E’ tutto oro quello che luccica? Sul “modello Friuli” per la ricostruzione post terremoto è si è scritto molto. “Dov’era e com’era” è stato il motto della ricostruzione friulana. Un’indicazione importante, ma in parte disattesa. Il terremoto ha accellerato un processo di omologazione dei luoghi.

Di seguito un articolo del geografo Mauro Pascolini uscito su Carta Estnord (qui si possono trovare vecchi numeri della versione mensile della rivista) all’indomani del terremoto in Abruzzo.

Il recente terremoto dell’Abruzzo ha riproposto all’opinione pubblica, il tema della ricostruzione degli insediamenti, o meglio dei luoghi, dopo una catastrofe. L’errore diffuso è quello di considerare il processo come un mero aspetto tecnico, una normale fase che si avvia quando un territorio viene colpito da una catastrofe e non invece come una questione che riguarda le scelte di fondo di una popolazione rispetto al proprio futuro.

Anche se la partecipazione «emotiva» è molto forte nelle prime fasi di un disastro e coinvolge un pubblico più vasto, è invece il processo di ricostruzione, che si diluisce temporalmente lungo un arco di anni, a volte molto lungo, ad essere il fattore più importante nel quale si decidono le sorti non solo della ricostruzione delle singole abitazioni, ma dell’intero tessuto territoriale sia fisico che sociale.

A trent’anni dal terremoto del Friuli del 1976, può essere utile, proprio in questa prospettiva, proporre alcune riflessioni sulle dinamiche territoriali e sociali che, nel loro complesso, hanno portato le aree coinvolte nel sisma alla situazione odierna, fortemente mutata negli aspetti edilizi, nel paesaggio e nella struttura economica e sociale. Quando il 6 maggio e l’11 e 15 settembre 1976 la terra friulana tremò non erano prevedibili le dinamiche che tale avvenimento avrebbe provocato sia a livello territoriale, che nella società civile e soprattutto quali questioni avrebbe aperto per la popolazione.

Prima di tutto è necessario ripercorrere brevemente alcuni aspetti di quel «modello Friuli» che spesso viene citato come processo positivo di una ricostruzione, caratterizzato da una serie di novità gestionale e di governance.
Il primo elemento di novità e che si rivelò determinante fu che la gestione della ricostruzione venne affidata per la prima volta all’amministrazione regionale e da questa ai sindaci che di fatto diventarono dei veri e propri commissari con pieni poteri.

Il secondo fattore fu quello di porre come obiettivo generale della ricostruzione lo sviluppo economico e sociale e il riassetto del territorio nella salvaguardia del patrimonio etnico e culturale della popolazione in un quadro di sicurezza idrogeologica.

Da queste linee guida derivarono le scelte operative. La prima fu quella di privilegiare la ricostruzione dell’apparato produttivo nella convinzione che solo con la ripresa dell’economia e quindi della produzione di reddito si sarebbero mantenute le popolazioni nelle proprie comunità e si sarebbe dato ossigeno per affrontare i costi individuali della ricostruzione del patrimonio abitativo. Diverso invece fu il destino del comparto agricolo, che vide di fatto l’eliminazione delle micro imprese familiari, e dove la ricostruzione non favorì la ripresa del settore, ma la riconversione del patrimonio edilizio rurale in altre funzioni: basta percorrere l’area terremotata per vedere che stalle e fienili sono diventate nuove abitazioni, autorimesse, e spazi certamente non destinati all’attività agricola.

Ma l’obiettivo più importante della ricostruzione fu quello di dare una casa a tutti i nuclei familiari colpiti dal sisma in un territorio rinnovato e progredito rispetto al preesistente. I problemi che si posero ai decisori e agli amministratori furono molti, non solo di ordine pratico, ma anche connessi alle scelte fondamentali di localizzazione. L’amministrazione regionale, sulla spinta anche delle indicazioni che provenivano dalla popolazione, abbandonò l’idea, inizialmente ventilata, di costruire una «grande» Udine, pensando di risolvere così il problema della dispersione territoriale. Si decise invece, anche a seguito della forte pressione delle popolazioni, di ricostruire i paesi dov’erano prima del terremoto e il più possibile con le medesime tipologie edilizie, ripristinando tutti gli edifici recuperabili e basando la ricostruzione ex novo sulle dimensioni dei nuclei familiari.

