Alle radici del malaffare

di Gianni Belloni e Antonio Vesco
immagine di un'aula di tribunale

 

In Veneto si è sviluppato e radicato quello che è stato definito il più imponente caso di corruzione della storia repubblicana. Una struttura di relazioni articolata che ha coinvolto politici, alti funzionari, magistrati, imprenditori, professionisti, tecnici. Di fatto, nel sistema che ha fatto perno sul Consorzio Venezia nuova (Cvn) sono rappresentati tutti i soggetti che compongono la classe dirigente di questo territorio.

L’inchiesta della magistratura, tra patteggiamenti e sentenze, ha messo a nudo, al di là dei destini processuali dei singoli (quattro le condanne in primo grado, tra cui quella dello scomparso ex ministro Altero Matteoli, e altrettante le assoluzioni, a cominciare dall’ex sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, con formula piena o per prescrizione dei reati), un meccanismo corruttivo sostanzialmente fondato sull’accumulo di fondi neri, grazie all’emissione di fatture per lavori inesistenti o sovradimensionati. E il pagamento di politici, funzionari e dirigenti pubblici, componenti delle forze dell’ordine e della magistratura perché fosse garantita la continuità dei finanziamenti per i lavori e “addomesticati” i controlli sul loro andamento.

Nel caso Mose, o per meglio dire il caso Consorzio Venezia nuova, emergono elementi di assoluto interesse a prescindere dal gigantismo del fenomeno. Innanzitutto ci troviamo di fronte a sistema criminale in cui leggi hanno contornato – e non contrastato – le strategie, legali e illegali, del Consorzio. Una legge ha regalato al Cvn il monopolio incontrastato di quanto accadeva all’interno della laguna di Venezia, e in seguito ben oltre lo specchio lagunare. Qui il dispositivo corruttivo, lungi dal rappresentare un incidente di percorso, risulta strettamente intrecciato alle politiche promosse – dalla seconda legge speciale per Venezia fino alla Legge obiettivo – rivelandosi come un vero e proprio elemento costitutivo di un rinnovato processo politico e amministrativo in cui la con-fusione tra il ruolo del pubblico e del privato viene normata da una legge dello Stato.

Un altro elemento che rende il caso Cvn unico è che la condotta del Consorzio non sembra tesa alla mera accumulazione di ricchezza per i propri associati, ma piuttosto ispirata dalla preoccupazione di mantenere e implementare la propria legittimità. Una legittimità riconosciuta dall’alto – manutenzione delle coperture che il potere politico è in grado di assicurare – ma anche dal basso – una legittimazione che si nutrisse di un consenso diffuso, anche senza il sostegno dell’intermediazione politica attraverso il finanziamento a pioggia delle iniziative della società civile veneziana.

Analizzando le diverse vicende, emerge nitidamente come non sia possibile guardare alla corruzione in termini di disfunzioni dell’apparato burocratico-decisionale cui si può ovviare attraverso puntuali soluzioni di carattere procedurale, come lo snellimento degli adempimenti burocratici o l’incentivazione della trasparenza. Per comprendere la radicalità del sistema corruttivo e la sua capacità costitutiva – e manipolatoria allo stesso tempo – di procedure, normative e consuetudini è utile, più che richiamare il ruolo delle organizzazioni mafiose, analizzare le modalità del fare politica e del fare impresa. Modalità che trovano nel terreno della corruzione il luogo predestinato d’incontro, l’inevitabile approdo a cui conducono una serie di condotte e, prima ancora, una serie di norme sedimentate nel contesto locale.l

da Nuova Ecologia 20 aprile 2018

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