Se parliamo di mafie il Veneto ha una sua particolarità: se ne sa poco. Perché, in questi anni, le inchieste giudiziarie sono state poche. Le cose stanno cambiando piuttosto rapidamente: “La sempre più significativa operatività in Veneto di gruppi criminosi originari del Sud Italia tende a diventare sempre più stabile”, scrivono i magistrati nell’ultimo rapporto della Direzione nazionale antimafia. E recenti inchieste che stanno emergendo stanno portando alla luce realtà finora soltanto immaginate.
Anche se già in passato i segnali erano ben presenti. Ad esempio nella relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta del 1994 si legge chiaramente della presenza delle mafie nel Nordest: «Le forze dell’ordine e la magistratura inquirente si dichiarano certe della presenza di complesse attività di riciclaggio, di operazioni economiche sospette, di negoziazioni di decine di miliardi non compatibili con le dimensioni delle aziende che vi sono interessate».
A distanza di oltre vent’ anni si potrebbe essere arrivati ad una sorta di equilibrio tra mafiosi e operatori economici. E quindi a una situazione in cui non è facile distinguere tra imprese mafiose e non, dove tutte le imprese sono coinvolte e interdipendenti in una fitta rete di relazioni.
Significativa da questo punto di vista la storia dell’immobiliarista Saverio De Martino, al Lido di Venezia, dove risiedeva con il figlio (attivo in politica e nell’associazionismo di categoria) da una ventina d’anni, recentemente condannato per concorso esterno in associazione mafiosa.
Leggiamo uno stralcio dell’ordinanza: «Va sottolineata l’anomala rapidità con la quale la famiglia De Martino a partire dagli anni Novanta si è efficacemente inserita nel contesto economico – sociale del territorio veneto, attraverso lavori nel settore edile e dell’intermediazione immobiliare e la gestione di attività commerciali di considerevole spessore economico».
Ed ancora citiamo la vicenda emersa dalla recente inchiesta “Aemilia” della Direzione distrettuale antimafia di Bologna che ha messo in luce gli interessi del clan Grande Aracri per alcuni business immobiliari veronesi. Business che avrebbero avuto bisogno di un imprimatur politico.
L’uomo del clan Antonio Gualtieri, ricostruiscono gli investigatori, vede nell’imprenditore veronese Moreno Nicolis il tramite per entrare in contatto con l’amministrazione. «E’ lo stesso Gualtieri Antonio – si legge negli atti – […] a vantarsi di avere personalmente conosciuto sia il sindaco che il vicesindaco di Verona». Poi l’affare non ha avuto seguito e i politici veronesi non risultano indagati.
Citiamo questa vicenda per illustrare la tensione delle mafie ad «agganciare» la politica e i modi – la tessitura di reti e di contatti in primis con il mondo imprenditoriale – con cui cerca di farlo.