Il negazionismo è finito. Nessuno può più ragionevolmente permettersi, nel dibattito pubblico, di dichiarare che le mafie in Veneto non operino. Il pericolo oggi è rappresentato piuttosto da un eccesso di clamore e di sensazionalismo, mentre quello di cui si sente il bisogno sono riflessioni caute, conoscenze solide, analisi rigorose del fenomeno. Non è semplice.

Nell’ambito del dibattito pubblico sulle mafie a Nordest, fino a pochi anni fa la criminalità organizzata veniva spesso evocata, ma scarse erano le evidenze empiriche e le inchieste. Ad oggi, oltre alla vicenda della mafia del Brenta, la sola operazione conclusa con condanne per il reato di associazione mafiosa (il 416 bis) è la cosiddetta indagine Aspide – un gruppo criminale campano i cui membri avevano dato vita a una società che offriva servizi alle imprese: dall’usura al recupero crediti, dall’evasione dell’Iva alle bancarotte fraudolente. Per il resto soltanto sussurri e grida: diversi sospetti, denunce – e inevitabili illazioni – ma pochi fatti accertati e una scarsa produzione di conoscenza sul fenomeno mafioso nella regione.

Le cose stanno cambiando piuttosto rapidamente: “la sempre più significativa operatività in Veneto di gruppi criminosi originari del Sud Italia tende a diventare sempre più stabile”, scrivono i magistrati nell’ultimo rapporto della Direzione nazionale antimafia. E alcune inchieste hanno portato alla luce realtà finora soltanto immaginate.

Il problema, si diceva, non è più persuadere che le mafie sono in Veneto – vi operano da qualche decennio, a dir la verità – degli attivi soggetti economici (e in qualche caso anche politici). Piuttosto, occorre affinare lo sguardo e comprendere le modalità, le dinamiche con cui questi soggetti operano. Si tratta di operare un salto nella cultura antimafia di questa regione. Innanzittutto si tratta di oltrepassare la visione delle mafie come un nemico esterno che assalta un territorio di per sé sano. La metafora del contagio – le mafie come cancro, come corpo patogeno esterno che attacca un tessuto sano – è quella che compare con maggiore frequenza nei media. Anche la positiva approvazione, nel 2012, all’unanimità, da parte del consiglio regionale, della legge regionale antimafia ha rappresentato l’occasione per confermare questo dispositivo retorico: “questa legge ci rende onore e conferma come il Veneto voglia rimanere una terra di gente onesta” è la dichiarazione fatta da due consiglieri regionali. Dichiarazione che dopo l’esplodere dello scandalo Mose e delle banche popolari venete suona perlomeno azzardata.

In realtà, per comprendere le mafie è necessario comprendere il contesto in cui operano e in cui scelgono, per una complessa serie di ragioni, di insediarsi. La ricettività del territorio, la sua domanda di illegalità, il suo rendersi disponbile all’offerta mafiosa, sono i temi che dovrebbero maggiormente destare la nostra attenzione. La ricettività comporterebbe la possibilità per le organizzazioni mafiose di radicarsi, all’interno di nicchie ambientali concretamente individuabili, e superare l’occasionalità di alleanze per affari, esplicitando così la potenzialità politica – la tendenza a perseguire il dominio del territorio – propria delle mafie. La prospettiva, già osservata in Piemonte e in Lombardia è quella di un salto [che probabilmente è già avvenuto]: da un’attività delle mafie occasionale e concorrenziale o collaborativa con altri soggetti criminali operanti nell’area veneta, a quello di un sostanziale dominio all’interno di alcune nicchie ambientali, di alcuni settori economici, sviluppando una forte capacità di interlocuzione con settori sociali diversificati [imprenditoria, finanza, professioni, politica].

«I fattori che consentono la formazione della criminalità organizzata non sembrano dunque derivare, e non in parte, dal mondo criminale, ma piuttosto da malformazioni, disfunzioni o incrinature delle istituzioni e delle regole del gioco» sottolinea Ada Becchi. Dovremo quindi roversciare lo sguardo: non lasciarci ipnotizzare dalle gesta dei criminali, ma guardare ai varchi lasciati aperti dalle società locali. I varchi potremmo definirli come le occasioni che un sistema locale offre all’operatività della criminalità organizzata. Possono riguardare le culture, le prassi operative, le normative o le congiunture economiche. Ragionare sui varchi costringe a porre l’attenzione sui cambiamenti delle società locali più che sull’operatività criminale, e induce ad approntare strategie contro le mafie ispirate più alle politiche che a generiche, e non verificabili, prese di posizione.

