Ascesa e schianto della Mantovani, dalla A1 alle inchieste

Ha partecipato alla costruzione dell’Autostrada del Sole e del trampolino olimpico di Cortina 1956. L’Impresa Ing. E. Mantovani non ha solo accompagnato da protagonista lo sviluppo del Paese, ma ne ha in parte materializzato i sogni. In anni in cui il progresso si misurava in tondini di ferro e in quantità di gru svettanti verso il cielo.

Con l’acquisizione, nel 1987, della famiglia Chiarotto dall’Ing. Mantovani, rimasto senza eredi, l’azienda continua e anzi accelera la sua galoppata. Punta alle opere di ingegneria idraulica: una scelta azzeccata che gli permetterà di attraversare la crisi post Tangentopoli e affrontare con il vento in poppa gli anni Novanta.

Sarà un manager dalla provata esperienza, appena saldati i suoi debiti con la giustizia a guidare la Mantovani fino al traguardo più ambito, nel 2003, che la farà entrare nel giro che conta: si chiama Piergiorgio Baita e guida la Mantovani dentro il Consorzio Venezia Nuova, che conosce bene, acquisendo le quote di Impregilo, e quindi i lavori del Mose.

Baita racconterà come proprio in quell’anno i lavori del Mose prenderanno un certo abbrivio anche per la competenza ingegneristica apportata dalle maestranze di Mantovani. Lavori complessi pagati a piè di lista secondo il metodo messo a punto dal leader del Consorzio, Giovanni Mazzacurati.

C’è una frase del patron Romeo Chiarotto che descrive la nuova vita dell’impresa Mantovani: “siamo usciti da quella gara ad eliminazione che sono gli appalti pubblici per diventare artefici del proprio destino” specializzandosi nella finanza di progetto e come general contractor. Di fatto si dà l’addio allo “scomodo” mercato, scegliendo la via dell’accordo con i potenti di turno.

In quegli anni Mantovani è sulla cresta dell’onda: il fatturato passa dai 182, 5 milioni del 2004 agli oltre 503 milioni del 2008, aumentando del 176%. Mentre i dipendenti passano da 293 a 420. Mantovani piglia tutto: dall’Ospedale di Mestre al Mose, dalla terza corsia dell’A4 al Passante di Mestre. E poi la piastra dell’Expo a Milano vinto con il 41, 8% di ribasso: qualcosa di peggio di un’anomalia.

E poi rapida la rovina: Baita viene arrestato il 28 febbraio del 2013 e dopo pochi mesi, anche grazie alle sue confessioni, l’inchiesta travolge tutto il sistema corruttivo che ha tenuto in piedi la politica e, una parte importante, dell’imprenditoria in Veneto.

Oggi per Mantovani suonano le campane a morto. Il tribunale ha accolto la richiesta di fallimento della Coge Mantovani, la società che ha acquisito, l’anno scorso, la parte operativa, e che non paga uno stipendio dal novembre dell’anno scorso. Un altro pezzo pregiato dell’imprenditoria nordestina è finito nella polvere.

Una fine ineluttabile?

Per rispondere a questa domanda serve andare a vedere quanto è successo a Parma. Nella città emiliana ha operato la stessa Coge, che ha acquisto il ramo d’azienda di Mantovani: Manuela Maria Ferrari, protagonista in passato di un paio di sfortunate scalate a società di calcio, insieme a John Gaethe Visendi, condannato in appello a San Marino per bancarotta fraudolenta e Andrea Roma, ex capo dell’ufficio tecnico del San Raffaele che ha patteggiato la pena per il furto di un milione di euro. Nessuno di questi con la minima esperienza nel settore delle grandi opere o dell’edilizia.

In quel caso, però, il venditore, accorgendosi di quale stoffa era fatta la compagnia di ventura, ha deciso di riprendersi l’impresa, rilanciandola. Una partita che, fin qui, la famiglia Chiarotto non ha giocato.

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