Nel novembre del 2014 la Guardia di Finanza di Venezia ha perquisito 17 laboratori manifatturieri della riviera del Brenta nei quali sono stati individuati 9 lavoratori cinesi in nero e 22 impiegati irregolari. Segnalati all’autorità giudiziaria anche due cinesi, che producono parti di calzature, irregolari. I finanzieri hanno riscontrato una presenza di lavoratori in nero superiore al 30 per cento del totale e chiuso i laboratori fino a quando non verranno regolarizzati i lavoratori. La riviera del Brenta è un importante distretto dedicato alla produzione delle scarpe di lusso – 20 milioni di paia di scarpe e 1,65 miliardi di euro con un export del 91 per cento – dove, secondo la denuncia della Cgil, «nel settore calzaturiero quasi il 20 per cento, fra laboratori cinesi e operai non regolarizzati, sono lavoratori in nero. Lo dimostrano le continue azioni di sequestro di aziende irregolari compiute dalle forze dell’ordine».

Secondo le stime del sindacato «nel giro degli ultimi quattro anni almeno 50 aziende cinesi, che operano per conto di aziende della scarpa rivierasca sono state chiuse o hanno subito pesanti ammende per la presenza di lavoratori immigrati irregolari spesso in nero». La contabilità parallela in «nero» verrebbe alimentata anche dalla commercializzazione dei prodotti contraffatti. In questo caso i fenomeni dello sfruttamento dei lavoratori e della contraffazione dei prodotti convergono in un micidiale meccanismo di danneggiamento della migliore produzione made in Italy. Da segnalare l’opinione, diametralmente opposta a quella del sindacato, del presidente dei calzaturieri della Riviera del Brenta, Siro Badon, in occasione di un convegno sulla legalità nel novembre del 2014 – un paio di settimane prima dell’ultimo blitz della Guardia di Finanza – ebbe a dichiarare che «la moralità degli imprenditori calzaturieri è garantita e rinforzata dalla presenza nel territorio delle più importanti griffes internazionali. Il lavoro nero è quasi scomparso».