Il  ragionamento si può anche rovesciare: la banca popolare di Vicenza, guidata da Gianni Zonin – dalla sue parti osannato (prima della recente caduta) – chiedeva, a fronte di una richiesta di prestiti, la sottoscrizione di (sopravvalutate) azioni della banca. Ma la Popolare di Vicenza garantiva prestiti ai suoi azionisti indipendentemente da garanzie o credibilità dei piani industriali.

In particolare li garantiva a quel ristretto gruppo di azionisti privilegiati, cinquanta, verso i quali la banca si impegnava a riacquistare allo stesso valore, mettendoli così al riparo da possibili deprezzamenti (alla faccia del rischio d’impresa…) (vedi qui).

Insomma accede al credito che fa parte del giro ristretto delle conscenze e delle aderenze. In un territorio in cui l’impossibilità di accesso al credito rappresenta il dramma per migliaia di piccole imprese. In Veneto in particolare, perchè qui il tun over delle imprese è più sostenuto e perchè la struttura economica delle piccole imprese è più gracile e più intenso il bisogno di credito.

Le “banche del territorio”, qui come nelle Marche (vedi qui), più che accompagnare lo sviluppo delle piccole imprese, cementavano gli accordi imprenditoriali e politici tra i soliti noti.

p.s. per seguire le evoluzioni della vicenda della Banca Popolare di Vicenza segnalo la lettura di Vvox