La costruzione del Mose ha sconvolto (tra le altre cose) le correnti in Laguna? Ne parliamo in questa inchiesta, condotta tra i pescatori, nell’inserto veneto del settimanale Carta. Era il novembre del 2007

I LAVORI DEL MOSE SONO IN CORSO E I LORO EFFETTI SUL DELICATO ECOSISTEMA LAGUNARE SI FANNO GIA’ SENTIRE: AUMENTANO LE ALGHE, L’ACQUA E’ PIU’ TORBIDA ED E’ CAMBIATA LA VELOCITA’ E l’ASSETTO DELLE CORRENTI. I PESCATORI SONO I PRIMI AD AVVERTIRE QUESTI MUTAMENTI. SIAMO STATI A CHIOGGIA, LA “CAPITALE” DELLA PESCA NEL VENETO, A SENTIRE COSA NE PENSANO.

Pescare in mare aperto.

Per incontrare Roberto Penso occorre attendere sera, quando, arrivato al molo con il suo peschereccio, ha già scaricato il pesce. L’appuntamento è nella zona del mercato all’ingrosso, dove un tempo erano concentrati gli “squeri”, i grandi cantieri delle barche da pesca. L’area del Forte S.Felice, che chiude la laguna di fronte a Chioggia, è già stata inghiottita dal buio.

Roberto ha le idee chiare: “Sulla faccenda del Mose nessuno ha chiesto il parere a noi pescatori che viviamo i problemi del mare e della laguna ogni giorno”. Elenca poi i problemi del pescare all’ombra di quest’opera che prevede la costruzione di grandi dighe mobili presso le quattro bocche di porto – collegamento tra la laguna e il mare – che dovrebbero chiudere la laguna in caso di alte maree eccezionali. Già oggi i pescatori avvertono disagi, che lasciano presagire cosa accadrà a lavori ultimati. Le cronache dei giornali locali raccontano che i pescatori si imbattono, sempre più di frequente, in pericolosi massi, pesanti fino a 10 quintali, residui dei carichi di pietre importati dalla ex Jugoslavia per i lavori delle dighe mobili. Roberto ci racconta che, dopo la costruzione della “lunata a mare”, la diga – parte integrante dei lavori del Mose – che oggi fa da corona alle bocche di porto, i pescatori sono costretti a manovre di rientro più complesse, rimanendo così esposti, in caso di cattivo tempo, ai pericoli delle mareggiate. Senza contare che, quando le dighe mobili si alzeranno, come previsto dal progetto del Mose nel caso di maree eccezionali, i pescherecci non potranno rientrare in laguna. Il porto-rifugio, che dovrebbe venir costruito per ospitarli in questi frangenti, è giudicato inadeguato, perché poco sicuro, dai diretti interessati. I pescherecci di nuova generazione sono grandi e relativamente sicuri ma navigare in mare non è comunque uno scherzo, ed è difficile per chiunque accettare di correre maggiori rischi senza un buon motivo. E il buon motivo, ammesso che esista, nessuno si è premurato di spiegarlo ai pescatori di Chioggia. Come se non fossero affari loro. Tutto questo mentre i dirigenti delle grandi cooperative di pesca, pur esprimendo in privato la loro contrarietà al Mose, non si espongono pubblicamente per non danneggiare altre cooperative, che hanno ricevuto commesse per i lavori del Mose.

Pescare in laguna

Tapes philippinarum è il nome scientifico di una specie di vongola – la vongola filippina – proveniente dal Pacifico e introdotta in Laguna nel 1983. Questa specie aliena si è diffusa velocemente, soppiantando la specie autoctona e divenendo dominante tra gli organismi che vivono nei sedimenti. Il successo di questo tipo di vongola è dovuto al fatto che si riproduce facilmente, ha bisogno di poco ossigeno e si adatta a tipologie di sedimenti variabili. Oltre allo sconvolgimento dell’ecosistema del fondale lagunare, l’introduzione della vongola filippina ha determinato un piccolo terremoto nella stessa società chioggiota, che alle sorti della laguna e del mare è sempre stata legata a filo doppio. Pescare “caparossoli”, come vengono chiamate qui le vongole, rende bene, molto bene. La pesca avviene con i “barchini”, piccole imbarcazioni fornite di potenti motori, dragando letteralmente il fondale della laguna e facendo così bottino di vongole. Questa agile forma di pesca ha permesso il formarsi, in brevissimo tempo, di una nuova classe sociale, i “caparossolanti”, approdata tumultuosamente e velocemente al benessere, se non alla ricchezza. Gli ingenti introiti dovuti alla pesca delle vongole sono stati investiti nel mercato immobiliare provocando un’impennata dei prezzi e un boom delle costruzioni. Attualmente si stima i “caparossolanti” siano circa 2000, con una flotta di circa 500 barchini. Nel frattempo la pesca artigianale in laguna, da alcuni ancora chiamata il “mestiereto”, non è scomparsa, anche se risulta fortemente ridimensionata rispetto al passato. Ancora negli anni ’50 soppravvivevano, a seconda dei luoghi e delle specie da pescare, 25 tipologie diverse di pesca, oggi quasi del tutto abbandonate. Ma facendo visita al mercato del pesce durante l’asta del pomeriggio, troviamo una piccola area riservata ai pescatori di laguna. Anguele, barboni, schile, go, sfogi, canoce riempieno le cassette di polistirolo, mentre tutt’attorno una moltitudine variopinta – pescatori, ristoratori, grossisti, intermediari – si aggira contrattando, con linguaggi e segni incomprensibili ai “non iniziati”, quasi fosse un rito, sui prezzi del pescato.

