Dopo l’ennesimo arresto per mafia di un imprenditore “antimafia” – questo il caso – l’analisi di Rocco Sciarrone, sociologo dell’Università di Torino sul fenomeno e sullo strano unanimismo del movimento antimafia. Intervista di Alessandra Ziniti dalle pagine palermitane di Repubblica

Professore, quello di Vincenzo Artale arrestato ieri è solo l’ultimo di una serie di casi. Una strategia precisa o cosa?

«Nella maggior parte dei casi credo sia una precisa strategia. È chiaro che nel momento in cui l’avere il bollino antimafia costituisce un vantaggio, crea una reputazione, questo corrisponde ad una precisa strategia. Ecco, noi dovremmo lavorare molto di più su quelli che io chiamo gli effetti reputativi. Purtroppo i mafiosi ci sono arrivati prima di noi studiosi e soprattutto prima degli inquirenti».

Come si spiega che fino a qualche tempo fa nessuno si sia accorto di questa evidentemente non casuale infiltrazione delle associazioni antimafia?

«Per fortuna adesso stiamo tutti molto attenti a vedere quello che prima evidentemente non riuscivamo o non volevamo vedere. Che l’antimafia venga strumentalizzata non è certo una cosa nuova. Quantomeno nel gioco politico questo è sempre avvenuto. Poi purtroppo la strumentalizzazione è riuscita a farsi largo anche negli ambienti imprenditoriali e della società. Ma per molto tempo è stato molto difficile anche solo avanzare qualche dubbio».

Il rischio paventato era quello di buttare il bambino con l’acqua sporca?

«Si, un’espressione molto spesso utilizzata per stroncare qualsiasi critica. Fino a qualche tempo fa, dobbiamo dirlo chiaramente, questo è stato un argomento tabù. Avere una visione critica del movimento antimafia esponeva a censure spesso pesantissime, come quelle che sono state espresse ad esempio nei confronti di Giovanni Fiandaca o Salvatore Lupo. Ora con fini nobili come la reale preoccupazione che una revisione critica di certe posizioni potesse incrinare un fronte che si riteneva dovesse rimanere unito a tutti i costi, ora con fini assolutamente meno nobili come la difesa di un unanimismo che ha creato grossi danni».

Quindi, secondo lei, l’unità del fronte antimafia è un falso problema?

«Assolutamente sì. Per carità, non si deve generalizzare, ma dobbiamo ammettere che cè stata una costruzione della loro antimafia come paravento sufficiente a garantire l’esenzione da ogni tipo di valutazione. E questo ha avuto un effetto assolutamente perverso. E cioè l’effetto di una depoliticizzazione dell’azione antimafia. Insomma, essere antimafia diventava un valore di per sè. Niente di più sbagliato».

E invece?

«Invece il vero problema oggi è dire come siamo antimafia. Perchè tutti siamo contro la mafia, questo è ovvio ma bisogna dire in concreto come si vuole esserlo. Ci sono posizioni differenti nella magistratura, nella politica, nelle associazioni. E non vedo proprio cosa ci sia di sbagliato in tutto questo, non vedo proprio perchè fare del conflitto in questo campo un vero e proprio tabù. Anzi, a mio avviso è proprio l’unità a tutti i costi a creare un effetto perverso».

Perchè? Che tipo di rischio produce l’unità a tutti i costi del fronte antimafia?

«Diciamo che poteva avere un valore solo in un momento iniziale. Adesso è venuto il momento di scoprire le carte e fare scelte di sostanza, creare posizioni differenti e dialettica politica. È davvero paradossale che un tempo tra le forze politiche c’erano differenziazioni, ora invece sono tutti uniti. Basta dire di essere contro. Guardate anche la commissione parlamentare antimafia. Oggi tutto passa all’unanimità, ma gli studiosi sanno che sono state le relazioni di minoranza dell’antimafia a riscrivere la storia. Io a questa unanimità non do alcuna valenza positiva, credo sia solo segno di superficialità e di incapacità di arrivare al cuore del problema. È come dire che siamo tutti contro la  disoccupazione. Facile, ma come? Si può essere statalisti o liberisti ed è la scelta di campo che conta».