Il salto di qualità nella cultura antimafia deve riguardare esattamente questo aspetto: possiamo pensare alla mafia come “male assoluto” e quindi come lotta di ordine etico e morale che vede tutti – i “non mafiosi” – accomunati in un’unica battaglia. Pensare invece alla lotta antimafia come lotta per il bene pubblico contro un male pubblico “richiede innanzitutto di comprendere i meccanismi generativi e riproduttivi della mafia, in modo da incepparli e disarticolarli con interventi mirati (che presuppongono scelte strategiche – di ordine politico, giudiziario, economico, ecc. – tra diversi corsi di azione)”1.

Lo studio di alcuni casi empirici ci consente di individuare alcuni tra questi “varchi”. Proveremo ora a passarli sinteticamente in rassegna, consapevoli che si tratta soltanto di prime indicazioni di ricerca, possibili casi da sottoporre ad approfondimento.

Governance familiare

L’acquisizione del controllo delle imprese da parte delle organizzazioni criminali non avviene solo tramite la pratica dell’usura o la fornitura di diversificati strumenti di elusione o truffa fiscale che consentono ai gruppi mafiosi di acquisire quote azionarie. Operazione che incontra delle difficoltà a fronte di una governance dell’impresa solida – incarnata in particolar modo dal controllo familiare – ma che trova delle brecce in caso di interni contrasti d’interesse. Come è accaduto, nel lontano 1991, all’azienda Campagnaro di Resana (Tv), attiva nel settore alimentare, o in un caso più recente che ha coinvolto un’impresa di Limena, nel padovano. Una «decomposizione» del «clan familiare» che, ovviamente, non avrà necessariamente come esito il controllo dell’azienda da parte delle organizzazioni criminali, ma attiene ad un tema, quello della ridefinizione della governance delle imprese familiari, che comunque rimane un nervo scoperto nell’evoluzione dell’economia veneta. Un «transizione complicata» che non riguarda solamente il reperimento di risorse finanziarie, ma anche fattori quali la contrapposizione tra logica manageriale e logica familiare, il ruolo della competenza, la tendenza al conformismo. Fattori che attengono non solo al piano giuridico formale, ma anche a quello emotivo e relazionale e alla profonda identificazione tra imprenditore e impresa (Costa 2012).

Corruzione

La criminalità organizzata non ha avuto alcun ruolo nel caso dell’immenso saccheggio targato Consorzio Venezia Nuova, anche se spesso è stata evocata. Ma qual è, al di là delle assonanze, il legame tra mafie e corruzione? “Ci può essere corruzione senza mafia (come nel caso del Mose), ma non può esserci mafia senza corrruzione”: con questa efficace formula Isaia Sales chiarisce come la corruzione e la mafia siano cose distinte, ma strettamnte interdipendenti (Sales, 2015). La mafia presuppone la corruzione pubblica e privata. È questo il terreno ad essa più favorevole. E cosa c’è alla base della corruzione? C’è la convinzione che ciò che è degli altri o ciò che è pubblico possa essere privatizzato, messo cioè nella disponbuilità di chi usa la corruzione per farlo. Qual’è la cultura politica alla base della corruzione? In questo territorio il potere politico è stato concepito come capacità di privatizzare decisioni e beni pubblici. E purtroppo la politica italiana tutta si è sempre caratterizzata per una “anomala” commistione tra sfera pubblica e sfera privata. Il mafioso ritiene immorale non perseguire il proprio interesse personale. La concezione del mondo e della vita di alcuni politici coincide con quella dei mafiosi: potere è sottrarre beni ad altri e alla collettività. Un simile modo di concepire la politica espone strutturalmente la società al controllo mafioso. Perchè il mafioso opera per lo stesso obiettivo. Ci sono dunque affinità forti tra una certa politica e la mafia, cambiano solo le modalità di operare (con il voto i politici, con la violenza i mafiosi).

Mediatori/professionisti

Un elemento interessante che emerge dalla nota vicenda Aspide è la capacità di notai, commercialisti e consulenti del lavoro di indirizzare i loro clienti imprenditori. Questi professionisti sembrano giocare un ruolo decisivo nel mettere in contatto i membri della società Aspide con il mondo imprenditoriale veneto. D’altronde si tratta di figure professionali depositarie di informazioni strategiche per la conduzione dell’impresa. Quanto questo ruolo possa facilitare in alcuni casi l’adozione di pratiche illegali nella conduzione dell’impresa è stato rilevato non solo nel caso Aspide, ma in termini se possibile ancora più nitidi anche nella vicenda che ha coinvolto i fratelli Carmine e Giuseppe Catapano2. Gli imprenditori ai quali i Catapano offrivano i servizi necessari per compiere fallimenti pilotati hanno ottenuto nella quasi totalità dei casi (eccetto uno) l’assenso da parte dei consulenti interpellati.

