Più che della mafia in questi mesi si è parlato di antimafia anche grazie a casi clamorosi come quello che ha visto coinvolto il Tribunale di Palermo (vedi qui).

Anche in Veneto, nel nostro piccolo, possiamo segnalare qualcosa a questo proposito, e per questo vi racconto un episodio capitato, un po’ di tempo fa, al sottoscritto.

Durante un convegno contro le mafie organizzato dalla Cisl in una cittadina del trevigiano intervengo citando, a proposito di “permeabilità” dell’imprenditoria locale verso l’illegalità, una famosa inchiesta (vedi qui) che coinvolse decine di imprenditori in un cartello in cui si decidevano le spartizioni degli appalti pubblici tra Treviso, Vicenza e Venezia.

Alla mia sinistra sento un sussulto. L’intervento successivo lo fece il presidente dei costruttori di Venezia (che sedeva appunto alla mia sinistra) che tra le altre cose criticò, piccato, la citazione di quell’inchiesta – “cosa c’entra poi quell’inchiesta che non era altro che il tentativo alcuni poveri di fame di preservare dei margini minimi di sussistenza?” – asserendo che andarono poi tutti assolti.

Nell’intervento successivo rimarcai che non andarono tutti assolti, ma piuttosto intervenne la prescrizione e che alterare un appalto pubblico danneggia comunque le finanze pubbliche.

Al termine del convegno gli organizzatori mi spiegarono che il relatore si era innervosito per il mio intervento perché pure lui era stato coinvolto nell’inchiesta.

Chiariamo subito: nessuno ha mai pensato che gli imprenditori imputati ad un processo per turbativa d’asta (e associazione a delinquere) perchè si erano accordati per manomettere gli appalti, siano connessi alle mafie. Non serve la mafia per mettere in campo pratiche di questo tipo, in Veneto lo sappiamo molto bene. D’altronde, sappiamo che le mafie trovano “strutture di opportunità” lì dove le pratiche illegali sono moneta corrente.

Non vedere questo nesso è un problema: che lotta alla mafie fai, se non metti in campo più in generale una critica alle pratiche imprenditoriali fondate sull’illegalità o sulla legalità debole?

Che ne pensano le associazioni di rappresentanza degli imprenditori? Pensano di poter partecipare ai convegni antimafia in queste condizioni?

La lotta alla mafia, come argomenta Rocco Sciarrone (vedi qui), possiamo pensarla come lotta al “male assoluto” e quindi come lotta di ordine etico e morale che vede tutti – i “non mafiosi” – accomunati in un’unica battaglia apolitica ed ecumenica, che richiede di “mettere da parte le distinzioni”. Pensare invece alla lotta antimafia come  lotta per il bene pubblico contro un male pubblico “richiede innanzitutto di comprendere i meccanismi generativi e riproduttivi della mafia, in modo da incepparli e disarticolarli con interventi mirati (che presuppongono scelte strategiche – di ordine politico, giudiziario, economico, ecc. – tra diversi corsi di azione)”.

Che strada vogliamo intraprendere, qui in Veneto?