copertine detroitDi seguito l’introduzione al bel libro “Saluti da Detroit” di Paola Tellaroli, casa editrice Cartonera di Padova (un grazie a Giandomenico Tono e a Richard Khoury)

“Nella zona del disastro ciascuno di noi c’è già ed è troppo tardi per uscirne” scrisse J.G. Ballard presentando nel 1967 un’antologia di suoi racconti. E’ bene tenere a mente questa fosca asserzione leggendo le cartoline – asciutte e partecipate ad un tempo – che ci invia Paola Tellaroli da Detroit, una città dell’apocalisse (come suggerisce il titolo di un reportage imperdibile, “Apocalypse Town” di Alessandro Coppola).

Parte integrante della rust belt – la fascia della ruggine dove il declino dell’industria manifatturiera americana ha colpito più duramente – Detroit è stata la città-fabbrica per antonomasia. Con la grande fabbrica è finito anche un sistema sociale dove la classe operaia si fece classe media grazie alle conquiste sindacali raggiunte. Quel sistema sociale è andato in fumo favorendo altre economie, altri territori: la nuova frontiera del sud e dell’ovest della new economy.

Parlando di noi: della conseguenze della crisi che ci ha riguardati negli ultimi anni e dei suoi riflessi sulle città non sappiamo molto. Occorrerà tempo per valutare più nitidamente le conseguenze della profonda destrutturazione sociale che stanno accompagnando la crisi di questi anni. Quello che percepiamo è che siamo in presenza di un travaglio: dal chiuso grembo rassicurante dei processi di sviluppo della società del novecento, stiamo procedendo tra sbandamenti e lacerazioni in un nuovo mondo. Incerto e con meno sicurezze e senza modelli di riferimento. Un forzato passaggio della nostra società verso un nuovo assetto di cui ancora non comprendiamo i contorni. Gli ingredienti principali però sono noti: ampliamento delle fasce più deboli abbandonate alla deriva dello smantellamento del welfare, approfondimento del fossato delle diseguaglianze e radicamento del rancore e dalle paure che questi processi stanno accompagnando.

“Le città sono società proiettate nello spazio” scriveva Braudel e la polarizzazione delle classi sociali nello spazio si traduce in distanze, in spazi inaccessibili, in luoghi e circuiti differenziati. Così la città tradisce oggi il suo scopo originario rendendo difficile che si realizzi ciò per cui è stata inventata: esigenza di stare insieme, parlare, cooperare, scambiare. Ci racconta Richard Sennet “le città hanno il potere di trasformarci in esseri umani più complessi. In una città si può imparare a vivere fianco a fianco con persone sconosciute, a condividere esperienze e interessi a noi non familiari. L’uniformità ottunde la mente, la diversità la stimola e la espande”. Ecco: quel potere di cui ci parla Sennet sembra si stia affievolendo.

Quello che abbiamo visto in questi turbolenti anni – e che hanno visto gli abitanti di Detroit con maggior nitidezza – è la dissoluzione della città della produzione. Il salto che però Detroit non ha avuto l’opportunità di fare è di divenire la città dei consumi, del loisir, del palcoscenico dell’esposizione delle merci. Così come invece è successo a molte città in giro per il pianeta. Un processo intrecciato alla finanziarizzazione dei processi di trasformazione della città, di produttività degli investimenti e di redditività delle trasformazioni urbane.

La riconversione delle zone industriali e poi di zone sempre più estese delle città è servita essenzialmente ad aumentare esponenzialmente valori immobiliari creando grandi ricchezze nelle mani di pochi, ma significativi cambiamenti nelle forme e nell’organizzazione (e nei poteri) delle città. E negli stili di vita. Le eccedenze di capitale – ci racconta il geografo David Harvey – trovano dove “planare” – e fruttificare – nelle infrastrutture delle città: centri commerciali, aeroporti, parchi scientifici, strutture ricreative, quartieri esclusivi. Perché questo accada occorre che le città – le sue regole e la sua composizione sociale – sia sufficientemente morbida e accogliente: le regolazioni urbanistiche non eccessivamente rigide, i controlli fiscali non troppo opprimenti, il controllo del rispetto dei diritti dei lavoratori non così solerte, le politiche pubbliche non troppo invasive.

Per questo sentiamo che oggi la città è il frutto di due processi contraddittori che ne tormentano l’esistenza: da una parte la ricerca di una dimensione comunitaria il cui desiderio da parte dei cittadini non si è mai affievolito, dall’altra la continua immissione nel tessuto civico di dinamiche globali che rendono difficile la gestione di un disagio già presente.

Detroit ha perso la competizione per agganciarsi al flusso di risorse che garantisce lo “sviluppo” (e l’omologazione) delle città. Sembrerebbe transitata in un binario morto. Ma leggendo queste cartoline, di Detroit impariamo molto altro: l’orgoglio, il senso di appartenenza, la solidarietà, le nuove economie. Detroit eccede gli indicatori e i parametri economici che vorrebbero vederla fallita. Ma si scorgono cose nuove e sorprendenti se si cambia sguardo, invece, in questi anni, ci siamo abituati ad uno sguardo conservatore e stanco. “Ridurre la materia vivente a fatto economico è stata un’operazione politica e culturale che ha bloccato qualsiasi progetto di cambiamento. Se io mi rappresento sempre allo stesso modo impedisco a me stesso di diventare altro” scriveva Pietro Barcellona.

Quel “molto altro”, l’eccedere di Detroit che ci giunge con queste cartoline rappresenta il pertugio attraverso il quale potremo uscire dalla “zona del disastro” di cui parla Ballard. L’esercizio concreto dell’autogestione che crea la condizione dello sviluppo e attiva la scoperta delle proprie capacità. Così ‘la città fa liberi’. La forma di questa attività non è quella economica, ma quella pedagogica della relazione che promuove la volontà di vivere pienamente. Come canta Eminem, il bardo di Detroit: “è meglio che ti perdi nella musica, nel momento, ti appartiene, meglio che non te lo lasci mai sfuggire hai un colpo solo, non perdere la tua occasione di spararlo quest’occasione viene una volta nella vita”.