, che passa da 113,15 ha di costruito nel 1970 ai 538,71 ha nel 2007, oppure il dato di Campagna Lupia che cresce del 213% passando dagli 89,56 ha di costruito nel 1970 ai 280,50 ha nel 2007 o ancora il dato di Trevignano in provincia di Treviso, comune del distretto dell’abbigliamento sportivo di Montebelluna, che ha registrato un incremento del 374%, passando da una superficie costruita di 124,65 ha nel 1970 ai 591,27 ha nel 2007.

[6]   Paolo Perulli, Angelo Picchieri (a cura di), La crisi italiana nel mondo globale. Economia e società del nord, Einaudi, Torino, 2010

[7]   Con l’articolo 6 della nuova legge urbanistica, la Regione Veneto fa esplicito invito ai privati a partecipare all’iter formativo dei nuovi piani urbanistici, sollecitandoli a presentare progetti ed iniziative «di rilevante interesse pubblico» che attraverso la formula degli «accordi tra soggetti pubblici e privati» possano divenire «parte integrante dello strumento di pianificazione» cui accedono.

[8]   Vale la pena citare a questo proposito un passaggio della relazione ufficiale della Commissione per lo studio e la prevenzione della corruzione: «il rapporto pubblico/privato non è, quindi, più fondato sulla tradizionale (e fondamentalmente statica) dialettica tra autorità e libertà e tra regolazione pubblica e diritto di proprietà privata, ma diviene sempre più un rapporto negoziale, fondato sullo scambio tra conseguimento di rendite finanziarie derivanti dall’utilizzo del territorio e realizzazione»

[9] Si veda in particolare: Francesco Giavazzi e Giorgio Barbieri, Corruzione a norma di legge. La lobby delle grandi opere che affonda l’Italia, Rizzoli, Milano, 2014 e Gianluca Amadori, Monica Andolfatto, Maurizio Dianese, Mose. La retata storica, Nuova dimensione, Portogruaro, 2015

[10] Si veda l’interrogazione parlamentare con la quale i deputati padovani lanciano l’allarme al ministro dell’Interno per «le modalità di attuazione del fallimento‐liquidazione di Edilbasso (storica impresa edile padovana nda) e di Faber e il fatto che nella complessa vicenda siano coinvolte anche persone che hanno avuto un ruolo in episodi oggetto di indagini da parte della Procura di Milano». In particolare Giovanni Barone, liquidatore della Perego Holding, ha precedenti «di polizia per reati contro la pubblica amministrazione, oltraggio, resistenza e violenza, falso in genere, omessa custodia di armi» ed è stato coinvolto nell’inchiesta riguardante l’infiltrazione della ‘ndrangheta nell’impresa Perego Strade Srl e nell’inchiesta veronese per il fallimento della società «Rizzi Costruzioni srl».

[11] D’altronde l’evoluzione delle rotte rispetto a dieci anni fa è, in parte, da imputare all’azione repressiva che in questa regione ha segnato punti importanti come la chiusura di importanti piattaforme come la Nuova Esa e la Sistemi Costieri e, più recentemente, all’inchiesta che ha stroncato un imponente traffico verso la Cina di materie plastiche.

[12] La ricostruzione di questa storia si deve al lavoro di Alessandro Naccarato, deputato padovano del Pd e membro della Commissione parlamentare d’inchiesta antimafia

[13] Osservatorio ambiente e legalità, La corruzione divora l’ambiente, dossier 2014 http://www.osservatorioambientelegalitaveneto.it