La camorra e il litorale veneto

Nell’estate del lontano 1993, quasi trent’anni fa, la Lega promosse un’imponente campagna per la legalità nel litorale veneto e friulano, con tanto di striscioni trainati da piccoli aerei che volteggiavano sulle spiagge. L’obiettivo di tanta massiccia mobilitazione era quello di ostacolare il commercio “abusivo” degli ambulanti immigrati, i famosi vù cumprà, “per prevenire la delinquenza e la malavita” come dichiarò l’allora senatore leghista Achille Ottaviani.

Mentre la Lega (allora Lega Nord) collocava stabilmente nel mirino gli ambulanti immigrati, nel febbraio del 1998 avviene l’arresto a Caorle di Costantino Sarno figura di spicco del clan Licciardi, e nell’ambito del procedimento a suo carico, vengono sequestrate diverse ditte, attive soprattutto nel commercio di pelli, nei comuni del litorale tra il Veneto e il Friuli. Nel 2002 al Cavallino viene arrestato Massimiliano Schisano del clan Mallardo. Latitante è condannato per associazione a delinquere di stampo mafioso. Nel 2004 viene arrestato Domenico Celardo, napoletano da anni residente nel Sandonatese. Più volte arrestato per spaccio, intestatario di diverse attività economiche tra cui un ristorante, muore per malattia nel 2011. Nel 2005 viene arrestato per traffico di droga nel sandonatese Salvatore Gemito, formalmente impiegato nell’edilizia. E sempre quell’anno è il turno di Vittorio Persico arrestato a Bibione e affiliato al noto clan camorristico dei Licciardi. Poco tempo prima è Vincenzo Pernice, sempre del clan Licciardi, ad essere catturato a Portogruaro. Nel 2006, nel corso dell’operazione Fenus vengono arrestate una serie di persone che stavano avviando un’attività di usura ed estorsione tra Jesolo, Eraclea e San Donà. Sempre nel 2006 è la volta di Luciano Donadio, imprenditore di Eraclea di origine campane il cui nome inonderà la stampa veneta e le dichiarazioni allarmate dei politici tredici anni più tardi quando assieme a lui, oltre ad una cinquantina di persone, viene arrestato il sindaco di Eraclea, Mirco Mestre.

Il catalogo degli avvenimenti è ampiamente incompleto e si limita alla criminalità di origine campana, ma rende l’idea di un protagonismo non episodico, un susseguirsi di segnali che disegnano la mappa, in quest’area, di una presenza di lungo periodo.

L’attività camorrista sul litorale veneto segue da più di trent’anni, approssimativamente, due filiere: l’edilizia e il commercio. La prima è anche conseguente alla sovrapproduzione edile a cui si assiste in Campania all’indomani del terremoto del 1980. Con la conclusione dell’emergenza post sisma molte imprese campane hanno proseguito la loro attività in altri territori. Inutile dire che per la stragrande maggioranza si trattava di imprese che nulla avevano a che fare con il crimine. Alcune però – come nel caso di Luciano Donadio – sono state in grado di far convivere la figura imprenditoriale con quella criminale.

Il commercio, soprattutto di capi in pelle, è l’altra attività storica degli imprenditori criminali campani ed in particolare dei clan della cintura periferica di Napoli come l’Alleanza di Secondigliano. Fa riflettere il fatto che i maggiori esponenti di questo cartello criminale abbiano avuto a che fare con il litorale veneto: Costantino Sarno, il numero due dell’organizzazione, che venne arrestato appunto a Caorle e Vincenzo Pernice, arrestato a Portogruaro, che si occupava della gestione dei flussi finanziari derivanti dalle attività di commercializzazione di pellame e controllava per conto dell’organizzazione la vendita in Germania di abbigliamento confezionato in pelle. Su l’altro litorale veneto, quello del Garda, soggiornò per qualche anno direttamente il boss Pietro Licciardi oltre ad altri suoi sodali come Ciro Cardo i fratelli Longo anche loro impegnati nel commercio di capi in pelle. Ed ora anche Pietro D’Antonio, arrestato ieri a Bibione farebbe riferimento, secondo la tesi della Procura triestina, al raggruppamento di Secondigliano.

Fatto sta che nel litorale abbiamo un problema e sembra essersene accorta perfino la politica più distratta. L’attività criminale in questo territorio nelle filiere dell’edilizia e del commercio, ha evidentemente a che fare con il tumultuoso sviluppo economico derivato dal turismo associato alla debole, se non direttamente collusa, regolamentazione. E contrariamente a quanto suggerirebbe il senso comune il problema di cui parliamo non è la camorra: «La camorra – scriveva l’analista Amato Lamberti – […] è il «prodotto», per così dire naturale, di uno sviluppo distorto, parassitario, assistito dall’esterno, fortemente caratterizzato da modalità illegali di gestione amministrativa e di governo politico». Un “prodotto” quindi, non la “causa” del problema. Che sia un regolamento edilizio o quello per l’assegnazione di aree di vendita è il ceto dirigente politico ed imprenditoriale locale che può, o potrebbe, scoraggiare il protagonismo criminale (senza aspettare la magistratura). L’ha sempre fatto?

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