L’importanza di queste figure, estranee all’attività imprenditoriale in senso stretto, emergerebbe in particolare nel mondo dell’edilizia. Il ruolo di consulenti e professionisti e la regolazione informale dei mercati descritti dagli intervistati emergono in modo inequivocabile nel momento della pianificazione urbanistica, nonché nel meccanismo degli appalti pubblici, in particolare nel settore edile – nelle sue diverse articolazioni. Riguardo l’influenza di specifici circuiti politico-imprenditoriali nel sistema degli appalti è possibile del resto fare riferimento a una vasta letteratura di giornalismo d’inchiesta3.

Informalità/fiducia

Il persistere di caratteri informali nelle transazioni economiche è stato analizzato fin dagli anni ’80 con riferimento ai territori della cosiddetta Terza Italia: in particolare, il sociologo Carlo Trigilia ha indicato nella persistenza di subculture politiche locali (nel caso del Veneto quella cattolica) un elemento strategico nel disegnare un tessuto fiduciario capace di arginare la disgregazione sociale indotta dall’industrializzazione4(Trigilia, 1986). Se negli anni della crescita questa informalità ha rappresentato un fattore di agevolazione (una diminuzione dei costi di transazione), in una fase di crisi come quella odierna l’informalità diffusa sembrerebbe trasformarsi in un fattore di discrezionalità e di opacità.

Esemplare in questo senso la dichiarazione affidata a un giornale locale da uno dei contoterzisti della Dynamic Jeans, un’azienda tessile dell’alta padovana fallita trascinando con sé decine di fornitori: «ci siamo fidati per 30 anni dell’ex amministratore, che con una pacca sulla spalla ci diceva sempre ‘finchè ci sono, non dovete temere’»5. Come sappiamo, il contratto rappresenta uno strumento fondamentale che ha accompagnato la nascita della società di mercato e l’intreccio con le norme sociali consuetudinarie presiede alla tutela dei contraenti (Perulli, 2012). La semplice «pacca sulla spalla» richiama le norme sociali che, da sole, nulla possono se non rendere i rapporti poco trasparenti ed elusivi intrappolando la soggettività del contraente in una rete di aspettative e promesse. Il limite più grosso che può incontrare un’associazione criminale è una situazione di trasparenza di mercato in cui le transazioni sono molto formalizzate. Al contrario, in una situazione in cui contano molto fattori come le relazioni, il non detto e la fiducia c’è lo spazio per inserirsi e per giocare.

Cartelli collusivi

Negli ultimi anni registriamo in Veneto la tendenza, da parte delle imprese, a stringere accordi collusivi, a rifugiarsi sotto cartelli di fatto. Un sorta di compattamento delle reti a fronte della crescente incertezza dei mercati e della esasperazione della competizione che in alcuni settori, come la logistica, ha raggiunto livelli parossistici. Entrare in contatto con la società Aspide – attraverso il passaparola informale tra colleghi – ha la medesima funzione di entrare a far parte dei cartelli appena citati: accedere a una risorsa scarsa, il credito, attraverso rapporti che consentono di eludere le norme. «Sono sistemi chiusi – racconta un imprenditore mestrino ad un giornale locale – nei quali è impossibile entrare: si fanno lavorare solo gli amici e gli amici degli amici […] E’ drammatico essere escluso dai pochi lavori che ci sono in giro, e allora a questo punto è meglio pagare, una piccola tangente si può accettare»6. Emerge così la richiesta di essere cooptati dentro circuiti protetti, accessibili esclusivamente da parte di alcune imprese in possesso dei requisiti economici e del capitale sociale necessario e dove vengono ammorbidite, dalla logica dei favori e degli scambi occulti, le severe leggi del mercato e della concorrenza7.

Il rapporto con il lavoro

Da alcune inchieste come la vicenda Catapano – dove gli imprenditori si assicuravano procedure fallimentari in grado di salvare il loro patrimonio e buttare a mare costi e passività, compresi i lavoratori emergono i tratti di una crisi del rapporto fiduciario che lega l’imprenditore e i suoi dipendenti.