Il coro dei pescatori

Graziano Bognolo è della Giudecca e da 30 anni, oggi ne ha 44, pesca in laguna. Per spiegarci come è cambiato l’ecosistema lagunare va subito al sodo: “un tempo pescavo anche 30 quintali di pesce al giorno, oggi non sempre arrivo a 7-8 quintali”. “Un grosso danno – spiega Graziano – lo fanno i caparossolanti arando i fondali della laguna e distruggendo così i posti dove avviene la riproduzione dei pesci. Da quando sono iniziati i lavori del Mose, poi, sono aumentate le correnti, ci sono molte più alghe e l’acqua è più torbida”. L’aumento della forza delle correnti, che erodono le barene dietro le quali il pesce va a ripararsi, è stata notata anche da Alberto Lanza, 31 anni, di Chioggia, che l’attribuisce al continuo scavo dei canali. Eddy, 39 anni, pesca in mare da quando era un bambino e il padre lo portava sul peschereccio, “finchè non si è innamorato” – dice proprio così – “del mestiere”. “Nell’ultimo periodo troviamo le alghe, portate dalle correnti sempre più forti, anche a 6 miglia dalla costa, mentre prima non arrivavano oltre le 3 miglia”. Insomma è un coro: chi lavora tutti i giorni in laguna nota che le cose stanno già cambiando, e in peggio. “Ghe sè dopio mare de prima” sintetizza Denis Boscolo che, quando parla, come tutti i chioggioti, sembra recitare una dolce litania.

La laguna e la lotta contro il Mose

Rimane l’interrogativo sul perchè, nella società civile, la battaglia contro un progetto devastante come il Mose, coinvolga, per adesso, solo un gruppo relativamente ristretto di attivisti, esperti ed intellettuali. La maggioranza degli abitanti di Chioggia, ma anche di Venezia o del Cavallino, sembra essere contraria all’opera, ma questo stenta a tradursi in una mobilitazione corale. Una possibile chiave di lettura di questo fenomeno è fornita da Davide Scarpa, che a Chioggia gestice il Centro di Educazione Ambientale, quando ci racconta: “Il rapporto tra la laguna e i suoi abitanti, per molti versi, si è reciso decenni fa, con il coinvolgimento anche di queste terre nello sviluppo nordestino. Insomma, si difende e si preserva solo ciò che si ama e si conosce, ed è forse per questo che la lotta contro il Mose coinvolge direttamente, per ora, solo un elitè “illuminata””. A vivere quotidianamente la laguna rimangono quasi esclusivamente i pescatori, che, non senza contraddizioni e conflitti, ne percepiscono, passo passo, i veloci e sconvolgenti mutamenti.

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box a parte

I pescatori: sensori della laguna

Paolo Canestrelli, ingegnere, dirige il Centro Previsioni e Segnalazioni Maree del Comune di Venezia. “La restrizione del 20% della bocca di porto di Chioggia, in seguito ai lavori del Mose, – afferma – ha in effetti aumentato la forza delle correnti. Non di molto, circa del 10/12% sia in entrata che in uscita, e questo aumento è difficilmente percepibile”. Ma i pescatori ci conferma l’ingegnere Canestrelli, sono degli affidabili sensori dei più piccoli cambiamenti che possono avvenire nella laguna. “Tecnici del Cnr – ci spiega – hanno rilevato una cambiamento dell’assetto delle correnti superficiali in coincidenza con le bocche di porto ed è probabile che questi cambiamenti siano stati percepiti dai pescatori che al flusso delle correnti affidano spesso le loro rotte”. Ma se l’entità di questi cambiamenti è notata quasi soltanto da sensori attenti quali i pescatori, l’ingegner Canestrelli è preoccupato per il proseguio dei lavori del Mose che prevedono interventi ancora più invasivi degli attuali. Tutto questo lascia presagire che il peggio debba ancora venire.

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