Nacque così lo slogan icona della ricostruzione del Friuli: dov’era e com’era.
Se il dov’era è oggi leggibile, certamente non si può dire lo stesso del com’era, che è risultato più una speranza, un desiderio, un’utopia che una scelta concretamente realizzata. I risultati sono verificabili e visibili a tutti. Su questi hanno influito diversi fattori: il desiderio di avere una casa più bella, più comoda, più spaziosa, quasi uno status della voglia di affrancarsi non solo dal terremoto, ma dalla storia difficile e faticosa della vita rurale; la fretta e talvolta la povertà culturale dei progettisti ; alcune scelte ideologiche legate a modelli pianificatori e progettuali imposti dall’alto; interpretazioni diverse del significato dell’azione di restauro.

Emblematiche, ad esempio, sono le scelte e i relativi esiti formali della ricostruzione di Gemona, di Venzone, di Osoppo. Va poi sottolineato che in molti casi si è ricostruito più del necessario, specie nei centri più marginali, periferici o in quota. Le ulteriori scelte che hanno guidato la ricostruzione sono state quelle di ripristinare la rete di servizi sociali legati alla residenza con particolare attenzione alla ricostruzione delle scuole, e di dotare l’intero territorio regionale di quelle infrastrutture e servizi che dovevano permettere alla regione di uscire dalla marginalità e dall’arretratezza.

A trent’anni dall’evento si pone allora un quesito di fondo: il Friuli sarebbe stato così, come lo vediamo oggi anche senza il terremoto? I processi e le dinamiche territoriali e sociali sarebbero stati gli stessi?

Innanzitutto va detto che il terremoto non ha costituito una cesura netta con il passato, restituendoci un nuovo Friuli completamente diverso, ma le ha accelerate, come ha pure accelerato alcuni fenomeni demografici ed insediativi. Quello che è radicalmente cambiato è stato invece il volto del paesaggio sia per quanto concerne l’insediamento, che le tipologie edilizie.

Infatti il Friuli come si presenta oggi non è molto diverso dagli altri luoghi del nord-est italiano e delle periferie urbane delle aree metropolitane: luoghi contraddistinti sempre più spesso da un paesaggio senza qualità, disordinato, segnato da una presenza dove la società dei consumi impone le sue regole spaziali e localizzative: grandi aree commerciali lungo gli assi di penetrazione e scorrimento viario, periferie contraddistinte da tessuti continui di edilizia residenziale uniforme e priva di qualunque identità, una diffusa presenza di insediamenti industriali e di laboratori artigianali inseriti in un contesto che lascia ancora intravedere gli esiti di quella civiltà contadina che ha profondamente segnato e condizionato la storia di questi territori.

Un paesaggio quindi che fa da sfondo, ma che è anche risultato dei comportamenti attuali di una società che troppo rapidamente si è fatta da contadina dapprima industriale e poi, con enfasi, post-industriale, contrassegnata da fenomeni che la mettono in seria discussione quali la massiccia presenza di immigrazione straniera e una accentuata denatalità.

Una società che ha fatto della rinascita dalla catastrofe un’occasione per raggiungere rapidamente i modelli della società globalizzata assumendone anche i comportamenti e gli esiti.

Si è manifestata una sorta di schizofrenia: da un lato c’è un territorio ricostruito nelle infrastrutture, nelle case, nei luoghi di lavoro, negli edifici civili e religiosi, che vengono ad
ogni ricorrenza ed analisi ricondotti ad una matrice culturale molto radicata ed originale, dall’altro c’è un popolo ed una comunità che sta perdendo i tratti di quella identità a favore di modelli ormai omologati e simili in tutto il nord Italia, se non in tutti i paesi ad economia avanzata.

I friulani sono in qualche modo usciti diversi non solo nel corpo, il territorio, ma anche nell’anima. Hanno compreso l’importanza di presentarsi al mondo, il bisogno della solidarietà, la necessità di rivedere le proprie scelte, di mettere alla prova vecchie certezze a fronte di nuovi modelli culturali e sociali, e al tempo stesso di essere orgogliosi di una diversità che di fatto ha cancellato ben presto i segni del terremoto.

L’esperienza friulana, al di là del successo e degli interrogativi tesi a comprendere quanto di cambiamento va imputato al terremoto e quanto invece è ascrivibile ai processi globali della modernizzazione, ha insegnato che il processo della ricostruzione non può essere un mero fatto edilizio, ma deve invece riguardare l’intera pianificazione del territorio e dei modelli di sviluppo che si intende perseguire.

Un processo che non può e non deve essere governato in una prospettiva decisionista e centralista, ma deve essere condiviso e partecipato dal basso, dalle popolazioni colpite che hanno la grande opportunità di riprogettare il territorio e gli spazi del proprio vissuto personale e collettivo in forme nuove, ma anche riprendendo l’antico sapere della civiltà dei luoghi.

Questo è il testimone che il Friuli lascia all’Abruzzo.