Come emerge da un’altra nota inchiesta giudiziaria, Angelo Pittarresi, legato a Cosa Nostra, avviò una grossa attività di intermediazione di manodopera fiutando la richiesta da parte delle imprese di manodopera a intermittenza. Alla base di questa richiesta, oltre alla necessità di compressione dei costi vi è un netto cambiamento di atteggiamento di una parte dell’imprenditoria nei confronti del lavoro dipendente. Il lavoro ha rappresentato, per la società veneta, uno strumento di identificazione, di affermazione sociale e di costruzione comunitaria, ma come segnala un attento osservatore: «diversi indicatori e fenomeni farebbero sostenere che quel modello ha esaurito la propria spinta propulsiva […] cambia anche l’atteggiamento della popolazione nei confronti del lavoro. Dunque, cambia un fattore peculiare e centrale mediante il quale la società del Nord Est si è costruita»8.

Queste trasformazioni incontrano l’interesse delle mafie, data la loro documentata propensione per la gestione del mercato del lavoro anche per la sue ripercussioni in termini di consenso presso le società locali nelle quali si trovano a operare. Come ebbe modo di spiegare l’allora procuratore capo di Verona Guido Papalia a un quotidiano locale, «a Verona esiste un forte bisogno di manodopera, che viene soddisfatto da organizzazioni criminali. Esse creano imprese e cooperative che lavorano in subappalto o forniscono lavoro nero»9.

Questa veloce carrellata ha lo scopo di mostrare che fare ricerca sulle mafie in Veneto significa al tempo stesso indagare – da una visuale specifica, ma riteniamo feconda – pratiche e culture stressate e amplificate da una crisi economica di lunga durata, dalla “rottura del vecchio intreccio tra economia, società e politica e dall’incapacità di costruirne uno nuovo” (Bonomi 2013 p.1101).

  • questo testo è stato pubblicato nel Quaderno di ricerca di Unioncamere Veneto intitolato “Le mafie liquide in Veneto” e curato da Libera Veneto

Riferimenti bibliografici

Ada Becchi, Criminalità organizzata, , Donzelli, Roma, 2000

Aldo Bonomi, Il capitalismo in-finito. Indagine sui territori della crisi, Einaudi, Torino, 2013

Giovanni Costa, La sindrome del turione. Nordest, mercato globale e imprese adeguate, Marsilio, Venezia, 2012

Paolo Perulli (a cura di), Nord. Una città-regione globale, il Mulino, Bologna, 2012.

Isaia Sales, Storia dell’Italia mafiosa. Perché le mafie hanno avuto successo, Rubettino, Soveria Mannelli, 2015

Carlo Trigilia, Grandi partiti e piccole imprese: comunisti e democristiani nelle regioni a economia diffusa, il Mulino, Bologna, 1986

1Rocco Sciarrone, Problema giusto, bersaglio sbagliato, in L’Indice, 9/2015.

2Sulle due vicende, si veda Gianni Belloni e Antonio Vesco, Imprenditori e camorristi in Veneto. Il successo del logo casalese, in Rocco Sciarrone (a cura di), Mafie del nord. Strategie criminali e contesti locali, Donzelli, Roma 2014.

3Tra gli altri: Sebastiano Canetta, Ernesto Milanesi, Legaland, Roma, Manifestolibri, 2010 e Renzo Mazzaro, I padroni del Veneto, Laterza, Roma-Bari 2012.

4Carlo Trigilia, Grandi partiti e piccole imprese: comunisti e democristiani nelle regioni a economia diffusa, il Mulino, Bologna 1986.

5Paola Pilotto, Dynamic Jeans non paga 35 aziende al collasso, Il Mattino di Padova, 12 Giugno 2013

6Francesco Furlan, L’imprenditore confessa: «Pur di lavorare pagherei le tangenti», La Nuova di Venezia, 21 marzo 2012

7Sulle conseguenze negative che la tendenza a servirsi dei reticoli sociali ha sul sistema economico e sulla propensione a rifugiarsi in circuiti chiusi all’interno dei quali viene elusa la concorrenza attraverso forme di collusione più e meno legali tra soggetti si veda Carlo Trigilia, Capitale sociale e sviluppo locale, in Bagnasco, A. – Piselli, F. – Pizzorno, A – Trigilia, C. Il capitale sociale. Istruzioni per l’uso, il Mulino, Bologna, 2001

8Daniele Marini (a cura di), La flessibilità nel mercato del lavoro del Nord Est: risorsa o problema? Atti del seminario della Fondazione Nord Est Venezia, 2001.

9Negozi in centro a rischio racket, L’Arena di Verona, 5 aprile 2004.